Se Milano avesse il mare – Mini guida ai ristoranti e bistrot pugliesi a Milano

In principio furono le trattorie con le tovaglie a quadri e le foto dei trulli, che ammiccavano a un turista tutto spiagge e caciocavallo, ma soprattutto facevano leva sulla saudade degli expat, coloro che – magari da un paio di generazioni – avevano lasciato la Puglia per trasferirsi obtorto collo nella città meneghina. “Milanesi del tacco”, rassegnati a condividere la vita agra con la scighera dell’inverno e l’afa dell’estate, consolati da un piatto di orecchiette e da una treccia di mozzarella vera, arrivata direttamente “da giù” tramite le vie dei ristoratori – che come si sa sono infinite.

Poi arrivò la colonizzazione del Salento: quasi un flusso migratorio di segno inverso, concentrato però nei mesi estivi. I milanesi, al ritmo della taranta, scoprivano ciceri e tria, fave e cicoria, pasticciotti e rustici; le tovaglie di lino ricamate, i pomodori appesi per tutto l’inverno, i piatti con il galletto. E, man mano che si tornava a Milano, al lavoro, alla vita frenetica di sempre, nasceva il desiderio di portare con sé non tanto un souvenir, quanto un po’ di quel calore, di quella luce, e di quei sapori pieni, veri.

Così è nata una nuova generazione di locali in cui ritrovare quei piatti, nei quali anche il più incorruttibile dei milanesi poteva aver lasciato un pezzo di cuore, tra arredi di design e pezzi di alto artigianato locale. Noi ne abbiamo selezionati 5 tra i nostri preferiti, per quando abbiamo più che mai bisogno di una Puglia therapy d’urto.

photocredits: ADN Kronos

Pescaria – Pescatori in Cucina
“Un modo tutto nuovo di gustare buon pesce, crudo e fritto”: questa è la promessa che campeggia in home page, e che aleggia tra i banconi e le tavolate comuni che contraddistinguono il locale milanese, tutto sviluppato in lunghezza. È un cult d’importazione, il fratello emigrante del più famoso ristoro di Polignano a Mare, diventato una tappa obbligata per tutti i foodie vacanzieri. Le malelingue che avrebbero scommesso su una carta con prezzi gonfiati a dismisura per il mercato milanese sono rimaste deluse: a fronte di una qualità ottima dei prodotti, i costi sono piuttosto contenuti e non troppo dissimili dall’originale. Rimangono invece immutati i classici piatti che hanno costruito la fama di Pescaria: insieme a crudité (da non perdere i gamberi viola), tartare e fritture, ci sono i celeberrimi panini. Consigliatissimo quello con polpo fritto, accompagnato da cicoria, mosto cotto di fichi, olio alle alici.
Pescaria | Via Bonnet 5 (M5, M2 Garibaldi)

Photocredits: Puglia Bakery&Bistrot

Puglia Bakery & Bistrot – traditional genuine tastes from Puglia
Il “lato B” della Puglia si trova a due passi dai grattacieli della Regione Lombardia, in una zona frequentata durante il giorno da impiegati e professionisti. La caratteristica di questo bel locale luminoso è che tutti i piatti a menu (pizze incluse) sono gluten free e handmade, rendendolo un locale assolutamente adatto a chi soffre di celiachia (con tanto di certificazione AiC).
L’idea di fondo è unire la tradizione delle nonne e mamme pugliesi (queste, praticamente) alla contemporaneità delle formule: ecco allora le Tapas di Puglia, i Crudi di Mare, primi, secondi e pizze che propongono un twist innovativo alle classiche ricette e agli ingredienti tutti di provenienza pugliese.
Puglia Bakery&Bistrot | Via Oldofredi 25 (M3 Sondrio, M2 Gioia)

Photocredits: I Salentini

I salentini – cucineria di mare e di campagna
Mare e campagna delle terre del Salento sono i protagonisti della cucina de I Salentini, uno dei primi locali della new wave pugliese a Milano, attivo in via Solferino dal 2013. Antonio Ingrosso, proprietario insieme a Francesca Micoccio, partiva già dall’esperienza di due rinomati ristoranti in Salento, a Sannicola, provincia di Lecce. A Milano non esisteva nessun altro locale che esprimesse a fondo questo concetto di “salentinità”, dove ogni sapore, ogni profumo, ogni oggetto, trasmette il calore e la tradizione di questa terra.
Grande attenzione è dedicata alle materie prime – dalle verdure selvatiche al pesce di Gallipoli, dall’olio extra vergine d’oliva ai gamberi viola di Gallipoli, ai presidi Slow Food del territorio – e agli arredi, interamente realizzati da artigiani e designer salentini. Il menù è fedele alla cucina salentina tradizionale, rispettando le ricette di una volta, le stesse delle antiche famiglie di pescatori: qui ho assaggiato per la prima volta le “paparine”, piante spontanee del papavero, e ne sono rimasta folgorata!
I Salentini | Via Solferino 44 (M2 Moscova)

Photocredits: Puglia in Brera

Puglia in Brera – osteria tradizionale
Dalla stessa proprietà de I Salentini è nato, da pochi mesi, Puglia in Brera: i piatti si rifanno alle ricette tradizionali dell’intera Puglia e non solo della penisola salentina, mentre rimane invariata l’attenzione alle materie prime da piccoli fornitori artigianali. Anche qui l’arredamento è curato nei minimi dettagli da designer, architetti e artigiani pugliesi, con uno stile semplice, ma prezioso e ricercato: ogni visita non è semplicemente un pranzo o una cena, ma si trasforma in una full immersion in un mondo meraviglioso che racchiude arte, storia, un vitale patrimonio culturale e un ricco valore enogastronomico.
Se ci andate, provate le “Parmigiana alla poverella”, dove la melanzana è fritta senza uovo e viene servita con pomodoro, parmigiano e tanto basilico, come da ricetta della tradizione leccese. Mi ringrazierete!
Puglia in Brera | Via San Carpoforo 6 (M2 Lanza, M3 Montenapoleone)

Photocredits: Santu Paulu Salento Bar

Santu Paulu – Salento Bar
Voglia improvvisa di un pasticciotto e di caffè (Quarta) in ghiaccio? Niente panico, nel cuore di Brera c’è il posto giusto dove placare la vostra crisi d’astinenza di Puglia. Santu Paulu offre ai buongustai una molteplicità di proposte di “cucina veloce” salentina, da assaggiare nel locale o da asporto: la mattina si può fare colazione con un delizioso pasticciotto – anche in versione mini – e una tazza di caffè Quarta, la miscela che da sessant’anni accompagna la storia del Salento. In pausa pranzo si può scegliere tra rustici, frise, e qualche piatto di cucina. E dopo l’ufficio, l’happy hour si riscopre aperitivo, con vini e prodotti tipici del Salento, e magari una performance improvvisata di musica tradizionale.
SANTU PAULU Salento Bar | Via Delio Tessa 2 (M2 Lanza)

Dove fare colazione a Milano: le 5 migliori brioche per iniziare la giornata col sorriso

Credits: www.pavemilano.com
Credits: www.pavemilano.com

Devo cominciare con una confessione.
Anni fa frequentai un corso di panificazione intensivo, molto bello e molto faticoso. In quel corso imparai a fare le brioche col tuppo, quelle siciliane, e i croissant, quelli francesi – parenti dei nostri cornetti. Furono tra i migliori mai mangiati in vita mia, ma la quantità di lavoro richiesta fu veramente ingrata. Per dirla alla milanese: un vero sbatti.

È vero che per molto tempo abbiamo vissuto sotto l’assedio di orrendi cornetti industriali congelati, aromatizzati al gusto brioche e unti di grassi non ben identificati. Con buona pace di chi se n’è accorto solo dopo il servizio di Report, per fortuna da qualche anno panifici, bar e pasticcerie che hanno a cuore le nostre papille gustative e il nostro risveglio sono corsi ai ripari, e a Milano sempre più facilmente si riescono a mangiare brioche di ottima fattura. Insomma, non è necessario lavorare per ore in cucina e pensare che, con meno di 2€, si possono mangiare delle ottime brioche (nome generico sotto al quale, per comodità, radunerò croissant e cornetti) mi fa sentire piuttosto fortunata.

Qui vi racconto le mie cinque brioche milanesi preferite, rigorosamente non in ordine. La selezione è molto soggettiva e si basa sui miei gusti, ovvero: brioche non troppo dolci, non farcite, con la quantità giusta di grassi (né troppi, né troppo pochi, giusto per essere scientifici).
Ecco allora dove mangiare un’ottima brioche a Milano, per una colazione che magari non farà spuntare il sole, ma almeno un sorriso sì.

Credits: Facebook Pavè
Credits: Facebook Pavè

1. Pavé | Brioche Vegana
Sai che originale! Consigliare Pavé per la colazione è come consigliare di bere quando si ha sete, ok, ma la brioche vegana l’avete provata? Non che sia una novità il prodotto in sé, ma è davvero difficile trovarne una buona e, soprattutto, senza grassi di origine incerta o peggio margarina.
Qui si può. La vegana è semplicemente perfetta nella sfogliatura e nel gusto, soffice al punto giusto, per niente unta. Viene proposta anche farcita con marmellata, ma io preferisco sempre la versione liscia. La colazione must che non passa mai di moda.
Pavé | Via Felice Casati 27 (MM Repubblica, Porta Venezia) | Via della Commenda 25 (MM Crocetta)

Credits: Facebook Le Tre Chicchere
Credits: Facebook Le Tre Chicchere

2. Le Tre Chicchere | Brioche Liscia
Le Tre Chicchere è una tranquilla pasticceria di quartiere ai confini dell’Isola. Arredamento curato, posizione tranquilla e soprattutto un’accoglienza calorosa per adulti e bambini (basta poco: qualche seggiolone, spazi non troppo sacrificati, e il fasciatoio in bagno). Niente ammiccamenti hipster, qui, ma un menu semplice a colazione, brunch e pranzo, oltre alle immancabili merende, tutto autoprodotto. Le brioche sono eccellenti: del genere che chiamerei “super burro”, leggermente croccanti, per niente dolciastre. Per una colazione tranquilla e Instagram-free.
Le Tre Chicchere | Via Boltraffio 12 (MM Zara)

Credits: Instagram @cafegorille
Credits: Instagram @cafegorille

3. Cafè Gorille | Pain au Chocolat
È vero, avevo detto “non farcite”. Ma per il Pain au Chocolat del Gorille sono disposta a fare un’eccezione (e poi, stiamo pur sempre parlando di cioccolato!). Addentatelo e magicamente vi sentirete in una boulangerie parigina. D’altronde il Gorille è uno dei miei locali preferiti e non ne faccio mistero: ai piedi del Bosco Verticale, è un posto accogliente, luminoso e con tutto quello che serve, dal wifi per lavorare al fasciatoio con i pannolini di cortesia (per le mamme distratte come me). Veniteci per una colazione di lavoro indulgente.
Cafè Gorille | Via G. de Castillia 20 (MM Isola, Gioia)

Credits: www.ca-turati.it
Credits: www.ca-turati.it

4. Ca’ Turati | Brioche alla Canapa
Nel traffico dell’asse Repubblica-Turati, si apre un’ampia vetrina su strada che cela un locale ben più ampio e fornito. Ca’ Turati potrebbe non saltare all’occhio frettoloso (e puntato sullo smartphone) del milanese medio in marcia verso il lavoro, ma una volta scoperto può diventare un punto di riferimento per colazioni da re.
La scelta delle brioche è molto ampia, tutte prodotte da una realtà artigianale pugliese che lavora con materie prime eccellenti: una combinazione di farine (kamut, Senatore Cappelli, grano arso, canapa, integrale) e farciture (marmellate anch’esse provenienti dalla Puglia, creme fatte al momento) da far girare la testa.
La mia preferita è ovviamente liscia, con farina di canapa. Morbida e con un retrogusto pungente, è l’unica a cui potrei concedere l’abbinamento con una marmellata, magari di mela cotogna.
Per chi ha bisogno di una pausa ancora prima di iniziare (anche perché per il Cynar è un po’ prestino).
Ca’ Turati | Via Filippo Turati 40 (MM Repubblica, Turati)

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Credits: Facebook Panificio Davide Longoni

5. Panificio Davide Longoni | Brioche liscia
Di Davide Longoni abbiamo già parlato qui. È il mio maestro di panificazione e io amo ogni cosa che fa e, soprattutto, come lo fa: con passione, cultura, leggerezza e sincerità. Il suo pane è una poesia croccante, dove nulla è lasciato al caso. Si parte con la cura e la selezione delle materie prime (è stato uno dei primi a riscoprire e a promuovere i grani antichi), poi ovviamente c’è il lievito madre, il tempo, e il risultato. Eccellente e mai scontato.
La stessa cura e passione (e stessa pasta madre) le ritroviamo nelle brioche che si possono gustare nel suo panificio bistrot, in una via tranquilla di Porta Romana. D’estate, è impossibile non accomodarsi ai tavolini sparsi nel piccolo orto-giardino, ma anche l’interno – sebbene di spazi un po’ sacrificati – è molto piacevole. Anche qui andiamo sul classico: nella brioche liscia la sfogliatura è molto evidente, il gusto leggermente dolce ma mai troppo. In questa stagione, vi concedo anche di variare con una fetta di panettone artigianale, che merita davvero l’assaggio.
Per cultori del lievito madre.
Panificio Davide Longoni | Via Gerolamo Tiraboschi 19 (MM Porta Romana)

E voi, dove amate far colazione con cappuccio e brioche?

Dove mangiare vegetariano e vegan a Milano: Porta Venezia veg district

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photo credits: Joia

La Casbah di Buenos Aires è da sempre il posto dove assaggiare il migliore zighinì di Milano: la comunità africana qui è numerosa, una presenza storica che tra i palazzi liberty si è affermata, negli anni, con alcuni dei nomi cult della cucina etnica meneghina.
Ma Porta Venezia oggi, anche dal punto di vista dell’offerta gastronomica, è molto di più: pasticcerie di altissima qualità (il nome Pavé vi dice niente?), gelaterie d’eccellenza (ovviamente, Gelato Giusto), ristoranti e bistrò sono disseminati per il quartiere insieme a librerie, spazi per l’arte e piccole botteghe che convivono fianco a fianco con le grandi catene dello shopping in corso Buenos Aires. Soprattutto, colpisce la concentrazione in pochi metri di un’offerta vegetariana e vegan di grande qualità e varietà: insomma, Porta Venezia è il luogo ideale dove assaggiare la cucina veg in tutte le sue declinazioni.

Ecco i nostri 5 ristoranti vegetariani e vegani preferiti nella zona, una piccola selezione per tutti i gusti e tutte le tasche.

photo credits: Joia
photo credits: Joia

1. Joia – Via Panfilo Castaldi 18
Partiamo dal top della categoria: la cucina vegetariana stellata di Pietro Leeman è ormai un’istituzione in città. Qui si viene per fare una vera e propria esperienza sensoriale, in un ambiente pulito ed essenziale (solo un tantino anni ’80). La cucina naturale è ai massimi livelli, curata da uno chef che ha fatto dell’alimentazione sana (secondo le scuole dell’antroposofia, della dietetica cinese e dell’ayurveda) non solo la sua ispirazione ai fornelli, ma soprattutto la sua filosofia di vita.
Il menu degustazione di base offre una panoramica piuttosto completa della ricerca di Leeman e della sua squadra, un gioco di scoperte in cui si viene volentieri accompagnati dal personale di sala, premuroso al punto giusto.
Il piatto da provare: Gong, un dessert multisensoriale (vermicelli di castagne con salsa di cachi, spuma vaporosa, crumble croccante, contrasti delicati di lamponi e di menta). Ve lo portano accompagnato da un piccolo gong per coinvolgere anche l’orecchio!
Da segnalare: non conosco un solo onnivoro che sia rimasto scontento dopo una cena qui.

photo credits: Instagram @mantrarawvegan
photo credits: Instagram @mantrarawvegan

2. Mantra Raw – Via Panfilo Castaldi 21
Da poco meno di un anno, a due passi dal Joia, ha aperto il primo ristorante raw vegan di Milano. Un locale minimale ma allo stesso tempo accogliente, dove si viene per tutti i pasti della giornata: dalla colazione all day long con grawnola e yogurt di anacardi o açai bowl, alla pausa pranzo con le coloratissime insalate, alla cena con una carta che cambia in base alla stagione. Si può anche fare la spesa nel piccolo market, acquistando snack, superfood ed estratti a freddo in versione take away.
La presentazione dei piatti è eccellente così come la qualità delle materie prime, e la perizia nella lavorazione a crudo degli ingredienti. Il risultato sono piatti colorati e gustosi, capaci di far ricredere anche i più scettici.
Il piatto da provare: Il rotolo di peperone essiccato, con crudités, avocado, salsa allo zenzero.
Da segnalare: non venite qui con l’amico che ama le abbuffate. Le porzioni sono giuste, ma non pantagrueliche.

photo credits: Radicetonda
photo credits: Radicetonda

3. Radicetonda – Via Lazzaro Spallanzani 16
Radicetonda è il primo locale vegano certificato biologico: qui tutto è ovviamente di stagione e di provenienza biologica o biodinamica, con un’attenzione particolare per l’approvvigionamento a filiera corta. 
La formula è quella, consolidata, di molte tavole calde vegan presenti in città: un ampio bancone con proposte che cambiano di giorno in giorno, tra cereali, verdure e proteine vegetali. Si può comporre il proprio piatto, che ha un costo fisso contenuto, con tre diversi elementi, oppure ordinare una zuppa o un veggie burger. La differenza rispetto ad altri locali è la cura degli ambienti e della presentazione, ma anche una maggiore varietà nei piatti, sempre gustosi.
Il piatto da provare: dolci, biscotti e cioccolatini preparati senza zuccheri raffinati. Buonissime le palline di cocco raw al limone.
Da segnalare: il locale è aperto anche a cena, con un menu alla carta e la possibilità di prenotare.

photo credits: Flower Burger

4. Flower Burger – Viale Vittorio Veneto 10
È l’ultimissimo aperto in ordine di tempo. Flower Burger è la prima veganburgheria gourmet di Milano, nata dall’idea di Matteo Toto, giovane imprenditore under 30, insieme alla chef Viola Berti, concorrente di Masterchef 2014. Punto di incontro “tra lo spirito salutista e gli amanti delle salse”, come si definiscono loro, il locale è già un must per gli hipster cittadini, ma non vi preoccupate: vi tratteranno bene anche se non avete la barba e i baffi a manubrio.
Dimenticate i colori spenti: tutto è multicolor, dalle pareti che ammiccano alla cultura hippy e ai bei tempi di Yellow Submarine, ai vegan burger, serviti in cassettine di legno. Il tocco in più lo dà il pane – di diversi tipi – fatto in casa.
Il piatto da provare: le patate alla paprika sono meravigliose e sono già diventate il mio comfort food preferito di quest’inverno!
Da segnalare: il locale è piuttosto piccolo e non ci sono i servizi igienici.

photo credits: Modalità Demodé
photo credits: Modalità Demodé

5. NUN Taste of the Middle East – Via Lazzaro Spallanzani 36
Inserire un locale che fa kebab all’interno di un itinerario dedicato ai ristoranti vegetariani della zona potrebbe sembrare una mossa azzardata. La verità è che non stiamo parlando di un kebabbaro qualunque, ma di un locale dedicato alla cucina mediorientale in tutte le sue sfaccettature. Non ho esitazioni a scrivere che, da NUN, si mangia uno dei migliori falafel di Milano!
Ideato da 8 amici con origini in 3 diversi continenti, è un locale luminoso e arredato con gusto. La formula è  panino + contorno + bibita a un prezzo competitivo, considerata la qualità degli ingredienti, da consumare in loco o take away. Per il panino, ci si può affidare a quelli proposti dagli chef (per esempio il Vegan, con falafel, babaganoush, insalata israeliana, insalata verde e capperi), oppure usare la fantasia abbinando ripieni, salse e condimenti.
Il piatto da provare: la mia combinazione preferita è pane arabo con falafel, hummus, cipolle rosse crude, olive e pomodorini.
Da segnalare: aperto fino alle 23, è un ottimo rifugio per il dopo teatro.

Piccolo itinerario genovese, tra street food e botteghe

Renzo Piano romeo e julienne
Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
paterna, stretta al cuore.
(da G. Caproni, Litania)

Genova è casa. Come tra innamorati, spesso ci litigo e magari non la voglio vedere per un po’. Ma tant’è poi ci torno sempre, perché Genova è di una bellezza così commovente che poi quando sei lontano ti struggi di nostalgia: noi genovesi sappiamo benissimo cos’è la saudade.

A giugno sono tornata e ne ho approfittato per godermi un po’ la mia città, da abitante. E mi sono riappropriata di gesti, voci, luci (la luce di Genova! Com’è diversa da quella di Milano, così… mediterranea), colori, profumi e naturalmente sapori, quelli che si trovano per le strade del centro storico, fra botteghe e street food poco cool e molto vero. Ecco un piccolo itinerario per chi vuole approfittare di qualche giorno di vacanza, tra una spiaggia e l’altra, o dopo una visita al famoso Acquario.

La colazione (ma anche l’aperitivo, il pranzo, la merenda) è rigorosamente al Caffè degli Specchi, rifugio amato da intellettuali, poeti, drammaturghi (e golosi). Dino Campana, a proposito, scriveva: “Entro una grotta di porcellana/sorbendo caffè/guardavo dall’invetriata/la folla salire veloce.” 

A pochi passi c’è la Drogheria Torielli, un must per gli appassionati di spezie (tutte!), in cui perdersi tra bustine, fiale, vasetti di polveri, tè, essenze, sapone di Aleppo.

 

Ancora tappe golose: l’Antica Sciamadda per la farinata più buona della città e il Gran Ristoro per un panino gourmet.


Imperdibile poi la Friggitoria Carega in Sottoripa, ideale per una merenda (o un pranzo leggero), da consumare con le mani nell’area del Porto Antico, proprio di fronte: pignolini e panissa vista mare!
Indirizzi
Caffè degli Specchi
Salita Pollaiuoli 43r
Drogheria Torielli
Via San Bernardo 32
Antica Sciamadda
Via San Giorgio 14r
Gran Ristoro
Sottoripa 27rFriggitoria Carega
Sottoripa 113r
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Cose di un luogo che si imparano nei bar – Amsterdam Edition

Amsterdam romeo e julienneQuella del baretting è un’arte amena, sottile, meno facile di quel che sembra. Ci vuole pazienza, occhio, a volte colpi di fortuna. Andar per locali e baretti potrebbe essere frainteso come il girovagare ozioso del viaggiatore pigro, che preferisce stare seduto a bere e mangiare invece che spezzarsi la schiena tra l’incedere lemme delle visite ai musei e il passo da maratoneta indispensabile per non perdersi neanche un monumento.

Io, che in gioventù ho peccato spesso di stacanovismo da viaggio, con il tempo – e con la vecchiaia che rende saggi, oltre che stanchi – ho imparato che spesso bevendo un caffè o consumando un pasto si impara tanto quanto visitando un museo. Nelle pause caffè cerco lo spirito e la cultura di un popolo: cosa si beve o si mangia, quanto, come, con chi? Eccolo qui il genius loci.

Ma trovare i posti giusti è il punto critico; occorre seguire il proprio naso (anche in senso letterale), o affidarsi ai consigli di un local, di chi una città la vive o l’ha vissuta da abitante. Come abbiamo fatto noi ad Amsterdam.

Nei locali di Amsterdam ho visto una ricerca costante tra gusto e design. Il gusto delle mille contaminazioni, dalle Colonie e ritorno, in un meticciato culturale davvero sorprendente per una città di dimensioni tutto sommato ridotte: si mangia indonesiano, come al piccantissimo Kantjil, oppure indiano, turco, cinese, thai, o un mix mediterraneo-mediorientale, come al Bazaar, ottima sosta eclettica per riprendersi dalle compere in De Pijp, all’interno di una sinagoga sconsacrata. I sapori del mondo convivono amabilmente con quelli più classicamente dutch: imperdibile la crostata di mele di Winkel.

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Nella capitale olandese si mangia benissimo tutto ciò che è bio e veggie, ma senza fighetterie inutili o sovrapprezzi ingiustificati. C’è addirittura una sorta di self-service in chiave organic: si chiama La Place e mi ha ricordato  in qualche modo Whole Foods.
Qui però vincono i mercatini – come quello di Noordemarkt o quello di Westerpark – dove naturalmente si può mangiare e incontrare amici e non; dove tutti sono sorridenti e i weekend sembrano davvero weekend. Gli olandesi sono lucertole, che appena spuntano due raggi di sole tutti fuori di casa, anche con un semplice pouf spostato dal salotto all’uscio.

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E il design. Da quello ti accorgi che sei più vicino al Nord Europa, nella sua funzionalità essenziale: il pragmatismo dell’Ikea, che ci ha insegnato che davanti a un mobiletto da montare siamo tutti uguali – mediamente incapaci – ma anche quello dei grandi architetti e designer che uniscono bellezza, comodità ed ergonomia in poche, semplici linee. È impressionante la cura dei dettagli che ogni locale regala al visitatore: ci si sente accolti in posti veri, che hanno anima e carattere.
Insuperabile, in questo, De Bakkerswinkel, bakery che offre pasti semplici e gustosi a tutte le ore del giorno. Se invece si parla di anima, Moeders è un bar di Amélie in Hollandaise Sauce: con l’horror vacui delle pareti, piene di foto di mamme, e le stoviglie tutte diverse, tutti doni di chi ha partecipato all’inaugurazione del locale, è adorabile.

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Nei bar di Amsterdam ho visto un popolo rilassato, amante della socialità, internazionale. In una città bellissima e storta, dove il problema che ho incontrato più spesso è stato trovare un palo libero per legare la bici o scegliere quale concerto andare a sentire la sera. Un posto civile, abitato da persone civili. O sarà che quando viaggiamo siamo tutti più felici?

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I locali citati, e molti altri, si trovano sulla mia lista Amsterdam su Foursquare.

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Breakfast lovers’ special: dove (e perché) fare colazione a Berlino

Brandenburger tor berlin

Berlino sorprende ogni volta per la sua capacità di essere una città davvero per tutti: bambini, adulti, studenti, giovani artisti o aspiranti tali, expat. Ogni quartiere ha la sua anima, il suo mood, i suoi personaggi e, ovviamente, il suo cibo, con una netta prevalenza di ristoranti fusion di origine asiatica, secondi solo per numero a quelli italiani. Non mancano poi mercati contadini, market biologici, deliziosi localini vegan, per chi si sente più green: i miei preferiti li ho mappati qui, ma è solo una piccola selezione dell’incredibile varietà di offerta della capitale tedesca.

E, se il buongiorno si vede dal mattino, le colazioni berlinesi sono semplicemente fantastiche. Prima di segnalarvi alcuni indirizzi da non perdere, ecco alcuni motivi (se ce ne fosse bisogno) per dedicare del tempo al primo pasto della giornata, se decidete di visitare Berlino:

  1. Il caffè. La new wave del caffè che ha colpito tutto il nord Europa è arrivata anche qui. Sono finiti gli anni ’90, quando si girava per ore per trovare all’estero un caffè decente o che almeno non sembrasse acqua sporca: a Berlino, come in tante altre città europee da Londra a Copenhagen, si beve un caffè buonissimo quasi ovunque. Azzardo: migliore di quello della media dei bar italiani, e a un prezzo che non si discosta molto dalla tazzina al bancone a cui siamo abituati.
  2. Il cibo. Scordatevi il cornetto (spesso surgelato). Grazie anche, probabilmente, a una normativa meno stringente in materia di somministrazione di cibo, in moltissimi caffè è possibile gustare dolci homemade genuini e gustosi, spesso in versione vegan, e una varietà di piatti salati (sandwich, uova, open toast) di tutto rispetto.
  3. L’atmosfera e i servizi. Il wi-fi, tanto prezioso per chi visita la città e vuole consultare mappe e percorsi dei mezzi pubblici, è diffuso quasi ovunque ma non ostentato. Non troverete tanto facilmente schiene curve su minuscoli schermi da 3 pollici, né sguardi alienati davanti a un pc. I berlinesi sembrano godersi il tempo a loro disposizione in altri modi, magari con una rivista o semplicemente facendo due chiacchiere con chi è seduto al tavolo con loro.

Questa volta ho soggiornato a Prenzlauerberg: per questo la maggior parte delle colazioni che vi consiglio è in quella zona, che però è molto ben collegata con il resto della città. Enjoy your breakfast!

Betty'n Caty BerlinBetty’n Caty Knaackstraße 8, 10405 Berlin
Un caffè ricco di dettagli vintage, dal pavimento a scacchi bianco e nero, alle poltroncine della nonna, ai tavoli che sembrano presi direttamente da un giardino inglese: Betty’n Caty è il posto ideale dove trascorrere un’oretta a osservare gli abitanti del quartiere gustando un ottimo porridge con banane e mirtilli o un toast con avocado e uova. Il menu è molto più vasto, ma si va sul sicuro: è tutto buonissimo!
Da non perdere nei dintorni: la libreria St. George’s, dove sprofondare nella lettura di un libro (in inglese) sulle consumate poltrone di pelle.

 

No Fire No GlNo fire no glory Berlinory Rykestraße 45, 10405 Berlin
“Coffee love is true love”. Così si presenta questo locale sobrio e pulito, e ho tutte le ragioni di credere che i suoi proprietari siano davvero innamorati. Qui potete scegliere tra quattro diverse miscele per il vostro filtered coffee, e tra quattro diversi metodi di preparazione. Se invece preferite il classico cappuccino, non vi deluderà: erano anni che non ne bevevo uno così buono. Da mangiare, piccoli sandwich di pane integrale con ingredienti freschi e biologici, ottimi croissant, torte di diversi tipi.
Da non perdere nei dintorni: il mercato delle pulci al Mauerpark, che si tiene la domenica mattina e attrae centinaia di berlinesi, turisti e artisti di strada. Spulciare tra gli scatoloni pieni di cianfrusaglie è un vero divertimento!

CK Cafè BerlinCK Cafè Marienburger Straße 49 (Prenzlauer Allee), 10405 Berlin
Un’altra tappa imperdibile per gli amanti del caffè, questo piccolo bar di quartiere vanta opere di artisti locali alle pareti e un ottimo banana bread. Da provare anche la carrot cake! Rilassato e rilassante, prima di una visita culturale o di un giro di shopping.
Da non perdere nei dintorni: a poche fermate di tram si trova lo Scheunenviertel, il quartiere ebraico di Berlino che è diventata ormai una zona hip e trendy. Tra vestigia storiche, monumenti all’assenza, nuove sinagoghe, piccoli caffè all’aperto e botteghe creative.

 

A. Horn BerlinA. Horn Carl-Herz-Ufer 9, 10961 Berlin
Questo caffè nella zona ovest di Kreuzberg è specializzato nella colazione: di diverse misure, vegetariana e non, dolce e salata, troverete di sicuro la vostra, da accompagnare con bagel artigianali e una tazzona di Matcha Latte.
Da non perdere nei dintorni: Un giro a piedi nel quartiere più alternativo di Berlino, con gli occhi ben aperti per scoprire le opere di street art più interessanti.

Bonus tip: chiunque ami la cucina non può assolutamente prescindere da un giro da Kochhaus. (Schönhauser Allee 46 –
10437 Berlin). In questo store gli ingredienti sono divisi per ricette, che si possono scegliere in base ai propri gusti e dieta, dall’antipasto al dessert. Per sapere di cosa sto guardando, guardate qui. Imperdibile!

Fuoco, ghiaccio e Scandinavian design: l’Islanda a tavola

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Acqua, aria, terra, fuoco: ci sono pochi posti dove i quattro elementi alchemici che modellano il mondo sono presenti in tutta la loro potenza. L’Islanda è uno di questi: un luogo in cui la Natura dispiega tutta la sua forza, fino quasi a sentirsene sopraffatti. Ma non è un sentimento negativo. Sentirsi una parte di questo tutto, anche se una minuscola parte, non fa che destare meraviglia. Viaggiare in Islanda è un modo per riconnettersi con l’essenza delle cose, e di noi stessi.

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Tra una camminata su un ghiacciaio e un bagno in una piscina calda naturale, dopo un trekking in cima a un vulcano o una sessione di whale watching, capita di voler scendere con i piedi per terra, e di passare dalla contemplazione del trascendente all’immanente di un buon piatto caldo: ma che cosa si mangia in Islanda?
Ad essere sinceri, le attrattive dell’isola non comprendono la tavola. Il clima rigido e la terra sterile rendono difficili le colture, anche se la penuria aguzza l’ingegno e, grazie all’enorme bacino di energia naturale, molti ortaggi e frutti vengono fatti crescere in serre geotermiche. Può quindi capitare di girare per un supermercato e trovare pomodori e cetrioli 100% Icelandic. (Parlando di supermercati, è consigliabile non dimenticare mai sciarpa e berretto prima di entrare: i reparti frigo non esistono, al loro posto ci sono intere stanze per latticini, carne, pesce e verdura dove la temperatura viene tenuta a 4°!).

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Se l’ortofrutta non è proprio il fiore all’occhiello della produzione islandese, va decisamente meglio con pesce e latticini. In particolare, nessuna colazione islandese che si rispetti può prescindere da un vasetto di Skyr, un formaggio cremoso derivato dal latte acido e molto simile allo yogurt, con un sapore del tutto peculiare. È pieno di batteri che fanno bene ed è una vera coccola prima di affrontare il freddo o le lunghe traversate in macchina. È così buono che crea dipendenza, il che è un vero problema perché non lo troverete al di fuori dell’isola!

Iceland Romeo e Julienne

Il pesce è certamente la risorsa più abbondante ed eccellente tra quelle che l’Islanda offre, tanto che l’economia di questo piccolo paese si fondava quasi esclusivamente sulla pesca fino a una trentina di anni fa – prima, cioè, che gli islandesi scoprissero il mercato finanziario e le sue peggiori deviazioni.
Merluzzi, aringhe, trote, salmoni, crostacei e molluschi sono solo alcune delle meraviglie ittiche dell’isola: tutto è freschissimo, oltre che sicuro, data la scarsa presenza di inquinanti nelle acque islandesi. Spesso, mangiando in qualche caffè o ristorante, troverete tutta questa bontà riunita in una zuppa di pesce saporita e ricca (la panna non viene lesinata, quindi attenzione per chi è intollerante al lattosio).

Leggenda vuole poi che gli islandesi siano anche ghiotti di hákarl, ovvero carne di squalo putrefatta: in realtà non è un piatto così diffuso, anche se in alcune zone i menu dei ristoranti lo offrono abbinato a shot di acquavite dalla gradazione alcolica improbabile. Io l’ho assaggiato, sa di crosta di formaggio con retrogusto di ammoniaca: solo per stomaci forti, quindi, ma poi potrete vantarvene con gli amici.

Iceland Romeo e Julienne

Anche se la cucina non è la principale ragione di un viaggio in Islanda, vale comunque sempre la pena – e talvolta è necessario – entrare in un locale a ristorarsi: spesso sono luoghi estremamente caldi ed accoglienti, arredati con semplicità e gusto in puro stile nordico. Potreste scoprire angoli di Scandinavian design in luoghi pressoché disabitati, dove le persone sono distaccatamente gentili e incuriosite da tutti i viaggiatori che capita di incontrare. Oppure potreste stupirvi della quantità e qualità di localini cool che affollano le strade del centro di Reykjavik, capitale piccola ma vivace e un po’ hipster, dove si può sorseggiare dell’ottimo caffè filtrato e provare qualche buon piatto semplice – sandwich, insalate e hamburger in stile anglosassone, e pasticceria di derivazione danese: caffè in stile newyorkese, ostelli che diventano sale concerto improvvisate, piccoli pub affollati (ricordate 101 Reykjavik?), ristorantini hippy e caffetterie-lavanderia piene zeppe di libri.

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E a proposito di libri, l’Islanda è il Paese al mondo dove, in proporzione al numero di abitanti, si stampano e si leggono più libri, con un tasso di analfabetismo pari allo zero. Un motivo in più per amarlo!

A proper tea. Il paradiso del tè esiste e si chiama Sri Lanka

Ceylon Tea Plantations

Under certain circumstances there are few hours in life more agreeable than the hour dedicated to the ceremony known as afternoon tea – Sir Henry James, The Portrait of a Lady

Nell’immaginario collettivo una tazza fumante è associata alla ritualità anglosassone, al freddo del Nord Europa, o al minimalismo zen giapponese. Ma quanti sanno che i tè più pregiati arrivano da un paradiso tropicale? Io stessa mi ero posta poche volte il problema, fino a che non sono arrivata nel Paradiso del tè, lo Sri Lanka: un gioiello della natura e di cultura millenaria, l’isola risplendente in mezzo all’Oceano indiano, l’antica Ceylon. Ceylon Tea Trails Attraversare la zona centrale e montuosa dell’isola, compresa tra Kandy e Nuwara Eliya, su un lentissimo treno locale, tra piantagioni e montagne svettanti, è poesia. Qui si producono alcune delle varietà di tè migliori al mondo, ed è per puro caso. Il governo coloniale inglese, infatti, aveva deciso che l’isola sarebbe diventata un polo di produzione del caffè. Vennero così piantumate centinaia di migliaia di piante della famiglia delle Coffea, ma qualche anno dopo un parassita ne causò lo sterminio. Sarebbe stata una catastrofe economica, se a un certo Sir James Taylor non fosse venuto in mente di sostituirle con la più robusta Camelia Synensis, la pianta del tè, una specie praticamente indistruttibile e sempreverde. Versatile e produttiva, perché da un’unica specie si ricavano tutti i tipi di tè che conosciamo: quello che cambia, infatti, non è la pianta d’origine ma la lavorazione, che a seconda dei processi dà origine a bevande diverse. Camelia synensis Per ottenere il tè nero, vera istituzione di Ceylon, le foglie vengono raccolte rigorosamente a mano, l’unico modo per rispettare la regola three leaves and a bud, tre foglie e un germoglio: solo le foglie più tenere, quelle sulla sommità del cespuglio, permettono di ottenere il tè più pregiato. I germogli, detti anche silver tips, vengono invece utilizzati esclusivamente per produrre il tè bianco. Three leaves and a bud Una volta raccolte, vengono arrotolate così che la parte superiore e inferiore della foglia entrino in contatto, dando avvio all’ossidazione (processo che non avviene, invece, nella lavorazione del tè verde). Durante la successiva fermentazione, controllando temperatura e umidità, il tè di sviluppa tutti i suoi aromi. Le foglie vengono infine essiccate, ed eventualmente aromatizzate. Altra variabile fondamentale nel definire il gusto del tè (più o meno tanninico) e la quantità di teina presente è l’altitudine: il tè della zona di Nuwara Eliya, per esempio, viene coltivato a oltre 2000 metri di altezza, è più delicato e meno “forte”, mentre quello coltivato più vicino alle coste risulta più amaro e più ricco di teina. Infine, per ottenere il meglio dal nostro tè, è fondamentale imparare a servire “a proper tea”: dimenticate le bustine! L’acqua va fatta scaldare senza arrivare ad ebollizione (idealmente intorno ai 90°), e versata direttamente sulle foglie in una tea pot: dopo 5 minuti il tè si può versare nelle tazze, filtrandolo con un colino. Insomma il tè è una cosa seria, e il tempo che gli dedichiamo è tempo per noi. Enjoy your tea! A proper tea