Portugal for foodies: non solo baccalà! Cosa mangiare, e dove, a Lisbona e Porto

Noi che siamo nati al mare conosciamo la saudade ancora prima di poterle dare un nome. Fa parte del nostro patrimonio genetico fin dalla nascita, e la riconosciamo solo quando, camminando in una delle città di pianura che ci siamo scelti come casa, ci troviamo improvvisamente a cercare l’orizzonte. Ci assale allora la mancanza di un punto di fuga, a cui orientare la meridiana dei nostri sogni. Sentiamo l’esigenza di una luce diversa, quella che automaticamente si traduce in ritmi di vita più lenti, socialità più facile.

Lo ammetto: non mi sono ancora del tutto ripresa dalla saudade del mio ultimo viaggio, 10 giorni tra Lisbona e Porto, anche se è passato più di un mese. Chissà perché continuo a innamorarmi delle città portuali tutte salite e (poche) discese, con “quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori”?
Non mi resta che consolarmi con un bicchierino di porto bianco, e lasciarvi la mia rassegna delle 5 esperienze foodie da non perdere tra le due “capitali” portoghesi: Lisbona, abbagliante, scanzonata e poetica; e Porto, laboriosa, tutta chiaroscuri, di una bellezza sensuale che si svela in pieno agli occhi più indulgenti.

1. Drink con vista: l’aperitivo al tramonto, su uno dei tanti miradouros di Lisbona

Una delle tante cose che amo nelle città in salita sono gli squarci improvvisi che si aprono, talvolta tra un palazzo e l’altro, a rivelare il panorama della città dall’alto. Lisbona è ricca di miradouros, terrazze panoramiche che interrompono il paesaggio urbano offrendo inaspettati punti di sosta. La città ai piedi, il Tejo scintillante, la baia che si apre lasciando presagire l’Oceano Atlantico: andarci al tramonto è la scelta migliore, magari concedendosi un passaggio in elevador, dopo una giornata di visite e camminate.
Il mio preferito è stato il Miradouro de São Pedro de Alcântara, un’elegante terrazza punteggiata di alberi frondosi e panchine, da cui si può ammirare una vista magnifica che spazia dal Castello di São Jorge, proprio di fronte, alla Baixa e ad Alfama con la Sé (la cattedrale fortezza), fino al fiume.

CONSIGLIO
Il chiosco che sorge a una delle estremità della piazza è attrezzatissimo con funghi riscaldanti e copertine, per far fronte al vento fresco che si alza di sera. Bevete un bicchiere di bianco alentejano, prima di proseguire la serata e immergervi nella movida del Chiado.

INDIRIZZO
Miradouro de São Pedro de Alcântara | Rua São Pedro de Alcântara, 1200-470, Lisboa

Photo Credits: José Avillez

2. Mini Bar Avillez a Lisbona

Ho scoperto il Minibar di José Avillez grazie al post di Mariachiara, che ha fatto da apripista alle mie esplorazioni portoghesi. E non posso che ringraziarla di avermi fatto scoprire questo locale a dir poco sorprendente, nel cuore della Baixa: qui la cucina è gioco e coup de théâtre, in un continuo rimando tra forma e sostanza. Nonostante il marchio dello chef pluristellato sia evidente (Avillez, ex allievo di Ferran Adrià, è lo chef più famoso del Portogallo,  nonché imprenditore di successo con una serie di fortunati marchi e ristoranti all’attivo), siamo in un ambiente informale. Qui si può venire per un aperitivo – per assaggiare gli ottimi cocktail e le mini porzioni del menu – oppure per una cena più sostanziosa.

CONSIGLIO
Se volete fare un viaggio nella cucina portoghese, tra sperimentazione e tradizione, non perdetevi il menu degustazione chiamato Epic Menu, da 11 portate più dessert, e fatevi consigliare uno o più cocktail da abbinare. Un’esperienza gastronomica che, da sola, vale il viaggio.

BONUS TIP
Viaggiate con dei bambini? Non fatevi intimidire. Qui il personale è gentilissimo e molto accogliente, e inoltre il locale è attrezzato anche per chi ha bambini molto piccoli. La nostra quasi duenne si è divertita moltissimo tra gli assaggi dal nostro menu e i pastelli colorati che le hanno portato. Ha persino conquistato il cuore cameriera che le ha portato una porzione extra di dolce!

INDIRIZZO
Mini Bar | Rua António Maria Cardoso 58, 1200-027 Lisboa

3. Pastéis de Nata, il dolce della felicità

Credo che, insieme alla focaccia genovese, i Pastéis de Nata siano il comfort food più buono del mondo. Questi cestini di sfoglia ripieni di crema pasticcera, cotti e serviti tiepidi con una spolverata di cannella, vi rimarranno nel cuore a lungo. A Lisbona potrete assaggiarli nelle molte pasticcerie della città – i dolci in Portogallo sono quasi una religione, e questo è un ottimo motivo per visitarlo – anche se i migliori rimangono sempre quelli della Antiga Confeitaria de Belém. È vero, il luogo è turistico (durante il weekend, arrivate la mattina presto per evitare le code chilometriche), essendo anche a due passi dal Mosteiro dos Jerónimos e dalla Torre di Belém, ma ha conservato intatto il suo fascino e soprattutto la ricetta dei suoi Pastéis.

CONSIGLIO
Sedetevi in una delle sale decorate di Azulejos e ordinate “uma bica” (la versione portoghese dell’espresso, per il quale si utilizzano miscele di ottima qualità) e almeno un paio di Pastéis de Nata. Se sarete bravi, riuscirete a non ordinarne una mezza dozzina da portar via nelle graziose confezioni di cartone.

BONUS TIP
Se la visita al quartiere di Belém non rientra nei vostri piani, o se volete evitare le folle di turisti, potete provare i dolcetti in centro. Tra i molti indirizzi, consiglio Manteigaria, minuscolo locale del Chiado specializzato solo in Pastéis de Nata, da mangiare in loco o take-away.

INDIRIZZI
Antiga Confeitaria de Belém | Rua Belém 84-92, 1300-085 Lisboa
Manteigaria | Rua do Loreto 2, 1200-108, Lisbona

4. Afurada, il borgo a due passi da Porto dove il tempo si è fermato

Porto è un laboratorio a cielo aperto, tra gentrification e rinascita, e saprà conquistarvi con il suo carattere industrioso, giovane, dinamico. La città è legata ovviamente al vino omonimo, ma non mancano le occasioni per gustare anche l’ottimo vinho verde o i rossi della regione: qui l’aperitivo, accompagnato da petiscos – piattini assimilabili alle tapas spagnole – non si può saltare. Provate, per esempio, a sedervi nei tavolini all’aperto della Mercearia das Flores, che nell’omonima via offre ottimi prodotti e vini biologici da tutto il Paese.
Ma se siete curiosi, e dotati di gambe allenate, spingetevi oltre il fiume, a Vila Nova de Gaia – dove si concentrano le cantine del porto, in cui è d’obbligo la degustazione – e proseguite verso la foce del fiume Douro. In una mezz’ora abbondante, lungo una strada pedonale e ciclabile molto piacevole, raggiungerete Afurada, villaggio di pescatori dove il tempo sembra essersi fermato. Qui troverete signori con i baffi e donne robuste che trasportano sulla testa il cesto con i panni da lavare al pubblico lavatoio, pescatori intenti a riparare le reti, bambini che giocano in strada. Ma soprattutto sarete attirati dal profumo del pesce arrostito sulle griglie sistemate all’esterno delle taverne, come la Taberna do São Pedro, il cui menu si basa sul pescato del giorno, accompagnato da verdure fresche a volontà.

CONSIGLIO
Con il sole allo zenith è consigliabile rifugiarsi nella grande struttura alle spalle della taverna, dove potrete accomodarvi nei tavoli da sagra e attaccare bottone con i vostri vicini. Ascoltate i loro consigli e ordinate quello che vi suggeriscono, non ve ne pentirete!

INDIRIZZO
Taberna de São Pedro | R. Vasco da Gama 126, 4400 60, São Pedro da Afurada

Photo credits: Lisboa ConVida

5. Sardine in scatola, un prodotto d’eccellenza per picnic gustosi

L’industria conserviera portoghese è da sempre una delle più fiorenti del mondo, frutto di una lunga tradizione che risale al 1853, quando aprì la più antica azienda di questo tipo in Europa. Le conserve ittiche sono di tantissimi tipi e spesso di ottima qualità: sardine, è il caso di dirlo, in tutte le salse; e poi acciughe, sgombro, tonno, e persino polipo e seppie.
Oltre alle tradizionali rivendite, a Porto e Lisbona sono sorti negli ultimi anni numerosi negozi gourmet e ristoranti specializzati in eccellenti conserve di pesce. Insieme alla già citata Mercearia das Flores, a Porto, merita una visita anche la Conserveira de Lisboa, a due passi dall’affollata Praça do Comércio. Spesso le sardine in scatola hanno un packaging così bello e curato che è davvero difficile resistere alla tentazione di collezionarne una per tipo!

CONSIGLIO
Scegliete le vostre conserve – meglio se in olio extravergine d’oliva biologico – e tenetele da parte per un pasto sulla spiaggia, accompagnandole con pane fresco e una birra gelata.
Il mio picnic spot preferito è stata la Praia do Forno, a Vila do Conde, in un tratto di costa ancora intatto e non rovinato dal turismo di massa. Per arrivarci, prendete la linea B della metropolitana (direzione Póvoa de Varzim) dal centro di Porto. In 45 minuti arriverete nella cittadina medievale – punto di transito del Camino di Santiago – e una volta attraversato il centro storico, con il magnifico acquedotto romano, arriverete al litorale che conta 6km di sabbia fine e onde perfette per il surf.

INDIRIZZI
Conserveira de Lisboa | Rua dos Bacalhoeiros 34, 1100-016, Lisboa
Mercearia das Flores | R. das Flores 110, 4000 Porto

Women in Food – Laura La Monaca, aka Dailybreakfast: cambiare vita, una foto alla volta

Photo credits: Laura La Monaca

Ho incontrato Laura – che i più digital di noi conoscono come @dailybreakfast – in una mattina milanese come tante, solo con tantissimo sole in più. Per il resto, le solite co(r)se: colazione di corsa, corsa al nido, qualche telefonata di lavoro, corsa in metropolitana (che per non farmi mancare niente si è pure fatta aspettare 15 minuti per un guasto), corsa all’appuntamento a cui sono arrivata con mezz’ora di ritardo.
Laura mi aspetta seduta a un tavolino di Ofelè, a proposito di colazioni, ed è sorridente e serafica. Le chiacchiere fluiscono, e io mi accorgo che davanti non ho solo una Instagram star, ma una persona vera, fresca, curiosa e genuina, che ama raccontare il mondo attraverso le sue foto e ha la consapevolezza di chi ha saputo dare una svolta alla sua vita facendo, davvero, quello che le piace.

Laura, raccontaci chi sei e cosa fai.
Sono siciliana, catanese, e vivo a Milano dal 2002. Mi sono trasferita qui per studiare, ho frequentato un corso di economia per le arti, la cultura e la comunicazione e ho iniziato poi a lavorare in una agenzia che organizza concerti, prima, e poi in casa editrice. Lavoravo con l’estero, ma dopo 6 anni mi sono trovata a dover rivalutare la mia scelta professionale. Una crisi grazie alla quale ho deciso di seguire le mie passioni: fotografia, food e viaggi.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Oltre al tuo canale Instagram e al blog, collabori con diverse riviste straniere ed italiane. Come sei diventata una blogger e una fotografa professionista?
Nel 2013 sono volata a Londra per seguire alcuni corsi di fotografia. L’anno successivo ho partecipato al Foodblogger Connect, un evento che mi ha dato moltissimo sia in termini di energia che di conoscenze. In particolare, fondamentale è stato il workshop con Monica Bhide, che ci disse una cosa che mi è poi stata utilissima, ovvero che senza un media kit non si va da nessuna parte! E infatti aveva ragione: appena spedii il mio a una rivista internazionale con cui sognavo di collaborare, mi risposero subito con un assignment per l’Italia.
Adesso lavoro con diversi tipi di clienti: aziende italiane e straniere, enti del turismo, riviste. Produco esclusivamente contenuti visivi.

L’idea e il concept del blog invece come sono nati?
Ero in vacanza, in spiaggia, e pensavo a come riorganizzare la mia vita intorno alle mie passioni. All’improvviso mi sono ricordata che, da piccola – a quanto dice mia mamma – la mia prima parola è stata “latte”. Sono sempre stata un’appassionata della colazione! Il blog quindi è nato nel 2012, ma all’inizio è stato molto in sordina. Nel 2014 ho fatto un restyling dei miei canali e ho dato un nuovo impulso al progetto, anche se il mio biglietto da visita rimane sempre Instagram.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

A proposito di Instagram, hai oltre 80mila follower e un seguito sempre crescente. Come gestisci questo canale e come ti relazioni con chi gioca scorretto?
Instagram per me è una vetrina che mi permette di far conoscere a un ampio pubblico il mio lavoro (la maggior parte di loro proviene dall’estero). Sicuramente da quando questo è diventato uno strumento di collaborazione con le aziende, per molti è diventato un’opportunità di guadagno e ci sono stati anche fenomeni di concorrenza sleale: c’è un problema di cultura digitale nelle aziende stesse, che troppo spesso si fermano ai numeri senza guardare la qualità. È un problema che hanno tutti i freelance del mondo della comunicazione, e l’unica soluzione è andare dritti per la propria strada, continuando a produrre contenuti di qualità e senza perdere la propria coerenza.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Su Instagram posso sperimentare e per questo mi piace moltissimo. Sto per lanciare un nuovo progetto a partire dalla città di Porto, dove sono stata invitata per un viaggio press. Non vorrei rivelarvi altri dettagli, seguitemi perché sarà divertente! Lo potete fare proprio in questi giorni cercando #dailybreakfastinportugal.

Thailand
Photo credits: Laura La Monaca

Vuoi dare un consiglio a chi vuole cambiare vita ma si sente un po’ bloccato?
Sarò sincera, non penso che tutti ce la possano fare. Ci vuole molta determinazione e la consapevolezza che intraprendere una carriera di questo tipo comporta una serie di attività molto poco “creative”: la fotografia è la punta dell’iceberg dietro cui ci sono editing, rework, relazioni non sempre facili con i clienti, ma anche fatture e telefonate con il commercialista. Bisogna capire se si è disposti a farsi piacere tutto questo.
Per contro, l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di studiare, studiare sempre, possibilmente con i migliori professionisti (che spesso sono anche i più generosi) e investire costantemente nell’aggiornamento.

Non posso fare a meno di farti un’ultima domanda. È vero che hai inventato l’avo on toast? 🙂
Magari! Questo è uno scherzo tra me e Nina, che mi prende sempre in giro perché al primo FBC a cui ho partecipato avevo postato la foto di un toast con avocado. Lei sostiene che la mania su Instagram sia iniziata lì, chi lo sa! In realtà io a colazione mangio un po’ di tutto, dal pane e Nutella ai noodle 🙂

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Fuoco, ghiaccio e Scandinavian design: l’Islanda a tavola

Iceland Romeo e Julienne
Acqua, aria, terra, fuoco: ci sono pochi posti dove i quattro elementi alchemici che modellano il mondo sono presenti in tutta la loro potenza. L’Islanda è uno di questi: un luogo in cui la Natura dispiega tutta la sua forza, fino quasi a sentirsene sopraffatti. Ma non è un sentimento negativo. Sentirsi una parte di questo tutto, anche se una minuscola parte, non fa che destare meraviglia. Viaggiare in Islanda è un modo per riconnettersi con l’essenza delle cose, e di noi stessi.

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Tra una camminata su un ghiacciaio e un bagno in una piscina calda naturale, dopo un trekking in cima a un vulcano o una sessione di whale watching, capita di voler scendere con i piedi per terra, e di passare dalla contemplazione del trascendente all’immanente di un buon piatto caldo: ma che cosa si mangia in Islanda?
Ad essere sinceri, le attrattive dell’isola non comprendono la tavola. Il clima rigido e la terra sterile rendono difficili le colture, anche se la penuria aguzza l’ingegno e, grazie all’enorme bacino di energia naturale, molti ortaggi e frutti vengono fatti crescere in serre geotermiche. Può quindi capitare di girare per un supermercato e trovare pomodori e cetrioli 100% Icelandic. (Parlando di supermercati, è consigliabile non dimenticare mai sciarpa e berretto prima di entrare: i reparti frigo non esistono, al loro posto ci sono intere stanze per latticini, carne, pesce e verdura dove la temperatura viene tenuta a 4°!).

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Se l’ortofrutta non è proprio il fiore all’occhiello della produzione islandese, va decisamente meglio con pesce e latticini. In particolare, nessuna colazione islandese che si rispetti può prescindere da un vasetto di Skyr, un formaggio cremoso derivato dal latte acido e molto simile allo yogurt, con un sapore del tutto peculiare. È pieno di batteri che fanno bene ed è una vera coccola prima di affrontare il freddo o le lunghe traversate in macchina. È così buono che crea dipendenza, il che è un vero problema perché non lo troverete al di fuori dell’isola!

Iceland Romeo e Julienne

Il pesce è certamente la risorsa più abbondante ed eccellente tra quelle che l’Islanda offre, tanto che l’economia di questo piccolo paese si fondava quasi esclusivamente sulla pesca fino a una trentina di anni fa – prima, cioè, che gli islandesi scoprissero il mercato finanziario e le sue peggiori deviazioni.
Merluzzi, aringhe, trote, salmoni, crostacei e molluschi sono solo alcune delle meraviglie ittiche dell’isola: tutto è freschissimo, oltre che sicuro, data la scarsa presenza di inquinanti nelle acque islandesi. Spesso, mangiando in qualche caffè o ristorante, troverete tutta questa bontà riunita in una zuppa di pesce saporita e ricca (la panna non viene lesinata, quindi attenzione per chi è intollerante al lattosio).

Leggenda vuole poi che gli islandesi siano anche ghiotti di hákarl, ovvero carne di squalo putrefatta: in realtà non è un piatto così diffuso, anche se in alcune zone i menu dei ristoranti lo offrono abbinato a shot di acquavite dalla gradazione alcolica improbabile. Io l’ho assaggiato, sa di crosta di formaggio con retrogusto di ammoniaca: solo per stomaci forti, quindi, ma poi potrete vantarvene con gli amici.

Iceland Romeo e Julienne

Anche se la cucina non è la principale ragione di un viaggio in Islanda, vale comunque sempre la pena – e talvolta è necessario – entrare in un locale a ristorarsi: spesso sono luoghi estremamente caldi ed accoglienti, arredati con semplicità e gusto in puro stile nordico. Potreste scoprire angoli di Scandinavian design in luoghi pressoché disabitati, dove le persone sono distaccatamente gentili e incuriosite da tutti i viaggiatori che capita di incontrare. Oppure potreste stupirvi della quantità e qualità di localini cool che affollano le strade del centro di Reykjavik, capitale piccola ma vivace e un po’ hipster, dove si può sorseggiare dell’ottimo caffè filtrato e provare qualche buon piatto semplice – sandwich, insalate e hamburger in stile anglosassone, e pasticceria di derivazione danese: caffè in stile newyorkese, ostelli che diventano sale concerto improvvisate, piccoli pub affollati (ricordate 101 Reykjavik?), ristorantini hippy e caffetterie-lavanderia piene zeppe di libri.

Iceland Romeo e Julienne
E a proposito di libri, l’Islanda è il Paese al mondo dove, in proporzione al numero di abitanti, si stampano e si leggono più libri, con un tasso di analfabetismo pari allo zero. Un motivo in più per amarlo!

A proper tea. Il paradiso del tè esiste e si chiama Sri Lanka

Ceylon Tea Plantations

Under certain circumstances there are few hours in life more agreeable than the hour dedicated to the ceremony known as afternoon tea – Sir Henry James, The Portrait of a Lady

Nell’immaginario collettivo una tazza fumante è associata alla ritualità anglosassone, al freddo del Nord Europa, o al minimalismo zen giapponese. Ma quanti sanno che i tè più pregiati arrivano da un paradiso tropicale? Io stessa mi ero posta poche volte il problema, fino a che non sono arrivata nel Paradiso del tè, lo Sri Lanka: un gioiello della natura e di cultura millenaria, l’isola risplendente in mezzo all’Oceano indiano, l’antica Ceylon. Ceylon Tea Trails Attraversare la zona centrale e montuosa dell’isola, compresa tra Kandy e Nuwara Eliya, su un lentissimo treno locale, tra piantagioni e montagne svettanti, è poesia. Qui si producono alcune delle varietà di tè migliori al mondo, ed è per puro caso. Il governo coloniale inglese, infatti, aveva deciso che l’isola sarebbe diventata un polo di produzione del caffè. Vennero così piantumate centinaia di migliaia di piante della famiglia delle Coffea, ma qualche anno dopo un parassita ne causò lo sterminio. Sarebbe stata una catastrofe economica, se a un certo Sir James Taylor non fosse venuto in mente di sostituirle con la più robusta Camelia Synensis, la pianta del tè, una specie praticamente indistruttibile e sempreverde. Versatile e produttiva, perché da un’unica specie si ricavano tutti i tipi di tè che conosciamo: quello che cambia, infatti, non è la pianta d’origine ma la lavorazione, che a seconda dei processi dà origine a bevande diverse. Camelia synensis Per ottenere il tè nero, vera istituzione di Ceylon, le foglie vengono raccolte rigorosamente a mano, l’unico modo per rispettare la regola three leaves and a bud, tre foglie e un germoglio: solo le foglie più tenere, quelle sulla sommità del cespuglio, permettono di ottenere il tè più pregiato. I germogli, detti anche silver tips, vengono invece utilizzati esclusivamente per produrre il tè bianco. Three leaves and a bud Una volta raccolte, vengono arrotolate così che la parte superiore e inferiore della foglia entrino in contatto, dando avvio all’ossidazione (processo che non avviene, invece, nella lavorazione del tè verde). Durante la successiva fermentazione, controllando temperatura e umidità, il tè di sviluppa tutti i suoi aromi. Le foglie vengono infine essiccate, ed eventualmente aromatizzate. Altra variabile fondamentale nel definire il gusto del tè (più o meno tanninico) e la quantità di teina presente è l’altitudine: il tè della zona di Nuwara Eliya, per esempio, viene coltivato a oltre 2000 metri di altezza, è più delicato e meno “forte”, mentre quello coltivato più vicino alle coste risulta più amaro e più ricco di teina. Infine, per ottenere il meglio dal nostro tè, è fondamentale imparare a servire “a proper tea”: dimenticate le bustine! L’acqua va fatta scaldare senza arrivare ad ebollizione (idealmente intorno ai 90°), e versata direttamente sulle foglie in una tea pot: dopo 5 minuti il tè si può versare nelle tazze, filtrandolo con un colino. Insomma il tè è una cosa seria, e il tempo che gli dedichiamo è tempo per noi. Enjoy your tea! A proper tea