Ma ‘ndo vai, se l’Avocado non ce l’hai? I 5 migliori Avocado Toast di Milano

Come siamo diventati così ossessionati dall’avocado? Difficile dirlo. Sicuramente c’entrano Instagram, gli hipster, Gwyneth Paltrow e qualche chef compiacente: lo ha ben spiegato un articolo del Washington Post, aggiungendo che si tratta di un cibo semplice, buono ma al contempo piuttosto sano – a patto di scegliere un buon pane di qualità e frutti di provenienza certificata, come quelli di Sicilia Avocado, per esempio – e con le cromie giuste per essere fotografato. 

Per farlo in casa occorrono poco meno di 5 minuti, ma se siete pigri o siete in cerca di una colazione alternativa mentre siete in giro, o ancora di un pasto leggero per questi giorni di afa, ecco i 5 posti di Milano dove mangiare un Avocado Toast come si deve!

Photo Credits Instagram @paninidurini

Panini Durini | Il nazionalpopolare
Da sempre sostengo che il vero piatto tipico di Milano è il panino, ed è per questo che i concept incentrati sul pasto al volo per eccellenza sono così popolari in città. Panini Durini è nato nel 2011, e ha già conquistato i luoghi chiave del centro: ben tredici punti vendita dove trovare un ampio menu di panini, insalate e dolci, wi-fi gratuito e un ambiente gradevole (belli i tavoli in marmo, un po’ meno la musica ad alto volume). Ma non c’è solo il nazionalpopolare “pane e companatico”, perché la carta strizza volentieri l’occhio ai food trend globali. Dal Matcha Cappuccino al Golden Milk, fino ad arrivare all’Avocado Toast: semplice, enorme, rassicurante.
Panini Durini | Location varie

Photo Credits Instagram @amandatropp

Fancy Toast | L’hipster
Comunicazione ammiccante, décor decisamente hipster (con un pavimento altamente instagrammabile), e un’offerta che guarda Oltreoceano, precisamente a San Francisco e ai suoi open toast dolci e salati. Ovvero, “un toast composto solamente da una fetta di pane, che fa da base, rigorosamente alta “one inch”, poco più che due centimetri e mezzo, e assolutamente “stuffed”, strabordante di ingredienti coloratissimi e buoni!”, come si legge sul sito.
Oltre al basic, qui si può assaggiare anche l’Epic Avocado Toast: SUPERbread, avocado mash, avocado a fette, bacon croccante, mais, bacche di goji e dressing di senape. Per fare il pieno di superfood!
Fancy Toast | Via Volta 8 (MM Moscova)

Photo Credits Instagram @miemo_foodlovers

Macha Café | L’evergreen
Se siete patiti e patite di moda, non potete perdervi questo locale. E non solo perché pare che Chiara Ferragni sia un’habitué, o perché è tutto in tinta con il colore Pantone dell’anno, ma per assaggiare il piatto più trendy (a Milano e non solo) di questo momento: l’Avocado Burger, ovvero una deliziosa farcitura di salmone racchiusa tra due metà di avocado che fanno le veci del bun (il classico pane morbido da hamburger). Ma non divaghiamo: qui si può gustare anche un ottimo toast, plain oppure con aggiunta di uova, pomodori alle erbe, salmone, cetriolo e feta. Da accompagnare, rigorosamente, con un Macha Green Superboost (succo di mela verde, cetriolo, spinacino, con matcha e spirulina).
Macha Café | Viale Francesco Crispi 15 (MM Garibaldi)

Photo Credits Facebook Moleskine Café

Moleskine Café | L’artistico
Caffè filtrato, tanto design e ovviamente agende e accessori: il brand café di Moleskine è uno spazio arioso, pulito e ricco di ispirazione (e con un eccellente Wi-Fi). Gli ingredienti sono selezionati, il menu ha un’ispirazione vagamente nordica, il caffè e il cappuccino vengono serviti anche in taglia XL (che Dio li benedica). Veniteci a colazione o a pranzo, approfittate dei tavolini all’aperto e ordinate un delizioso One Page Toast con avocado, pomodori confit e uovo poché. Per chi, ogni tanto, ama sentirsi artista!
Moleskine Café | Corso Garibaldi 65 (MM Lanza/Moscova)

Photo Credits Instagram @mantrarawvegan

Mantra Raw | Il crudista
Di questo locale vegan crudista abbiamo già parlato nella nostra guida ai locali veg di Porta Venezia (la trovate qui). “Il ristorante che non cuoce niente” propone anche una sua versione raw del celebre Avocado Toast, con pane crudo ai semi misti, pachino affumicato, finocchio al limone, erbe e fiori. Abbinatelo ad uno dei loro celebri cold pressed juice, per esempio lo Zen Viola, con rapa rossa, mela, zenzero.
Mantra Raw | Via Panfilo Castaldi 21 (MM Porta Venezia/Repubblica)

 

Non dimenticate di raccontarci qual è il vostro preferito!

P.S. se volete sapere quali saranno i prossimi trend del cibo e non trovarvi impreparati sul vostro account Instagram, date un’occhiata qui 🙂

Dove finisce il food, e inizia il cibo: a Ferrara per scoprire tre storie di passione e amore per le cose buone

Ci sono lunedì di fine maggio che non andrebbero sprecati tra scadenze, mail che pretendono risposte ASAP e corse in metropolitana. Bisognerebbe riempirli del profumo dei tigli, con un vento tiepido che accarezza le guance e scompiglia i pensieri. Ancora meglio, mangiando cose buone.

Per riuscirci, occorre prendere le distanze: da Milano, qualche centinaio di chilometri più in là, dove la parola cibo ha ancora un significato (e non è solo la traduzione di food). A Ferrara, per esempio, un territorio ricco di giacimenti enogastronomici ancora da scoprire.

Era proprio questo lo scopo del press tour a cui ho partecipato lo scorso 29 maggio, alla scoperta della Macelleria Rizzieri, della Torrefazione Caffè Penazzi 1926 e di Rukét Chocolate: tre luoghi e tre storie uniti dalla passione per il cibo buono e di qualità.

Ammetto che la prima tappa – la Macelleria Rizzieri di Focomorto (FE) – mi preoccupava abbastanza: non mangio carne da 6 anni (con pochissime eccezioni, da contare sulle dita di una mano), e l’idea di girovagare tra filetti e arrosti non mi entusiasmava. Proprio per questo sono rimasta sorpresa e incantata dal racconto di Lorenzo, figlio del fondatore Maurizio, così pieno di competenza e interesse per il benessere degli animali.
Negli anni ’60, in pieno boom economico e con l’industria alimentare che scopriva polifosfati, nitriti e conservanti vari, Maurizio Rizzieri decide di andare controcorrente: una filosofia produttiva ormai diventata tradizione di famiglia, fatta di amore per il cibo di qualità, rispetto per la natura, attenzione al benessere e all’alimentazione dell’animale, assenza totale di conservanti chimici e glutine. Oggi Maurizio e Lorenzo si dedicano alla lavorazione delle carni con un approccio orientato alla sostenibilità: visitando le stalle personalmente, seguendo l’evoluzione e l’alimentazione di ogni singolo animale. Tutto questo è raccontato anche in un blog ed è supportato da iniziative come la “Giornata in stalla”, una gita presso i fornitori della macelleria aperta ad amici e clienti. Come non amarli, soprattutto dopo che mi hanno preparato un intero, pantagruelico, pranzo vegetariano?

Indispensabile, a quel punto, il caffè. E non uno qualunque: quello della Torrefazione Caffè Penazzi 1926 è davvero unico. Alberto Trabatti, torrefattore bolognese ma ferrarese d’adozione, ama definire il suo caffè “un prodotto artigianale non per tutti, ma solo per chi si apre alla vera conoscenza di questo prodotto. Il Caffè rende liberi e consapevoli!”. Nel suo laboratorio ai margini della città (un luogo altamente instagrammabile, tra caffettiere di ogni forma ed età, scatole di latta, fotografie e caccavelle varie), ci ha raccontato la passione e l’amore per il caffè che lo accompagnano sin da bambino. Fino a quando, nel 2004, ha aperto la sua Torrefazione Artlife Caffè, diventata poi Penazzi 1926 dopo aver per caso scoperto che proprio in quella stessa bottega in Piazza della Repubblica, a Ferrara, un tempo un certo Signor Arrigo Penazzi produceva… del caffè! Un’attività chiusa all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ma che ha ritrovato vita per pura casualità (o per un segno del destino) proprio grazie ad Alberto. Non è una storia magnifica?

Dulcis in fundo, è il caso di dirlo, la visita a Rukét Chocolate, la bottega bean to bar di Sant’Agostino (FE) dove Marco Gruppioni e Alessandro Cesari lavorano le fave di cacao e le trasformano in tavolette di cioccolato. Quello buono, artigianale, lavorato la cura di una volta con l’aiuto di moderne tecnologie. I due Mast Brothers emiliani partono dalla pura origine del gusto e selezionano le migliori materie prime, di cui vengono conservate tutte le proprietà e le qualità. Gli ingredienti sono solo 3: fave di cacao, burro di cacao, zucchero di canna. La gamma spazia dal Cioccolato al latte Repubblica Dominicana 55%, al Cioccolato Bianco con chicchi di caffè dell’Etiopia, al Cioccolato Fondente Tanzania Kokoa Kamili 72%, Haiti Pisa 75%, Honduras Mayan Red 72%, Nicaragua Nugu 70%. Ma la cosa che ho adorato è stata scoprire, sotto il packaging di design (con quel tocco hipster che però non stona), la forma delle tavolette: piccoli quadrati a forma di piramide, che si ispirano al celebre Palazzo dei Diamanti. Genius loci da mangiare!

Visto che valeva la pena lasciare qualche mail in sospeso? 😉

Indirizzi

F.lli Rizzieri 1969 
Via Ponte Ferriani 1,
44123 – Focomorto (FE)

Artlife Caffè Torrefazione Penazzi 1926:
Laboratorio e Spaccio aziendale:
Via G. Bongiovanni 32, 44122 – Ferrara
Punto Vendita – Bottega Storica:
Piazza della Repubblica 27/29, 44121 – Ferrara

Rukét Chocolate 
Via Statale, 120 – 44047 Sant’Agostino
Ferrara (FE)

Women in Food – Alla scoperta di Barcellona con Stefania Talento

Photocredits: In&Out Barcelona

Per visitare una città, lo sappiamo, non c’è niente di meglio che affidarsi a chi la vive ogni giorno. Nessuna guida “classica”, per quanto aggiornata e completa, può sostituire il consiglio di un local, soprattutto quando si tratta di scegliere dove mangiare o dove bere un buon bicchiere: è anche su questi presupposti che la sharing economy, quando si tratta di viaggi, basa il suo successo.

Tutto questo è ancora più significativo se parliamo di città iper turistiche, come Barcellona. Dagli anni ’90, ai tempi delle Olimpiadi, l’ascesa della capitale catalana sembra inarrestabile, con una mole di turisti spesso difficile da gestire. E mentre gli abitanti si ritagliano, non senza qualche difficoltà, spazi di socialità propri, qualcuno ha deciso che era ora di mostrare a tutti, residenti e viaggiatori, il vero volto di questa città magica e poliedrica: abbiamo fatto una chiacchierata con Stefania Talento che, insieme al suo compagno Andreu Font, ha creato In&Out Barcelona. Definirlo blog sarebbe riduttivo: è allo stesso tempo magazine, punto di riferimento a proposito di locali e ristoranti, guida per chi vuole conoscere davvero la città.

Pugliese di nascita, catalana di adozione: quando e come sei arrivata in Catalunya?
Dopo gli studi a Bari e Modena, sono arrivata a Barcellona, 6 anni fa, tramite il progetto Leonardo per fare un tirocinio post-laurea all’estero. L’ironia della sorte è che mi sono laureata con un anno di ritardo proprio perché non riuscivo a superare un esame di spagnolo! Barcellona l’ho scelta praticamente a caso. Ma appena scesa dall’aereo ho avuto subito una bellissima sensazione.
Dopo il tirocinio di 3 mesi, intensissimi, in un’azienda che organizza eventi e congressi per case farmaceutiche e cosmetiche, sono stata assunta per altri 6 mesi.

Come sono stati i primi mesi in città?
Molto impegnativi. Ho frequentato un corso di lingua intensivo e lavoravo con ritmi molto serrati. Per fortuna al lavoro ho conosciuto Andreu, il mio attuale compagno, che ha iniziato a portarmi in giro per la città come una persona del posto – mentre per i primi 3 mesi ho vissuto con la Lonely Planet – dal momento che lui è mezzo catalano e mezzo portoghese.
Mi sono accorta che Andreu conosceva davvero un sacco di posti, e così gli ho suggerito di cominciare a scriverne. Nel 2012, quasi per gioco, è nato In&Out Barcelona, dove IN era riferito ad Andreu, e OUT era riferito a me, che vedevo le cose con lo sguardo della persona che viene da fuori. All’inizio scrivevamo in italiano e spagnolo, poi abbiamo abbandonato l’italiano e al momento scriviamo in spagnolo e inglese.

Photo credits: In&Out Barcelona

Da cosa è nato il sito e come si è evoluto il sito in questi anni?
Alla base c’è l’idea di promuovere tutti quei piccoli progetti che hanno a che fare con il cibo a Barcellona, soprattutto cercando di raccontare ciò che per noi ha valore.
Negli anni poi sono aumentate le richieste di agenzie e aziende che ci invitano a collaborare come partner, ma cerchiamo di mantenere tutto sul piano dell’autenticità perché vogliamo che ciò che è nel blog ci sia perché il progetto è interessante. Per questo motivo non trovate grandi catene: non perché non lavorino bene, ma perché preferiamo ciò che è più contenuto, nato dalla piccola imprenditoria, con una solida base di valori alle spalle. Questo è ancora più importante nel momento in cui molti, in risposta alla crisi, hanno aperto un ristorante senza però esserne in grado.

Al momento il blog è diventato il tuo lavoro; ci racconti questo cambiamento?
Abbandonato il mondo degli eventi, ho iniziato a “giocare” coi social e a studiare il marketing digitale. Dopo l’azienda di eventi in cui avevo cominciato come tirocinante, ho fatto la coordinatrice per British Telecom. Nel frattempo Andreu lavorava in un’agenzia di comunicazione. La vita d’ufficio ci sembrava una gabbia; io contavo le ore che mancavano al ritorno a casa, quando avrei potuto dedicarmi a In&Out Barcellona, che era il progetto che veramente mi dava motivazione e mi faceva “battere il cuore”. Così, con molte incertezze e timori, abbiamo deciso di lasciare il nostro lavoro fisso e di diventare liberi professionisti.
Nel frattempo, circa 2 anni fa, era uscita la prima guida indipendente sui locali di Barcellona scritta insieme a un altro blog, O lo comes o lo dejas. In meno di 2 mesi le 2000 copie che avevamo stampato sono andate sold out, così come gli eventi che abbiamo chiamato Foodie Pop-up experiences, in cui chiedevamo ai nostri chef preferiti di sfidarsi in un benevolo duello con altri chef, creando cene a tema molto particolari.
Per sostenere le attività del blog, inoltre, abbiamo iniziato a gestire i social di alcuni clienti (ristoranti e locali) come social media manager. In&Out amplia i suoi servizi e diventa così un’agenzia di comunicazione non convenzionale, dove alla base della collaborazione c’è sempre una condivisione di valori con i clienti. 

Photo credits: In&Out Barcelona

Quali sono i prossimi progetti di In&Out Barcelona?
La nostra seconda guida, “24 hour Foodie People” è uscita in 2500 copie, anche queste andate a ruba.
Un’altro progetto che ci piace molto è quello legato al vermut, una bevanda buonissima, qui molto diffusa ma poco conosciuta in Italia, soprattutto al di fuori dalle grandi marche. E pensare che a Barcellona è stato diffuso alla fine dell’800 proprio da un italiano, che aprì il primo bar del vermut in stile modernista all’inizio di Paseo de Graçia, creando un forte legame tra Torino e Barcellona. Ci piaceva l’idea di divulgare queste storie, e per questo abbiamo iniziato a creare dei tour del vermut, con assaggi e racconti.  

Photo credits: In&Out Barcelona

E i tuoi progetti personali?
Da settembre partecipo personalmente a Ladies Wine and Design. Nato a New York da Jessica Walsh, illustratrice, è una piattaforma che vuole promuovere la partecipazione delle donne ai vertici dei settori creativi. L’idea di fondo è smettere di lamentarsi e creare dei momenti di condivisione/networking, in cui promuovere talenti femminili da ogni parte del mondo.
Se esci di lì e ti chiedi “cosa farei se non avessi paura?” è già un ottimo un segnale. È così che ho deciso di lasciare il mio lavoro d’ufficio! Servono iniezioni di motivazione, e strumenti per credere che ce la puoi fare. Che puoi fare quello che ti piace, e farlo con felicità.

Perché ho iniziato a ballare il boogie-woogie (e perché dovresti anche tu)

“In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene.” (Nanni Moretti, Caro Diario)

Sono sempre stata scoordinata, o almeno così ho sempre pensato. Da piccola ho provato a praticare mille sport diversi: dalla ginnastica artistica (ma fare il ponte per me era una vera tortura, perché, a dispetto di quello che si crede sui bambini, non tutti sono flessibili e snodati!), al nuoto, al tennis. Che smisi in seconda media, dopo che un maestro chiese a mia madre di portarmi dall’oculista per controllare i miei problemi di vista (ci vedevo benissimo: solo che non riuscivo a intercettare manco per sbaglio le palline).

Forse i miei genitori avrebbero dovuto iscrivermi a un’attività di squadra? Chissà. Fatto sta che alle superiori, dove gli insegnanti di educazione fisica si semplificavano la vita (leggi: si assicuravano uno stipendio facile) facendoci pascolare sul campo di pallavolo, ogni settimana subivo l’umiliazione di essere scelta per ultima nella squadra della classe. A dire il vero non mi preoccupavo molto: al muro e alle schiacciate preferivo i libri e l’arte. Ad un certo punto io e una mia compagna di classe – impedita quanto me – avevamo escogitato uno stratagemma per evitare la selezione, nascondendoci dietro una colonna e passando le restanti due ore a chiacchierare. 

Fino all’età adulta ho sempre avuto questo rapporto conflittuale con le attività sportive – tranne lo sci, in quello sono sempre stata brava – ma allo stesso tempo ho sempre amato ballare. Mi sono sempre buttata in pista senza paura e, stendendo un velo pietoso sulle attività discotecare del sabato pomeriggio negli anni ’90, ho sempre adorato le feste e i luoghi dove potessi dimenarmi in qualche modo più o meno convincente.

A Bologna ho seguito un corso di danza afro, che poi ho proseguito i primi anni a Milano. Poi c’è stata la danza del ventre. E poi ho sposato un uomo che, al nostro primo appuntamento, ha esordito dicendo “sono il più grande ballerino del Triveneto” (in effetti, come non sposare un soggetto del genere). Al nostro matrimonio abbiamo scritturato una band che suona cover e pezzi propri ispirati al rock degli anni ’50 e ’60: mettici l’amore per i vestiti vintage, la fascinazione inevitabile per quegli anni (Mad Men, anyone?), mettici noi che abbiamo sempre improvvisato senza essere capaci di fare i passi giusti, mettici che viviamo a Milano dove c’è un corso quasi per qualunque cosa… ecco che inesorabile è arrivato il corso di Boogie-Woogie.

(questo è il boogie. Noi siamo un po’ meno bravi di così)

I balli swing sono principalmente tre, e derivano tutti dalla stessa matrice: Lindy Hop (anni 20/30), Boogie Woogie (anni 50/60) e Rockabilly Jive (nato negli anni 40 e evolutosi fino agli anni 70). Mi sono chiesta perché piacciono tanto da essere diventati una vera e propria mania, senza contare poi la quantità di festival e raduni: il più famoso, il Summer Jamboree di Senigallia, è ormai un appuntamento fondamentale dell’estate adriatica con un ritorno importantissimo per il territorio. Credo che i motivi siano soprattutto la musica, bella e allegra – non a tutti piace lo struggimento del tango – vestiti e pettinature stilose, e la socialità che inevitabilmente scaturisce da corsi e serate. Soprattutto, penso che ci affascini parecchio il mondo che questi balli evocano: un’epoca di divertimento sfrenato (ve lo ricordate Il Grande Gatsby?) per quello che riguarda il Lindy, e un momento di grandi speranze e possibilità pensando agli anni 50, al Boogie e alla nascita del rock’n’roll.

Ormai sono tre anni che balliamo Boogie, tolta la parentesi gravidanza. Siamo bravi? Un po’. Ci divertiamo, tantissimo. Senza contare che abbiamo una sera alla settimana solo per noi, senza pensieri legati alla bimba, alla casa, al lavoro. Facciamo una cenetta veloce in un posto sempre diverso – ed è anche un modo per provare locali nuovi – e poi svuotiamo la testa, muoviamo il corpo, facciamo circolare endorfine (che poi ci tengono svegli per altre due ore quando torniamo a casa, ma questa è un’altra storia). Conosciamo persone che amano il ballo, spesso giovanissime: loro fanno serata ogni weekend, noi ovviamente no, ma va bene così. Abbiamo scoperto una Milano swing che si ritrova in luoghi bellissimi, come lo Spirit de Milan e la Balera dell’Ortica, e che improvvisa maratone di ballo nei parchi e nelle piazze.
Viviamo la vita a passo di danza, 5-6-7-8, e lo facciamo insieme che è anche più bello.

Vuoi informazioni sui corsi e i locali dove cimentarti con i balli swing? Ecco qualche link utile:
Twist & Shout
Studio Larosa Dance
Rock’n’travel
Mad4Boogie

#amoleggere: il 23 aprile si festeggia la Giornata Mondiale del Libro

Il 23 aprile 2017 si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore, un’iniziativa Unesco nata per evidenziare la potenza dei libri e promuovere la visione di una società basata sulla conoscenza, inclusiva, pluralista, equa, aperta e partecipativa per tutti i cittadini.

“Si dice che da come una società tratta le persone più vulnerabili si possa misurare la sua umanità. Quando si applica questa misura alla disponibilità di libri per persone con disabilità visive e con disabilità fisiche o di apprendimento, ci troviamo di fronte a ciò che può essere descritto solo come una “carestia di libri”.” 

Così Irina Bokova, Direttore Generale Unesco, introduce l’edizione di quest’anno, dedicata alla sensibilizzazione sull’accesso ai libri da parte di chi soffre di disturbi dell’apprendimento o presenta disabilità fisiche. 

“Secondo l’Unione Mondiale dei Ciechi, circa 1 su 200 persone sulla Terra – 39 milioni di noi – non possono vedere. Altri 246 milioni hanno una vista notevolmente ridotta. Queste persone […] possono accedere a circa il 10% di tutte le informazioni scritte e delle opere letterarie. […] La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, e gli obiettivi di sviluppo sostenibile, segnano un cambiamento di paradigma nel riconoscere il diritto delle persone disabili ad accedere ai libri, alla conoscenza e alla vita culturale partendo da basi comuni a quelle degli altri.
Nell’ambito della convenzione, l’UNESCO sta lavorando per promuovere una migliore comprensione delle questioni legate alla disabilità e mobilitare il sostegno al riconoscimento della dignità, dei diritti e del benessere delle persone con disabilità, e dei benefici della loro integrazione nella società.”

Anche in Italia saranno molte le iniziative dedicate a questa giornata: le potete trovare in rete cercando l’hashtag #amoleggere, da usare in questi giorni per condividere il nostro amore per la lettura.
Amazon, per esempio, permette di donare a Save the Children per sostenere la campagna “Illuminiamo il futuro“, contro la povertà economica ed educativa: in Italia oltre 1 milione di bambini vive in povertà assoluta, e oltre alla mancanza di mezzi materiali, sperimenta quella di opportunità formative (come visitare un museo, andare ad un concerto, fare sport). Una povertà che li priva della possibilità di costruirsi un futuro, o anche solo di sognarlo. Per questo Save the Children ha creato i “Punti Luce” nei quartieri più svantaggiati delle città. Spazi in cui studiare, esprimersi e crescere. 

Cogliendo l’occasione dell’evento internazionale dedicato al libro, inoltre, inizia in anticipo di una settimana Il maggio dei libri, l’iniziativa nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore della lettura come strumento di crescita personale, civile e sociale. Dal 23 aprile al 31 maggio enti locali, privati, scuole, festival, cinema, librerie, biblioteche, carceri, editori, associazioni culturali, istituti sanitari, negozi e molte altre realtà, saranno riunite dal claim “Leggiamo insieme”, accompagnato dall’immagine di Guido Scarabottolo. Il tema della campagna è la lettura come strumento di benessere: leggere fa bene, è piacevole e salutare. I libri permettono di migliorarsi nei contesti più disparati aprendo nuove prospettive e arricchendo il nostro bagaglio esperienziale e culturale.
[E, nel nostro caso, sono anche buoni da mangiare! (Date un’occhiata al nostro archivio di ricette letterarie)].

A questo proposito, proprio domenica alle 10.00, nella Sala Gothic del padiglione 4 della fiera di Milano, è in programma la tavola rotonda “La lettura come strumento di benessere”, alla W di Wonder nello speciale alfabeto di Tempo di Libri: Romano Montroni, Stefano Bolognini, Rachele Bindi, Antonio Calabrò, Nicola Galli Laforest, Stefano Laffi, Ketti Mazzocco, Armando Massarenti e Vito Mancuso discuteranno non solo delle meraviglie della lettura, ma anche e soprattutto delle tipologie e modalità diverse con le quali può essere d’aiuto nelle varie fasi della nostra vita.

Per gli amici romani, invece, l’appuntamento è alla Galleria Nazionale, dove alle 11 è prevista una visita guidata gratuita alla Biblioteca del museo, alla scoperta del ricco patrimonio librario tra antichi volumi e rare riviste di arte. Dal 23 aprile, inoltre, il libro diventa protagonista con uno spazio di book-sharing nella Sala delle Colonne, l’area accoglienza a ingresso gratuito della Galleria: i visitatori sono invitati a portare e a leggere i propri libri dei sogni per cominciare a dare corpo a quello che diventerà un punto di scambio, condivisione e arricchimento. Per l’occasione, il biglietto d’ingresso è ridotto a 5€ per i visitatori che porteranno i propri #LibriDiSogni per il nuovo angolo book-sharing.

Tanti motivi, insomma, per dire #amoleggere: raccontateci il vostro! Noi intanto vi lasciamo con una bonus track che ci ha fatto sorridere e un po’ commuovere (è una pubblicità, ma vale davvero la pena vederla).

Se Milano avesse il mare – Mini guida ai ristoranti e bistrot pugliesi a Milano

In principio furono le trattorie con le tovaglie a quadri e le foto dei trulli, che ammiccavano a un turista tutto spiagge e caciocavallo, ma soprattutto facevano leva sulla saudade degli expat, coloro che – magari da un paio di generazioni – avevano lasciato la Puglia per trasferirsi obtorto collo nella città meneghina. “Milanesi del tacco”, rassegnati a condividere la vita agra con la scighera dell’inverno e l’afa dell’estate, consolati da un piatto di orecchiette e da una treccia di mozzarella vera, arrivata direttamente “da giù” tramite le vie dei ristoratori – che come si sa sono infinite.

Poi arrivò la colonizzazione del Salento: quasi un flusso migratorio di segno inverso, concentrato però nei mesi estivi. I milanesi, al ritmo della taranta, scoprivano ciceri e tria, fave e cicoria, pasticciotti e rustici; le tovaglie di lino ricamate, i pomodori appesi per tutto l’inverno, i piatti con il galletto. E, man mano che si tornava a Milano, al lavoro, alla vita frenetica di sempre, nasceva il desiderio di portare con sé non tanto un souvenir, quanto un po’ di quel calore, di quella luce, e di quei sapori pieni, veri.

Così è nata una nuova generazione di locali in cui ritrovare quei piatti, nei quali anche il più incorruttibile dei milanesi poteva aver lasciato un pezzo di cuore, tra arredi di design e pezzi di alto artigianato locale. Noi ne abbiamo selezionati 5 tra i nostri preferiti, per quando abbiamo più che mai bisogno di una Puglia therapy d’urto.

photocredits: ADN Kronos

Pescaria – Pescatori in Cucina
“Un modo tutto nuovo di gustare buon pesce, crudo e fritto”: questa è la promessa che campeggia in home page, e che aleggia tra i banconi e le tavolate comuni che contraddistinguono il locale milanese, tutto sviluppato in lunghezza. È un cult d’importazione, il fratello emigrante del più famoso ristoro di Polignano a Mare, diventato una tappa obbligata per tutti i foodie vacanzieri. Le malelingue che avrebbero scommesso su una carta con prezzi gonfiati a dismisura per il mercato milanese sono rimaste deluse: a fronte di una qualità ottima dei prodotti, i costi sono piuttosto contenuti e non troppo dissimili dall’originale. Rimangono invece immutati i classici piatti che hanno costruito la fama di Pescaria: insieme a crudité (da non perdere i gamberi viola), tartare e fritture, ci sono i celeberrimi panini. Consigliatissimo quello con polpo fritto, accompagnato da cicoria, mosto cotto di fichi, olio alle alici.
Pescaria | Via Bonnet 5 (M5, M2 Garibaldi)

Photocredits: Puglia Bakery&Bistrot

Puglia Bakery & Bistrot – traditional genuine tastes from Puglia
Il “lato B” della Puglia si trova a due passi dai grattacieli della Regione Lombardia, in una zona frequentata durante il giorno da impiegati e professionisti. La caratteristica di questo bel locale luminoso è che tutti i piatti a menu (pizze incluse) sono gluten free e handmade, rendendolo un locale assolutamente adatto a chi soffre di celiachia (con tanto di certificazione AiC).
L’idea di fondo è unire la tradizione delle nonne e mamme pugliesi (queste, praticamente) alla contemporaneità delle formule: ecco allora le Tapas di Puglia, i Crudi di Mare, primi, secondi e pizze che propongono un twist innovativo alle classiche ricette e agli ingredienti tutti di provenienza pugliese.
Puglia Bakery&Bistrot | Via Oldofredi 25 (M3 Sondrio, M2 Gioia)

Photocredits: I Salentini

I salentini – cucineria di mare e di campagna
Mare e campagna delle terre del Salento sono i protagonisti della cucina de I Salentini, uno dei primi locali della new wave pugliese a Milano, attivo in via Solferino dal 2013. Antonio Ingrosso, proprietario insieme a Francesca Micoccio, partiva già dall’esperienza di due rinomati ristoranti in Salento, a Sannicola, provincia di Lecce. A Milano non esisteva nessun altro locale che esprimesse a fondo questo concetto di “salentinità”, dove ogni sapore, ogni profumo, ogni oggetto, trasmette il calore e la tradizione di questa terra.
Grande attenzione è dedicata alle materie prime – dalle verdure selvatiche al pesce di Gallipoli, dall’olio extra vergine d’oliva ai gamberi viola di Gallipoli, ai presidi Slow Food del territorio – e agli arredi, interamente realizzati da artigiani e designer salentini. Il menù è fedele alla cucina salentina tradizionale, rispettando le ricette di una volta, le stesse delle antiche famiglie di pescatori: qui ho assaggiato per la prima volta le “paparine”, piante spontanee del papavero, e ne sono rimasta folgorata!
I Salentini | Via Solferino 44 (M2 Moscova)

Photocredits: Puglia in Brera

Puglia in Brera – osteria tradizionale
Dalla stessa proprietà de I Salentini è nato, da pochi mesi, Puglia in Brera: i piatti si rifanno alle ricette tradizionali dell’intera Puglia e non solo della penisola salentina, mentre rimane invariata l’attenzione alle materie prime da piccoli fornitori artigianali. Anche qui l’arredamento è curato nei minimi dettagli da designer, architetti e artigiani pugliesi, con uno stile semplice, ma prezioso e ricercato: ogni visita non è semplicemente un pranzo o una cena, ma si trasforma in una full immersion in un mondo meraviglioso che racchiude arte, storia, un vitale patrimonio culturale e un ricco valore enogastronomico.
Se ci andate, provate le “Parmigiana alla poverella”, dove la melanzana è fritta senza uovo e viene servita con pomodoro, parmigiano e tanto basilico, come da ricetta della tradizione leccese. Mi ringrazierete!
Puglia in Brera | Via San Carpoforo 6 (M2 Lanza, M3 Montenapoleone)

Photocredits: Santu Paulu Salento Bar

Santu Paulu – Salento Bar
Voglia improvvisa di un pasticciotto e di caffè (Quarta) in ghiaccio? Niente panico, nel cuore di Brera c’è il posto giusto dove placare la vostra crisi d’astinenza di Puglia. Santu Paulu offre ai buongustai una molteplicità di proposte di “cucina veloce” salentina, da assaggiare nel locale o da asporto: la mattina si può fare colazione con un delizioso pasticciotto – anche in versione mini – e una tazza di caffè Quarta, la miscela che da sessant’anni accompagna la storia del Salento. In pausa pranzo si può scegliere tra rustici, frise, e qualche piatto di cucina. E dopo l’ufficio, l’happy hour si riscopre aperitivo, con vini e prodotti tipici del Salento, e magari una performance improvvisata di musica tradizionale.
SANTU PAULU Salento Bar | Via Delio Tessa 2 (M2 Lanza)

Women in Food – Laura La Monaca, aka Dailybreakfast: cambiare vita, una foto alla volta

Photo credits: Laura La Monaca

Ho incontrato Laura – che i più digital di noi conoscono come @dailybreakfast – in una mattina milanese come tante, solo con tantissimo sole in più. Per il resto, le solite co(r)se: colazione di corsa, corsa al nido, qualche telefonata di lavoro, corsa in metropolitana (che per non farmi mancare niente si è pure fatta aspettare 15 minuti per un guasto), corsa all’appuntamento a cui sono arrivata con mezz’ora di ritardo.
Laura mi aspetta seduta a un tavolino di Ofelè, a proposito di colazioni, ed è sorridente e serafica. Le chiacchiere fluiscono, e io mi accorgo che davanti non ho solo una Instagram star, ma una persona vera, fresca, curiosa e genuina, che ama raccontare il mondo attraverso le sue foto e ha la consapevolezza di chi ha saputo dare una svolta alla sua vita facendo, davvero, quello che le piace.

Laura, raccontaci chi sei e cosa fai.
Sono siciliana, catanese, e vivo a Milano dal 2002. Mi sono trasferita qui per studiare, ho frequentato un corso di economia per le arti, la cultura e la comunicazione e ho iniziato poi a lavorare in una agenzia che organizza concerti, prima, e poi in casa editrice. Lavoravo con l’estero, ma dopo 6 anni mi sono trovata a dover rivalutare la mia scelta professionale. Una crisi grazie alla quale ho deciso di seguire le mie passioni: fotografia, food e viaggi.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Oltre al tuo canale Instagram e al blog, collabori con diverse riviste straniere ed italiane. Come sei diventata una blogger e una fotografa professionista?
Nel 2013 sono volata a Londra per seguire alcuni corsi di fotografia. L’anno successivo ho partecipato al Foodblogger Connect, un evento che mi ha dato moltissimo sia in termini di energia che di conoscenze. In particolare, fondamentale è stato il workshop con Monica Bhide, che ci disse una cosa che mi è poi stata utilissima, ovvero che senza un media kit non si va da nessuna parte! E infatti aveva ragione: appena spedii il mio a una rivista internazionale con cui sognavo di collaborare, mi risposero subito con un assignment per l’Italia.
Adesso lavoro con diversi tipi di clienti: aziende italiane e straniere, enti del turismo, riviste. Produco esclusivamente contenuti visivi.

L’idea e il concept del blog invece come sono nati?
Ero in vacanza, in spiaggia, e pensavo a come riorganizzare la mia vita intorno alle mie passioni. All’improvviso mi sono ricordata che, da piccola – a quanto dice mia mamma – la mia prima parola è stata “latte”. Sono sempre stata un’appassionata della colazione! Il blog quindi è nato nel 2012, ma all’inizio è stato molto in sordina. Nel 2014 ho fatto un restyling dei miei canali e ho dato un nuovo impulso al progetto, anche se il mio biglietto da visita rimane sempre Instagram.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

A proposito di Instagram, hai oltre 80mila follower e un seguito sempre crescente. Come gestisci questo canale e come ti relazioni con chi gioca scorretto?
Instagram per me è una vetrina che mi permette di far conoscere a un ampio pubblico il mio lavoro (la maggior parte di loro proviene dall’estero). Sicuramente da quando questo è diventato uno strumento di collaborazione con le aziende, per molti è diventato un’opportunità di guadagno e ci sono stati anche fenomeni di concorrenza sleale: c’è un problema di cultura digitale nelle aziende stesse, che troppo spesso si fermano ai numeri senza guardare la qualità. È un problema che hanno tutti i freelance del mondo della comunicazione, e l’unica soluzione è andare dritti per la propria strada, continuando a produrre contenuti di qualità e senza perdere la propria coerenza.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Su Instagram posso sperimentare e per questo mi piace moltissimo. Sto per lanciare un nuovo progetto a partire dalla città di Porto, dove sono stata invitata per un viaggio press. Non vorrei rivelarvi altri dettagli, seguitemi perché sarà divertente! Lo potete fare proprio in questi giorni cercando #dailybreakfastinportugal.

Thailand
Photo credits: Laura La Monaca

Vuoi dare un consiglio a chi vuole cambiare vita ma si sente un po’ bloccato?
Sarò sincera, non penso che tutti ce la possano fare. Ci vuole molta determinazione e la consapevolezza che intraprendere una carriera di questo tipo comporta una serie di attività molto poco “creative”: la fotografia è la punta dell’iceberg dietro cui ci sono editing, rework, relazioni non sempre facili con i clienti, ma anche fatture e telefonate con il commercialista. Bisogna capire se si è disposti a farsi piacere tutto questo.
Per contro, l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di studiare, studiare sempre, possibilmente con i migliori professionisti (che spesso sono anche i più generosi) e investire costantemente nell’aggiornamento.

Non posso fare a meno di farti un’ultima domanda. È vero che hai inventato l’avo on toast? 🙂
Magari! Questo è uno scherzo tra me e Nina, che mi prende sempre in giro perché al primo FBC a cui ho partecipato avevo postato la foto di un toast con avocado. Lei sostiene che la mania su Instagram sia iniziata lì, chi lo sa! In realtà io a colazione mangio un po’ di tutto, dal pane e Nutella ai noodle 🙂

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Il cioccolato crudo, che forse non esiste ma è così buono (e ci fa bene)

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Photo: gratisography.com

Se anche voi, come me, siete cresciute con lo spauracchio del cioccolato, tanto appagante e confortante, quanto foriero di adolescenziali disgrazie – “fa venire la cellulite, i brufoli e non da ultimo il culone” – ecco, avete un motivo in più per invidiare le nuove generazioni (intendo oltre al fatto che sono tutte magre, vestite bene, sanno mettersi l’eye-liner e, accidenti, sono giovani). Oggi il cioccolato è riconosciuto come superfood, quindi buono, bello e salutare.

Parliamo ovviamente di cioccolato raw, che all’ultimo Salon du Chocolat di Milano è stato, insieme al bean to bar, il leit motiv della manifestazione.
Mettiamo subito le cose in chiaro: il cioccolato crudo, così come definito dalla filosofia crudista, (cioccolato in cui non viene superata la temperatura di 42 gradi in tutta la filiera di approvvigionamento e in tutto il processo produttivo), non si può fare.
Ma se si considera l’obiettivo dell’approccio crudista, ovvero preservare al massimo i nutrienti e le proprietà funzionali delle materie prime utilizzate, ecco che è possibile ottenere un cioccolato lavorato il meno possibile, e che proprio per questo conserva ed espande le sue proprietà organolettiche e preserva tutte le proprietà nutrizionali. Fermentando ed essiccando le fave, e rispettando la catena di temperature naturali dei processi (la temperatura che si può sviluppare nella fermentazione può salire in maniera naturale un po’ sopra i 42 gradi) e tenendo tutte le altre fasi di lavorazione sotto quella temperatura. 

Durante l’evento milanese ho avuto l’occasione di fare due chiacchiere con i ragazzi di Vivoo, un’azienda italiana che da qualche tempo produce una serie di prodotti (barrette, tavolette, creme spalmabili) che avevo adocchiato nei supermercati bio (hanno un bellissimo packaging, e come un’ape con il miele non ho saputo resistere). Da poco, oltretutto, sono sbarcati anche nella GDO con maama, una linea pensata per il grande pubblico.

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Photo: Vivoo

Il cioccolato crudo di Vivoo è biologico e privo di zuccheri raffinati, e già questo basterebbe a farmelo amico. Ma c’è di più: per ottenere un cioccolato “buono, talmente buono da far bene a noi e al nostro pianeta”, le ottime materie prime di partenza vengono lavorate in modo da mantenere intatti gli antiossidanti – polifenoli, catechine ed epicatechine – presenti naturalmente nel cacao. Questo si ottiene evitando di tostare le fave di cacao ad alte temperature, ma semplicemente essiccandole al sole
Inoltre, l’eliminazione della fase di concaggio (ovvero la cottura a 60/80 gradi per 48 ore circa) permette di conservare i fitochimici come la teobromina e l’anandamide, che guarda caso sono le stesse molecole che il nostro cervello produce quando siamo felici o innamorati. Bello no? Pensate a cosa è successo al mio umore quando ho assaggiato la tavoletta fondente 100%!

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Come se non bastasse, gli amici di Vivoo hanno aggiunto ad alcuni dei loro prodotti – in alcune tavolette, tutte le barrette e bites Vivoo e Maama – una serie di superfood esotici e intriganti: baobab, spirulina, pinoli siberiani, reishi, acerola, açai, tutte quelle cosine che fanno bene, insomma, e che forse non vi cambieranno la vita ma sicuramente renderanno più accattivante la vostra pausa snack. E poi, vogliamo mettere la gioia di addentare una tavoletta di cioccolato pensando che ci spianerà le rughe? 😉

La dieta del Presidente

Si dice che siamo quello che mangiamo. E allora cosa mangia Trump per essere quello che è? Il Guardian ha provato a frugare nella dispensa della Casa Bianca. Con risultati sorprendenti.

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“Sei l’uomo più potente del mondo e stai per trasferirti nel palazzo più famoso al mondo, La Casa Bianca. Il tuo staff comprende cinque chef a tempo pieno, ovvero quattro volte più della maggior parte dei ristoranti. Ma cosa è in cima alla tua lista della spesa?
Buste di patatine fritte e tacos, ecco cosa c’è nella lista del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

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Certo, patatine! Quale miglior sostentamento per una giornata da spendere tra decisioni di dubbio gusto e tweet postati alle 3 di mattina?
Jo Travers, dietista e autrice di The Low-Fad diet, è convinta che ci sia una relazione tra ciò che mangia e come agisce il Presidente. E, soprattutto, è particolarmente preoccupata per l’impatto della dieta di Trump (molto carica di cibo spazzatura e praticamente inconsistente in quanto a verdure) sulla sua capacità di pensare.
Tanto per cominciare, Trump non tocca praticamente nulla di tutto ciò che contiene omega-3i grassi buoni presenti nelle noci, pesce azzurro e semi di lino, di cui le nostre cellule cerebrali hanno assoluto bisogno per funzionare. “Il suo corpo – sostiene la Travers – sarà costretto a sostituirli con altri tipi di grassi, che però sono meno fluidi, e riducono la capacità funzionale dei neurotrasmettitori. Con ripercussioni anche sui disturbi dell’umore“… il che potrebbe spiegare una cosa o due!

Pensando alla remota possibilità che, anche se in ritardo, – perché lo sappiamo, è stato molto indaffarato ultimamente – Trump possa lanciarsi in buoni propositi salutari per il nuovo anno,  Travers ha alcuni suggerimenti, in linea con i cibi preferiti dal Presidente.

Circa la prima colazione, che Trump salta se può, o in cui mangia uova e pancetta se costretto, Travers pensa che sarebbe opportuno che “lui reintegrasse le sostanze nutritive il suo corpo non può immagazzinare durante la notte”. Che riducesse la pancetta, “un prodotto industriale ricavato dal maiale, raffinato, dichiarato cancerogeno (rapporto OMS 2016, ndr), per cui il suo rischio di sviluppare questa malattia è alto”. E che avesse un maggiore equilibrio tra proteine e carboidrati. “La sua dieta ricca di proteine può mettere sotto eccessiva pressione i suoi reni, se non beve abbastanza acqua.”

Un pranzo a base di polpettone, uno dei suoi preferiti, è OK secondo Travers, se accompagnato con del pane (e apparentemente lo fa), ancora una volta per l’equilibrio carboidrati-proteine. Meglio sarebbe con del pane integrale: “Il polpettone è fondamentalmente solo carne. Non ci sono fibre necessarie per la salute dell’intestino. E se non si nutrono i batteri intestinali con fibre e frutta e verdura, ci possono essere ripercussioni negative sul sistema immunitario, e addirittura infezioni”.

La cena preferita di Trump oscilla tra un Big Mac o un cesto di pollo fritto KFC. Nessuna  sorpresa, quindi, che Travers metta in guardia dal rischio di sovraccaricare il suo corpo con i grassi trans, che agiscono come grassi saturi, e sono legati al rischio di malattie cardiache. “Una maxi porzione di bistecca”, la scelta preferita di Trump, “non è necessariamente un male, ma il cibo bruciato comporta cambiamenti al nostro DNA, che possono anche causare tumori”.

Secondo la nutrizionista, gli chef della Casa Bianca potrebbero incoraggiare Trump ad abbracciare la regola delle frazioni quando si riempie il piatto. “Dovrebbe essere riempito a metà con frutta e verdura, un quarto con carboidrati e un quarto con proteine.”

Se la chiave per pensare meglio è così semplice, forse sarebbe il caso di provarci, Mr. Trump.”

{Liberamente tradotto da Sue Mesure –  Donald Trump’s Big Macs, bacon and Doritos – deconstructing his diet, The Guardian}