L’ensaimada di Mercè Rodoreda

“Due giorni dopo Valldaura andò di pomeriggio a Can Culleretes. Aveva l’abitudine di andarci a mangiare la panna la vigilia della partenza, quando aveva già la valigia pronta. Era il suo modo di dire arrivederci a Barcellona.
Nel momento in cui era più distratto sentì la voce di Teresa: «Posso sedermi al suo tavolo?» Il cameriere si avvicinò subito: «Come al solito, signora Rovira?». Teresa disse: «Certo, Joan, panna e ensaimada». E mentre poggiava i guanti e la borsetta sulla sedia accanto, disse a Valldaura, che ancora non si era ripreso della sorpresa: «Vede, faccio proprio come lei».

Parlarono del tempo, dei Bergadà, di Joaquim, che Teresa non conosceva. Poi rimasero per un attimo senza saper cosa dire.
Teresa sospirò: «Come dev’essere bello viaggiare…»
Lui le rispose che cominciava a sentirsi stanco di andare in giro per il mondo tutto solo e che aveva sempre avuto paura di sposare una straniera. «A volte va bene, ma non ho mai avuto voglia di provare». A un tratto si ricordò di Bàrbara e arrossì.
Teresa sparse nel piatto la panna con la punta del cucchiaino e mentre lo guardava con gli occhi pieni di falsa innocenza pensò: «Chissà quante storie devi avere in giro per il mondo!». Quasi non parlarono più. Quando si alzarono Valldaura la salutò con rimpianto. Era perduto.

L’indomani, prima di uscire dall’albergo con la valigia, diede ordine che ogni giorno facessero avere dei fiori a Teresa. «Violette; finché ce ne saranno». 

Mercè Rodoreda, Lo specchio rotto

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Un omaggio alla scrittrice sui muri di Barcellona (Les Corts)

Non so come si faccia a dire Arrivederci ai luoghi. Io, che con gli addii non sono mai stata brava e che, per ragioni squisitamente biografiche, temo sempre che in un arrivederci, in fondo, possa sempre mascherarsi un addio con meno coraggio.

Ho molto amato l’autrice de Lo specchio rotto, Mercè Rodoreda, nell’ultimo anno del liceo, quando, con i capelli di due colori, lunghe gonne improponibili e una sigaretta appena rollata tra le dita, leggere i romanzi di questa scrittrice costretta all’esilio per il suo antifascismo, o l’Orwell di Omaggio alla Catalogna, o sognare di essere la Bianca dei film di Ken Loach ci faceva sentire la Rivoluzione più vicina. 

L’impegno era nostro, ma la Rivoluzione, quella che avrebbe scompaginato le nostre vite e ci avrebbe portato via da quel paese immobile, addormentato “a 16 metri sul livello del mare” di Puglia, sarebbe arrivata da fuori. Prima o poi. Sarebbe arrivata da Nord. Noi dovevamo solo farci trovare pronti.
Nel frattempo, potevamo leggere, studiare, incontrarci davanti a scuola, magari occuparla, fumare qualche spinello e bere vino rosso – pessimo, di solito -, sognarla questa Rivoluzione, fare l’amore.

Avevo 17 anni più o meno, ed era questo il clima in cui leggevo la Rodoreda.
Tra qualche giorno ne compio 35.
Tra qualche giorno la mia Rivoluzione diventa maggiorenne. 

Per questo, stamattina, sono venuta a passeggiare tra le stradine e le piazzette di Gràcia, lo splendido quartiere-villaggio a nord della Ciutat Vella a Barcellona, che Mercè Rodoreda ha descritto come nessun altro.
La piazza del Diamante, forse il suo romanzo più famoso, prende il nome proprio da una di queste piazze e i protagonisti si incontrano e innamorano proprio tra una pasticceria e un tendone durante la grande Festa popolare del quartiere.
Ricordo bene le mie sensazioni alla fine del libro: il senso di possibilità, la necessità del cambiamento, e il monito che rinunciare ai cambiamenti che si sentono urgenti e necessari per la propria vita ha un prezzo altissimo.

Penso di essere “salita a Gràcia” oggi, proprio per celebrare il fatto che la Rivoluzione, la mia Rivoluzione sia arrivata. Che ho imparato, in questi ultimi 18 anni verso l’età adulta, che la Rivoluzione, in realtà, non arriva da fuori, e non arriva da Nord.
Sei tu che la fai.
Che “bisogna desiderare l’impossibile perché l’impossibile accada”. E che i desideri, il desiderio, proprio come quello di Valldaura per Teresa, sono l’unica realtà che per me conti davvero.
Che ero una pasionaria e lo sono ancora, 18 anni fa come adesso. Che non so lasciarmi vivere, anche a costo di scelte coraggiose e folli per chi mi guarda da fuori.

Sarò per sempre grata a Barcellona, la città che mi ha riportato a me stessa, alla donna del Sud che sono sempre stata e sarò per sempre. Ai miei bisogni e desideri irrinunciabili. E al mio essere disposta a tutto pur di onorarli.

Tra qualche giorno dovrò tornare a Londra, anche se spero per poco. A differenza di Teresa, non dirò Arrivederci a Barcellona con un’ensaimada con la panna – un trionfo, come leggerete tra poco, di burro e/o strutto, che, come potete immaginare conoscendomi, non mi fa gola per niente (oggi diventa maggiorenne anche il mio non mangiare carne e salumi cominciato 17 anni fa!) – ma mi piacerebbe offrirvene una immaginaria (e quindi del tutto cruelty free!) qui, in una di queste piazzette al sole in cui mi sono fermata a scrivere.
Per spargere insieme la panna con la punta del cucchiaino, e sognare un Valldaura che ci regali “violette, finché ce ne saranno”, avendo il coraggio di dare corpo, azione e sensi al suo desiderio.

ensaimada
Un’ensaimada fatta in casa [Credit: El Comidista]

L’ensaimada

L’ensaimada è il dolce tipico della bellissima isola di Maiorca. Viene venduto in tutte le pasticcerie del luogo in una caratteristica scatola ottagonale, con cui gli abitanti dell’isola amano passeggiare prima di tornare a casa e gustarlo in famiglia, ma ha ormai varcato i confini delle Baleari diventando una delizia da gustare in tutta la Catalogna e Spagna in genere.

Non fa eccezione Barcellona, capitale della Catalogna, nelle cui pasticcerie e caffè, proprio come Teresa e il suo innamorato Valldaura, i catalani amano consumare ensaimadas a colazione o merenda.
Il nome viene dallo strutto di maiale (saïm, in catalano) che le fornisce la caratteristica sofficità e leggerezza. Peculiare la forma a spirale, che la differenzia da tutte le altre brioches.
Caratteristico anche il metodo di preparazione: una volta preparato l’impasto, lo si lascia lievitare per molte ore, quindi lo si tira in uno strato molto fine, che viene poi cosparso di strutto, arrotolato e attorcigliato a spirale (conferendo appunto all’ensaimada l’aspetto finale), prima di lasciarlo a lievitare una seconda volta per diverse ore.
Una volta cotta, l’ensaimada si serve cosparsa di zucchero a velo, accompagnata con panna, o eventualmente farcita (tradizionalmente con cabell d’àngel, una marmellata dolce di zucca).
Molto in voga anche una versione salata, con sobrassada (un salame di maiale e paprica piccante).

Ho tradotto questa ricetta da El Comidista del quotidiano EL PAÍS, seguendo il suggerimento di un’amica catalana che me lo ha raccomandato come molto affidabile. Confesso che, vista la laboriosità del progetto e il fatto che, non potendola poi mangiare, non avrei nemmeno avuto una ricompensa finale, non mi sono cimentata nell’impresa. Se invece tu decidi di lanciarti e regalarti uno spicchio di Catalogna per la colazione del week end, scrivici e facci sapere com’e’ andata!

Ingredienti per una versione senza strutto:

250 g di farina manitoba
60-80gr acqua
1 uovo medio
80g zucchero
6-8 g di lievito fresco per panificazione (panetto)
200 g di burro
olio per impastare
zucchero a velo per guarnire

Procedimento:

  1. Lascia ammorbidire il burro a temperatura ambiente per qualche ora. In una planetaria, mescola lo zucchero con l’uovo, la farina e aggiungi l’acqua a filo. Comincia con 60g e aggiungi i restanti 20 g solo nel caso in cui l’impasto sia troppo duro e grumoso. Togli dalla planetaria e lascia riposare per 5 minuti.  Comincia quindi il caratteristico impasto a intervalli: impasta per 1 minuto, piegandola e impastando sul tavolo da lavoro come fai con il pane, e lascia riposare per 10 minuti.
  2. Ripeti questo procedimento per 3-4 volte, fino ad ottenere una massa molto elastica, liscia e compatta [vedi qui il risultato ottimale]
  3. Alla fine dell’ultimo impasto, aggiungi il panetto di lievito e impasta nuovamente  fino a incorporarlo  del tutto. Lascia riposare per 30 minuti.
  4. Ungi d’olio una superficie di lavoro ampia (almeno 150x100cm) in modo che il tuo impasto non si attacchi. Stendi la pasta con un matterello unto d’olio fino a ottenere un rettangolo di 100×30 cm. Delicatamente, stendi il panetto di burro su tutta la superficie della massa (se ancora freddo, scioglilo con il calore delle mani)
  5. Una volta che l’impasto è ben spalmato di burro, stendilo ulteriormente fino a ottenere un foglio sottilissimo, come una membrana o un’ostia, della dimensione di 140×100 cm. Otterrai uno spettacolo incredibile. Ricorda di ungere continuamente il mattarello con l’olio. (Se la massa si ritira, aspetta un po’ e stendila di nuovo.)
  6. Ungendoti le mani, comincia ad arrotolare la pasta dal lato lungo: otterrai un tubo lungo oltre un metro e di qualche cm di spessore. Lascia riposare il cilindro cosi arrotolato per 25 min.
  7. Prendi una teglia grande, ricoprila di carta forno e comincia ad arrotolare a orma di spirale la tua ensaimada. Ricorda di lasciare abbastanza spazio per lievitare. Mettila in forno spento e lascia lievitare per una notte (12-14 ore).
  8. Il mattino dopo avrà duplicato o triplicato il suo volume, riempiendo gli spazi che avevi lasciato vuoti. (Se la prepari in un clima freddo o ti sembra non sia cresciuta abbastanza, falla lievitare fino a 20 ore).
  9. Preriscalda il forno a 180° e cuoci in forno statico per 18-20 min con un pentolino d’acqua sul fondo del forno.
  10. Lascia raffreddare, cospargi di zucchero a velo e, finalmente, assaggia!

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