Women in Food – Alla scoperta di Barcellona con Stefania Talento

Photocredits: In&Out Barcelona

Per visitare una città, lo sappiamo, non c’è niente di meglio che affidarsi a chi la vive ogni giorno. Nessuna guida “classica”, per quanto aggiornata e completa, può sostituire il consiglio di un local, soprattutto quando si tratta di scegliere dove mangiare o dove bere un buon bicchiere: è anche su questi presupposti che la sharing economy, quando si tratta di viaggi, basa il suo successo.

Tutto questo è ancora più significativo se parliamo di città iper turistiche, come Barcellona. Dagli anni ’90, ai tempi delle Olimpiadi, l’ascesa della capitale catalana sembra inarrestabile, con una mole di turisti spesso difficile da gestire. E mentre gli abitanti si ritagliano, non senza qualche difficoltà, spazi di socialità propri, qualcuno ha deciso che era ora di mostrare a tutti, residenti e viaggiatori, il vero volto di questa città magica e poliedrica: abbiamo fatto una chiacchierata con Stefania Talento che, insieme al suo compagno Andreu Font, ha creato In&Out Barcelona. Definirlo blog sarebbe riduttivo: è allo stesso tempo magazine, punto di riferimento a proposito di locali e ristoranti, guida per chi vuole conoscere davvero la città.

Pugliese di nascita, catalana di adozione: quando e come sei arrivata in Catalunya?
Dopo gli studi a Bari e Modena, sono arrivata a Barcellona, 6 anni fa, tramite il progetto Leonardo per fare un tirocinio post-laurea all’estero. L’ironia della sorte è che mi sono laureata con un anno di ritardo proprio perché non riuscivo a superare un esame di spagnolo! Barcellona l’ho scelta praticamente a caso. Ma appena scesa dall’aereo ho avuto subito una bellissima sensazione.
Dopo il tirocinio di 3 mesi, intensissimi, in un’azienda che organizza eventi e congressi per case farmaceutiche e cosmetiche, sono stata assunta per altri 6 mesi.

Come sono stati i primi mesi in città?
Molto impegnativi. Ho frequentato un corso di lingua intensivo e lavoravo con ritmi molto serrati. Per fortuna al lavoro ho conosciuto Andreu, il mio attuale compagno, che ha iniziato a portarmi in giro per la città come una persona del posto – mentre per i primi 3 mesi ho vissuto con la Lonely Planet – dal momento che lui è mezzo catalano e mezzo portoghese.
Mi sono accorta che Andreu conosceva davvero un sacco di posti, e così gli ho suggerito di cominciare a scriverne. Nel 2012, quasi per gioco, è nato In&Out Barcelona, dove IN era riferito ad Andreu, e OUT era riferito a me, che vedevo le cose con lo sguardo della persona che viene da fuori. All’inizio scrivevamo in italiano e spagnolo, poi abbiamo abbandonato l’italiano e al momento scriviamo in spagnolo e inglese.

Photo credits: In&Out Barcelona

Da cosa è nato il sito e come si è evoluto il sito in questi anni?
Alla base c’è l’idea di promuovere tutti quei piccoli progetti che hanno a che fare con il cibo a Barcellona, soprattutto cercando di raccontare ciò che per noi ha valore.
Negli anni poi sono aumentate le richieste di agenzie e aziende che ci invitano a collaborare come partner, ma cerchiamo di mantenere tutto sul piano dell’autenticità perché vogliamo che ciò che è nel blog ci sia perché il progetto è interessante. Per questo motivo non trovate grandi catene: non perché non lavorino bene, ma perché preferiamo ciò che è più contenuto, nato dalla piccola imprenditoria, con una solida base di valori alle spalle. Questo è ancora più importante nel momento in cui molti, in risposta alla crisi, hanno aperto un ristorante senza però esserne in grado.

Al momento il blog è diventato il tuo lavoro; ci racconti questo cambiamento?
Abbandonato il mondo degli eventi, ho iniziato a “giocare” coi social e a studiare il marketing digitale. Dopo l’azienda di eventi in cui avevo cominciato come tirocinante, ho fatto la coordinatrice per British Telecom. Nel frattempo Andreu lavorava in un’agenzia di comunicazione. La vita d’ufficio ci sembrava una gabbia; io contavo le ore che mancavano al ritorno a casa, quando avrei potuto dedicarmi a In&Out Barcellona, che era il progetto che veramente mi dava motivazione e mi faceva “battere il cuore”. Così, con molte incertezze e timori, abbiamo deciso di lasciare il nostro lavoro fisso e di diventare liberi professionisti.
Nel frattempo, circa 2 anni fa, era uscita la prima guida indipendente sui locali di Barcellona scritta insieme a un altro blog, O lo comes o lo dejas. In meno di 2 mesi le 2000 copie che avevamo stampato sono andate sold out, così come gli eventi che abbiamo chiamato Foodie Pop-up experiences, in cui chiedevamo ai nostri chef preferiti di sfidarsi in un benevolo duello con altri chef, creando cene a tema molto particolari.
Per sostenere le attività del blog, inoltre, abbiamo iniziato a gestire i social di alcuni clienti (ristoranti e locali) come social media manager. In&Out amplia i suoi servizi e diventa così un’agenzia di comunicazione non convenzionale, dove alla base della collaborazione c’è sempre una condivisione di valori con i clienti. 

Photo credits: In&Out Barcelona

Quali sono i prossimi progetti di In&Out Barcelona?
La nostra seconda guida, “24 hour Foodie People” è uscita in 2500 copie, anche queste andate a ruba.
Un’altro progetto che ci piace molto è quello legato al vermut, una bevanda buonissima, qui molto diffusa ma poco conosciuta in Italia, soprattutto al di fuori dalle grandi marche. E pensare che a Barcellona è stato diffuso alla fine dell’800 proprio da un italiano, che aprì il primo bar del vermut in stile modernista all’inizio di Paseo de Graçia, creando un forte legame tra Torino e Barcellona. Ci piaceva l’idea di divulgare queste storie, e per questo abbiamo iniziato a creare dei tour del vermut, con assaggi e racconti.  

Photo credits: In&Out Barcelona

E i tuoi progetti personali?
Da settembre partecipo personalmente a Ladies Wine and Design. Nato a New York da Jessica Walsh, illustratrice, è una piattaforma che vuole promuovere la partecipazione delle donne ai vertici dei settori creativi. L’idea di fondo è smettere di lamentarsi e creare dei momenti di condivisione/networking, in cui promuovere talenti femminili da ogni parte del mondo.
Se esci di lì e ti chiedi “cosa farei se non avessi paura?” è già un ottimo un segnale. È così che ho deciso di lasciare il mio lavoro d’ufficio! Servono iniezioni di motivazione, e strumenti per credere che ce la puoi fare. Che puoi fare quello che ti piace, e farlo con felicità.

Women in Food – Laura La Monaca, aka Dailybreakfast: cambiare vita, una foto alla volta

Photo credits: Laura La Monaca

Ho incontrato Laura – che i più digital di noi conoscono come @dailybreakfast – in una mattina milanese come tante, solo con tantissimo sole in più. Per il resto, le solite co(r)se: colazione di corsa, corsa al nido, qualche telefonata di lavoro, corsa in metropolitana (che per non farmi mancare niente si è pure fatta aspettare 15 minuti per un guasto), corsa all’appuntamento a cui sono arrivata con mezz’ora di ritardo.
Laura mi aspetta seduta a un tavolino di Ofelè, a proposito di colazioni, ed è sorridente e serafica. Le chiacchiere fluiscono, e io mi accorgo che davanti non ho solo una Instagram star, ma una persona vera, fresca, curiosa e genuina, che ama raccontare il mondo attraverso le sue foto e ha la consapevolezza di chi ha saputo dare una svolta alla sua vita facendo, davvero, quello che le piace.

Laura, raccontaci chi sei e cosa fai.
Sono siciliana, catanese, e vivo a Milano dal 2002. Mi sono trasferita qui per studiare, ho frequentato un corso di economia per le arti, la cultura e la comunicazione e ho iniziato poi a lavorare in una agenzia che organizza concerti, prima, e poi in casa editrice. Lavoravo con l’estero, ma dopo 6 anni mi sono trovata a dover rivalutare la mia scelta professionale. Una crisi grazie alla quale ho deciso di seguire le mie passioni: fotografia, food e viaggi.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Oltre al tuo canale Instagram e al blog, collabori con diverse riviste straniere ed italiane. Come sei diventata una blogger e una fotografa professionista?
Nel 2013 sono volata a Londra per seguire alcuni corsi di fotografia. L’anno successivo ho partecipato al Foodblogger Connect, un evento che mi ha dato moltissimo sia in termini di energia che di conoscenze. In particolare, fondamentale è stato il workshop con Monica Bhide, che ci disse una cosa che mi è poi stata utilissima, ovvero che senza un media kit non si va da nessuna parte! E infatti aveva ragione: appena spedii il mio a una rivista internazionale con cui sognavo di collaborare, mi risposero subito con un assignment per l’Italia.
Adesso lavoro con diversi tipi di clienti: aziende italiane e straniere, enti del turismo, riviste. Produco esclusivamente contenuti visivi.

L’idea e il concept del blog invece come sono nati?
Ero in vacanza, in spiaggia, e pensavo a come riorganizzare la mia vita intorno alle mie passioni. All’improvviso mi sono ricordata che, da piccola – a quanto dice mia mamma – la mia prima parola è stata “latte”. Sono sempre stata un’appassionata della colazione! Il blog quindi è nato nel 2012, ma all’inizio è stato molto in sordina. Nel 2014 ho fatto un restyling dei miei canali e ho dato un nuovo impulso al progetto, anche se il mio biglietto da visita rimane sempre Instagram.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

A proposito di Instagram, hai oltre 80mila follower e un seguito sempre crescente. Come gestisci questo canale e come ti relazioni con chi gioca scorretto?
Instagram per me è una vetrina che mi permette di far conoscere a un ampio pubblico il mio lavoro (la maggior parte di loro proviene dall’estero). Sicuramente da quando questo è diventato uno strumento di collaborazione con le aziende, per molti è diventato un’opportunità di guadagno e ci sono stati anche fenomeni di concorrenza sleale: c’è un problema di cultura digitale nelle aziende stesse, che troppo spesso si fermano ai numeri senza guardare la qualità. È un problema che hanno tutti i freelance del mondo della comunicazione, e l’unica soluzione è andare dritti per la propria strada, continuando a produrre contenuti di qualità e senza perdere la propria coerenza.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Su Instagram posso sperimentare e per questo mi piace moltissimo. Sto per lanciare un nuovo progetto a partire dalla città di Porto, dove sono stata invitata per un viaggio press. Non vorrei rivelarvi altri dettagli, seguitemi perché sarà divertente! Lo potete fare proprio in questi giorni cercando #dailybreakfastinportugal.

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Photo credits: Laura La Monaca

Vuoi dare un consiglio a chi vuole cambiare vita ma si sente un po’ bloccato?
Sarò sincera, non penso che tutti ce la possano fare. Ci vuole molta determinazione e la consapevolezza che intraprendere una carriera di questo tipo comporta una serie di attività molto poco “creative”: la fotografia è la punta dell’iceberg dietro cui ci sono editing, rework, relazioni non sempre facili con i clienti, ma anche fatture e telefonate con il commercialista. Bisogna capire se si è disposti a farsi piacere tutto questo.
Per contro, l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di studiare, studiare sempre, possibilmente con i migliori professionisti (che spesso sono anche i più generosi) e investire costantemente nell’aggiornamento.

Non posso fare a meno di farti un’ultima domanda. È vero che hai inventato l’avo on toast? 🙂
Magari! Questo è uno scherzo tra me e Nina, che mi prende sempre in giro perché al primo FBC a cui ho partecipato avevo postato la foto di un toast con avocado. Lei sostiene che la mania su Instagram sia iniziata lì, chi lo sa! In realtà io a colazione mangio un po’ di tutto, dal pane e Nutella ai noodle 🙂

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Women in food – Francesca e la Perla Piave, polenta buona, giusta e sociale

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Ho sposato un veneto, e da quasi 15 anni ormai frequento la regione. Uno dei ricordi culinari delle mie prime visite nel Nord Est è la polenta bianca (con il baccalà!), che a Genova non avevo neanche mai visto – a casa nostra tra laltro si mangiava sempre quella istantanea, sacrilegio! – e di cui ignoravo lesistenza.
Come da stereotipo, i veneti sono proprio dei polentoni e frequentandoli è possibile scoprire 50 sfumature di mais. Spesso si tratta di varietà autoctone e poco diffuse, come la Perla Piave: una polenta farina bianca, leggermente dolce, perfetta con il pesce ma anche nei dolci. Questultima lho conosciuta grazie a Francesca Gottardi, infermiera e agricoltrice, che insieme al suo compagno, Stefano Predebon, ha creato a Romano dEzzelino – a pochi km da Bassano del Grappa – Le Motte del Rio: un progetto che parte dalla permacultura e punta ad arrivare al coinvolgimento della comunità locale.

Come è nata l’idea di coltivare questa varietà di mais?
La scelta di questa varietà di granturco viene dalla passione per la cucina. In passato ho vissuto a Trieste e, ogni volta che Stefano veniva a trovarmi, ci preparavamo gustose cenette di pesce. Un ingrediente però mancava sempre sulla nostra tavola: una buona polenta bianca, che col pesce si sa… è la morte sua! Qualche anno dopo Stefano ha iniziato a coltivare un piccolo orto domestico a Marostica, approcciando sia tecniche tradizionali che non. Da bambina mi piaceva molto aiutare mia madre sia nel lavori di giardinaggio che in cucina, quindi sono stata presto contagiata da questa passione. Produrre il proprio cibo in modo naturale vuol dire avere a disposizione ingredienti molto più variegati e gustosi, oltre che sani. Circa due anni fa infine è arrivata una grande opportunità, la gestione di un terreno di proprietà a Romano d’Ezzelino. Abbiamo quindi deciso di lanciarci in questa avventura e di dedicarci all’agricoltura, non solo per cambiare lavoro, ma anche stile di vita. Stefano era un operaio/imbianchino, mentre io sono un’infermiera e nel primo anno e mezzo abbiamo principalmente studiato e sperimentato nell’orto. Abbiamo seguito molti corsi, che ci hanno arricchiti moltissimo di conoscenze e contatti e grazie ai quali abbiamo conosciuto il mondo della permacultura.

sovescio

Spiegaci meglio che cosa si intende con permacultura.
La permacultura è una metodologia di progettazione volta ad integrare l’uomo e i suoi elementi (abitazione, alimentazione, risorse naturali, relazioni sociali) con l’ambiente. Permette di creare ecosistemi produttivi caratterizzati dalla diversità, flessibilità e stabilità di quelli naturali. Si parte dall’osservazione della natura e si procede progettando ogni elemento, in modo da ottimizzare le risorse materiali e umane ed azzerare gli sprechi. Una fitta rete di relazioni tra gli elementi garantisce la capacità di far fronte ai cambiamenti. E le sue applicazioni non si limitano all’agricoltura e all’edilizia, ma anche a strategie economiche e strutture sociali. Nasce negli anno ’70-’80 in Australia, ma si sta sempre più diffondendo anche qui in Italia. Le realtà progettate secondo questi principi sono però ancora poche, ma le persone che abbiamo incontrato, sia professionisti che semplici appassionati, sono stati fondamentali per la nostra crescita. È un ambiente di persone molto disponibili ed entusiaste, con grandi ideali e tanta voglia di condividere!

C’entra qualcosa con l’agricoltura biologica?
Diciamo che se vuoi coltivare seguendo i principi della permacultura, dovresti fare agricoltura più che biologica! In natura non esistono terreni arati, trattamenti fitosanitari, monoculture… Attualmente trovare un’alternativa al convenzionale è una necessità, non una scelta. Ma se si mantengono le stesse tecniche di coltivazione, sostituendo solamente i prodotti usati con altri di origine naturale, il fallimento è assicurato. La natura è l’unica che adotta strategie talmente perfette da poter far fronte a qualsiasi problema, quindi bisogna ispirarsi a lei. La biodiversità vegetale e animale è il concetto chiave: più completo sarà il tuo ecosistema, maggiore sarà la produttività e resistenza. L’intervento umano si riduce, mentre vengono favoriti i meccanismi naturali. La lavorazione del terreno viene affidata agli organismi terricoli e alle radici, il controllo delle malattie alla fauna e alla disposizione delle piante, la conservazione dell’acqua e della fertilità alla sostanza organica e a tutti i funghi e microrganismi che popolano il terreno. E sebbene ci voglia molto tempo per sviluppare  un ecosistema produttivo completo, i cambiamenti si vedono già di anno in anno. Se nell’orto si introducono semplici elementi come un’aiuola di fiori e aromatiche o un piccolo laghetto con qualche pianta, si attirano immediatamente insetti e altri animaletti, che controlleranno per te le infestazioni delle orticole. Come ultima spiaggia si può comunque ricorre a macerati di piante come l’ortica, l’equiseto o l’aglio. 

pannocchie

Si parla spesso anche di recupero di antiche varietà. È quello che state facendo con la Perla Piave?
Esattamente. La coltivazione del granturco bianco Perla Piave in passato era ampiamente diffusa in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ogni contadino riproduceva le proprie sementi, creando così una miriade di selezioni locali. La nostra farina è fatta con 6 diverse varietà di mais Perla Piave, provenienti dall’Istituto Di Genetica e Sperimentazione Agraria N. Strampelli di Lonigo (VI).
Oggi in vivaio possiamo trovare solo varietà moderne, catalogate nel Registro delle Varietà, e quelle antiche e tradizionali vengono piano piano abbandonate. Fortunatamente, oltre alle banche del germoplasma come quella di Lonigo, esiste una fitta rete di coltivatori e associazioni che, attraverso il libero scambio dei semi, promuove e mantiene questo patrimonio inestimabile. È grazie a loro che abbiamo trovato il nostro granturco bianco e non ci fermeremo certo qui! Esistono moltissime varietà di ogni ortaggio e frutto, con forme, colori e sapori incredibili: un mondo tutto da scoprire non solo come agricoltori, ma anche come consumatori.

Per quanto riguarda la vostra produzione, quanti ettari avete coltivato fin ora e come li avete destinati?
Il nostro terreno è di circa 5 ettari. Prima del nostro arrivo era stato sfruttato per anni con coltivazioni convenzionali, perciò abbiamo iniziato seminando un sovescio, un mix di erbe che ripristina la fertilità del terreno. Poi abbiamo seminato su uno degli ettari un prato stabile, un altro mix di erbe perenni, che sarà la base del nostro frutteto misto. Per ora ne abbiamo progettato un terzo, inserendo moltissime varietà antiche di meli, peri, kaki, fichi, susini, prugni e ciliegi. Gli alberi da frutta saranno intercalati a piante utili non commestibili. Quest’anno abbiamo iniziato a mettere a dimora alcune piante del frutteto, 2 file di asparagi bianchi di Bassano e in 5000 mq circa abbiamo coltivato il nostro granturco Perla Piave, che abbiamo raccolto a mano e selezionato accuratamente sia in campo che in magazzino. In futuro inseriremo orticole, viti da tavola e animali.   

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Da dove viene il nome della vostra azienda, Le Motte del Rio?
È il nome storico della località del nostro terreno. Le motte sono terrazzamenti di origine fluviale e la nostra azienda sorge su quelle scavate dal Rio, un fiumiciattolo che nel 1700-1800 scorreva a Romano d’Ezzelino. Volevamo dare un nome legato al luogo per portarne avanti la storia. Allo stesso modo speriamo di integrarci nella comunità, perchè ci piacerebbe coinvolgerli organizzando feste legate ai raccolti, corsi, mercatini.

Tu sei un’infermiera e continui a fare questo lavoro. Come riesci a conciliare tutto?
Sono libero professionista e lavoro in 2 ambulatori, con gli orari di un part-time. Questo mi permette di dedicarmi anche all’azienda agricola, ma il mio sogno è quello di unire un giorno queste due passioni, inserendo attività di fattoria sociale. La natura ha un grande potere terapeutico per molte patologie e quindi… cambierò solo gli strumenti con cui lavoro!

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Visto che questo è un blog di cucina, ci suggerisci delle ricette con la vostra Perla Piave?Con la nostra farina Perla Piave si può fare la classica polenta, ma anche dolci. Due classiche ricette di dolci veneti a base di mais sono la pinza e i zaeti, ma si possono anche fare altri tipi di biscotti, muffin o la semplice, ma buonissima polenta e latte!

Se volete cimentarvi anche voi, potete ordinare la farina Perla Piave de Le Motte del Rio scrivendo a: lemottedelrio@gmail.com

Buona polenta!

Women in Food – La Cucina del Sole, la prima scuola di cucina italiana di Amsterdam

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Anni fa, in un cineclub di provincia, vidi un film danese in stile Dogma intitolato “Italiano per principianti”. In breve, un gruppo di persone dal vissuto eterogeneo si ritrovava a intrecciare le proprie esistenze ad un corso di italiano, accomunati da una passione per il nostro Paese che negli stranieri trovo sempre molto naïf e commovente. Ovviamente comprendo il motivo per cui un danese è affascinato dall’Italia, ma quello che mi fa sempre un po’ sorridere è questa visione stereotipata della nostra dolce vita, in cui ovviamente rientra anche il cibo.

Per questo, quando ho conosciuto Nicoletta Tavella, ho voluto condividere la sua storia. Che è quella di un’italiana ormai adottata dalla capitale olandese (ci vive da 30 anni, parlando perfettamente la lingua), dove all’inizio degli anni 2000 ha aperto la prima scuola di cucina italiana. E cosa c’è di più rilevante, per raccontare la nostra cultura agli altri popoli?

In attesa di visitarla di persona, questo mese per Women in Food vi racconto di Nicoletta e della sua Cucina del Sole.

Nicoletta, sei genovese di nascita ma hai vissuto un po’ ovunque. Come sei approdata ad Amsterdam?
Hai detto bene. Sono nata a Genova ma con la mia famiglia ci siamo presto spostati in altre città: Palermo, Bologna, Novara, poi Bari dove ho vissuto fino ai miei 22 anni. Qui ho frequentato il liceo classico e ho provato a studiare giurisprudenza, ma non faceva per me e quindi ho cambiato per la Scuola Interpreti. L’esperienza che mi ha cambiato la vita, a 19 anni, è stato l’Interrail, con due amiche del cuore. Dovevamo arrivare a Londra, ma ci siamo fermate ad Amsterdam e lì è scoccato un doppio colpo di fulmine: per la città, che ho adorato da subito, a partire dalla passeggiata che dalla stazione mi ha portato l’ostello; e per un Amsterdammer, conosciuto lo stesso giorno in cui sono arrivata.
Per 3 anni ho fatto avanti e indietro tra la Puglia e l’Olanda, fino a che, un giorno, ho deciso di mollare tutto (università compresa) e partire: a sorpresa per tutti, compreso il mio fidanzato. Da quel giorno, non sono più andata via!

Come hai mosso i primi passi in Olanda?
Per 15 anni ha fatto la traduttrice; pur non avendo finito la scuola ero brava e avevo molto lavoro, soprattutto traduzioni tecniche, computer, software ecc. Era un mercato diverso da quello di oggi.

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E la cucina?
Sono da sempre appassionata di cibo e i tanti anni trascorsi in Puglia hanno lasciato il segno sulla mia cucina: lì c’è un’attenzione e una cura del prodotto che, a mio parere, non si trovano da nessun altra parte del mondo.
Un giorno un’amica mi ha chiesto di tenere delle lezioni di cucina italiana, e il feedback da parte dei partecipanti è stato super positivo. Questo mi ha motivato a continuare, in maniera occasionale. Dopo 2 anni da questo primo esperimento, però, sono entrata in crisi con il mio lavoro: non volevo più fare la traduttrice, era finita la passione e cambiato tutto.
Ho intrapreso allora un percorso spirituale con una coach, per capire che cosa volessi fare davvero. Fino ad allora avevo sempre visto la cucina come un hobby, ma quell’esperienza mi ha aiutato a capire che era la mia strada.

Quando e come hai aperto la tua scuola di cucina italiana?
Dal 2000 tenevo lezioni di cucina e nel 2002 ho aperto la Cucina del Sole. Aprire un’impresa è molto facile in Olanda: in mezza giornata (sic!) si fa tutto, dall’iscrizione alla camera di commercio all’allaccio delle utenze. La legislazione è meno severa in merito alle norme di igiene e gli organi di controllo sono molto più flessibili che da noi, basandosi sempre sulla buona fede degli imprenditori.

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Come funziona la scuola?
Io mi occupo della didattica, scrivo libri e faccio consulenze su ricette e non solo. Inoltre facciamo anche catering su richiesta, anche se la cosa che preferisco è proprio cucinare con la gente, trasmettere ad altri la mia passione e scoprire a mia volta nuove cose. Lavoro con dei collaboratori freelance ma cerco sempre di essere presente a tutte le lezioni!
C’è un calendario di corsi che prevede un ciclo di 4 lezioni sulle basi della cucina italiana, oltre a workshop monotematici sulla cucina regionale, la cucina vegetariana italiana, ecc.
Lavoriamo anche moltissimo con le aziende, proponendo esperienze di team building in cucina.

Raccontami qualcosa dei tuoi clienti. Chi sono? Cosa li spinge a venire da te?
Oltre alle aziende, in generale sono persone che amano la cucina italiana, che ormai è molto diffusa in Olanda. La pasta la mangiano tutti e anche nei supermercati si trovano facilmente ingredienti di buona qualità. Molti però hanno un’idea distorta del nostro cibo: per esempio qui vendono dei mix di erbe “italiane” con dentro di tutto! Oppure, si pensa che i pelati siano una cosa da non usare perché in scatola o in barattolo, oppure che la pasta “fresca” (anche quella plasticosa comprata in vaschetta al supermercato) sia sempre e comunque meglio di quella secca 🙂 Gli olandesi non sono molto per il “less is more”, mentre io cerco di far vedere loro la magia dei pochi, buoni ingredienti con cui si ottengono piatti squisiti, insegno ad usare l’olio extravergine d’oliva, cerco di trasmettere l’amore e cultura del bello e del buono.
E devo dirti anche che ai miei corsi ci sono sempre più uomini che donne! Qui adesso (è una cosa degli ultimi anni, dovuta credo a tutti questi chef televisivi) spesso sono gli uomini che cucinano a casa per la famiglia, molto più delle loro partner.

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C’è qualche episodio che ti è rimasto particolarmente impresso in questi anni?
Una volta abbiamo fatto la festa di addio al nubilato di una ragazza, le invitate erano tutte sulla trentina. A un certo punto una è venuta da me con una cipolla in mano e mi ha chiesto: e io con questa cosa ci faccio?In Olanda c’è tanta gente che non cucina MAI, e che quindi non ha mai sbucciato una cipolla. È in queste occasioni che imparo a “ridimensionarmi”, ossia a non dare per scontato che tutti sappiano – o amino – cucinare. E che realizzo ulteriormente che fare l’insegnante di cucina vuol dire anche insegnare le cose più basilari, che spesso per noi sono del tutto normali e quotidiane.

Ma tu non ti stufi mai di cucinare?
Non mi stufo mai, perché è veramente una passione. Cucino 2 volte al giorno e a casa sono molto più sperimentale. Continuo a inventare ricette, scrivere, leggere, mi interesso al cibo come elemento curativo, al cibo come magia: erbe e spezie mi affascinano sin da quando ero ragazzina.
Inoltre, mi appassionano non solo le nostre cucine regionali ma anche quelle internazionali. Durante i miei viaggi compro sempre libri di cucina locali, dal Messico, all’India, al Vietnam. [Nel 2011 Nicoletta ha condotto “La cucina degli altri”, 40 puntate su Gambero Rosso Channel in cui ha potuto cucinare con gli chef di mezzo mondo NDR].

Che consiglio daresti a chi vuole cambiare strada e seguire le sue passioni, come hai fatto tu?
Il mio consiglio è di non fare l’errore di pensare di essere da sola. C’è sempre qualcuno a cui chiedere consiglio, per me i punti di luce sono le amiche che mi hanno ispirato. Chiedere, guardarsi in giro e saper leggere i segnali che ci arrivano dall’universo. Se non sai qualcosa, chiedi a qualcuno che ne sa più di te!

Women in Food – Donna Fügassa, la vera focaccia ligure alla conquista di Londra

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

[Con questo post inauguriamo la nostra nuova rubrica Women in food. Ogni mese vi racconteremo una storia di donne che hanno fatto del cibo la loro passione e il loro lavoro, in modi spesso inaspettati e insoliti. Enjoy!]

“People often say Italians are crazy. We are not here to deny that! If you put together hopelessly crazy romantics and the determination to take over the world one focaccia at a time, you will get a sense of what Donna Fügassa is about.”

Amici italiani, expat liguri, focaccia lovers di tutto il mondo, tenetevi forte: la nostra amata focaccia genovese, quella grazie alla quale sono ho sviluppato la mia inossidabile dipendenza da carboidrato, quella che ha accompagnato la mia infanzia, adolescenza e gioventù – e che non mi ha mai fatto sentire “tutta ciccia e brufoli” – è sbarcata a Londra. E non solo parla italiano ed è donna, ma ha fatto cadere ai suoi piedi schiere di hipster barbuti, mamme con allegri pargoli al seguito, cervelli in fuga nostalgici e più o meno chiunque capiti a tiro del profumo che arriva dai forni di Donna Fügassa.

A sei mesi dalla sua apertura in Dalston Square – nel cuore di uno dei quartieri più hip di East London, in pieno rinascimento gastronomico e culturale – sono andata a far visita alle ragazze che hanno avuto e realizzato questa idea.

Photography: Phocus Collective | Italian Kingdo
Photography: Phocus Collective | Italian Kingdom

Maia e Alessia sono due giovani imprenditrici italiane, e non potrebbero essere più diverse tra loro. Una bionda e una bruna, una scienziata ambientale con un master in Bocconi e un passato lavorativo come project manager, l’altra scienziata politica con un’esperienza importante nel settore pubblico. Entrambe milanesi con radici in Liguria e una grande passione per questa terra.
Abbiamo incontrato Maia dietro al banco del loro nuovissimo locale per farci raccontare come è nato il progetto e come si sta evolvendo.

Donna Fügassa ha aperto a gennaio di quest’anno. Perché avete scelto proprio di creare un format a base di focaccia, qui a Londra?
Siamo entrambe legate alla Liguria per storia familiare, e nulla secondo noi può rendere una persona più felice che un pezzo di focaccia mangiato in spiaggia, o di una colazione con un cappuccino e una striscia di focaccia da inzuppare nella schiuma. Oltre che essere il nostro spuntino preferito, abbiamo notato anche che qui a Londra la vera focaccia ligure mancava, incredibile a dirsi. Un comfort food italiano, buono, facile: what else?

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

Come è nata l’idea del progetto e quali sono stati i primi passi?
Vivevo a Londra dal 2012, lavoravo nel settore settore Oil&Gas ma quello che facevo a livello lavorativo non mi soddisfaceva più, così ho iniziato a pensare a un mio progetto. Senza lasciare la mia occupazione (a Londra è impossibile vivere senza uno stipendio) ho lavorato giorno dopo giorno questo sogno.
Nel frattempo, mi specializzavo business planning e facevo studi di fattibilità. Quello che mi mancava era un socio, anzi, una socia: il pensiero è andato subito ad Alessia, la mia più cara amica da una vita, anche lei intrappolata (a Roma) in un lavoro che non le piaceva più.
Insieme, poi, abbiamo mosso i primi passi operativi: per un anno ci siamo occupate di catering, ovviamente a base di focaccia, e questo ci ha permesso di farci conoscere durante gli eventi della comunità italiana a Londra e non solo.

Provenite entrambe da esperienze che non sono legate al mondo del food. Come vi siete preparate per affrontare questa avventura? Avete seguito dei percorsi formativi specifici?
Io ho seguito un corso in business planning a Utrecht, che mi ha permesso di confrontarmi in maniera più solida con gli investitori che poi hanno creduto nel progetto.
Ma ovviamente dovevamo imparare e perfezionare la ricetta della focaccia: è stato così che abbiamo scoperto i forni OEM del gruppo Ali, unʼeccellenza italiana che poi abbiamo voluto in negozio. Grazie a loro abbiamo seguito un corso con un maestro panificatore di Recco.

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Photography: Alessandra Spairani

Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Anche se in Inghilterra è molto facile registrare un’attività e ottenere la licenza per la somministrazione di alimenti e bevande, ci sono state difficoltà operative soprattutto per quello che riguarda la location. Innanzitutto la negoziazione del Premium, che è il costo per subentrare al precedente contratto di affitto. È indispensabile affidarsi ad un buon avvocato per ottenere condizioni favorevoli.
Sempre per quanto riguarda la location, il mio consiglio è di affidarsi a un architetto specializzato in food retail per la definizione degli ingombri e dei flussi.
L’aspetto più difficile, però, è crederci tutti i giorni, nonostante lo sconforto, lo stress emotivo e quello finanziario: all’inizio le uscite, a cui vanno aggiunti i costi vivi per sopravvivere senza uno stipendio (ma lavorando moltissime ore al giorno) superano di gran lunga le entrate.
Ma anche grazie al supporto nostri partner e investitori, che abbiamo scelto personalmente e alle cui porte abbiamo bussato con umiltà e determinazione, siamo riuscite a costruire quello che vedete qui.

Nella vostra vetrina vedo teglie traboccanti di focaccia, ma non solo. Quali sono i piatti forti del vostro menu?
Le focacce si vendono al trancio, semplici e farcite, e queste ultime sono le preferite dal pubblico anglosassone (tutte le focacce tra l’altro hanno nomi di donne, amiche e persone importanti per le due fondatrici, NDR). Abbiamo poi farinate e piatti tradizionali italiani, come le lasagne, e poi insalate, dolci e gelato artigianale italiano. I clienti possono inoltre comprare alcuni prodotti da asporto in stile gastronomia, scegliendo tra salumi, formaggi, pasta (Grano Armando, fatta con grano 100% italiano) e naturalmente il pesto fatto in casa.

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

Ormai siete un punto di riferimento per la comunità locale, expat e non solo. Quali legami avete con l’Italia? E quali con la città che vi ospita?
I nostri DJ set ormai sono famosi in tutta Dalston! 🙂 Ma al di là di questi momenti di divertimento, ci piace l’idea di diventare un luogo dove gli expat possano trovare un po’ di casa, e dove la comunità locale possa conoscere la nostra cultura e il nostro cibo, che di quella cultura è una delle espressioni più importanti. Il rapporto con la comunità in cui siamo è fondamentale: al momento, per esempio, stiamo sponsorizzando le attività per i giovani organizzate dall’Hackney Council.
Ci piace anche prestare il nostro spazio a iniziative culturali, come mostre ed esposizioni di artisti locali e italiani: non di sola focaccia vive l’uomo, e per questo vogliamo che Donna Fügassa diventi anche un luogo di creatività e partecipazione.

Grazie a Maia e Alessia! La prossima volta che andate a Londra non dimenticate di passare da Dalston per una colazione a base di cappuccino e focaccia.