La dieta del Presidente

Si dice che siamo quello che mangiamo. E allora cosa mangia Trump per essere quello che è? Il Guardian ha provato a frugare nella dispensa della Casa Bianca. Con risultati sorprendenti.

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“Sei l’uomo più potente del mondo e stai per trasferirti nel palazzo più famoso al mondo, La Casa Bianca. Il tuo staff comprende cinque chef a tempo pieno, ovvero quattro volte più della maggior parte dei ristoranti. Ma cosa è in cima alla tua lista della spesa?
Buste di patatine fritte e tacos, ecco cosa c’è nella lista del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

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Certo, patatine! Quale miglior sostentamento per una giornata da spendere tra decisioni di dubbio gusto e tweet postati alle 3 di mattina?
Jo Travers, dietista e autrice di The Low-Fad diet, è convinta che ci sia una relazione tra ciò che mangia e come agisce il Presidente. E, soprattutto, è particolarmente preoccupata per l’impatto della dieta di Trump (molto carica di cibo spazzatura e praticamente inconsistente in quanto a verdure) sulla sua capacità di pensare.
Tanto per cominciare, Trump non tocca praticamente nulla di tutto ciò che contiene omega-3i grassi buoni presenti nelle noci, pesce azzurro e semi di lino, di cui le nostre cellule cerebrali hanno assoluto bisogno per funzionare. “Il suo corpo – sostiene la Travers – sarà costretto a sostituirli con altri tipi di grassi, che però sono meno fluidi, e riducono la capacità funzionale dei neurotrasmettitori. Con ripercussioni anche sui disturbi dell’umore“… il che potrebbe spiegare una cosa o due!

Pensando alla remota possibilità che, anche se in ritardo, – perché lo sappiamo, è stato molto indaffarato ultimamente – Trump possa lanciarsi in buoni propositi salutari per il nuovo anno,  Travers ha alcuni suggerimenti, in linea con i cibi preferiti dal Presidente.

Circa la prima colazione, che Trump salta se può, o in cui mangia uova e pancetta se costretto, Travers pensa che sarebbe opportuno che “lui reintegrasse le sostanze nutritive il suo corpo non può immagazzinare durante la notte”. Che riducesse la pancetta, “un prodotto industriale ricavato dal maiale, raffinato, dichiarato cancerogeno (rapporto OMS 2016, ndr), per cui il suo rischio di sviluppare questa malattia è alto”. E che avesse un maggiore equilibrio tra proteine e carboidrati. “La sua dieta ricca di proteine può mettere sotto eccessiva pressione i suoi reni, se non beve abbastanza acqua.”

Un pranzo a base di polpettone, uno dei suoi preferiti, è OK secondo Travers, se accompagnato con del pane (e apparentemente lo fa), ancora una volta per l’equilibrio carboidrati-proteine. Meglio sarebbe con del pane integrale: “Il polpettone è fondamentalmente solo carne. Non ci sono fibre necessarie per la salute dell’intestino. E se non si nutrono i batteri intestinali con fibre e frutta e verdura, ci possono essere ripercussioni negative sul sistema immunitario, e addirittura infezioni”.

La cena preferita di Trump oscilla tra un Big Mac o un cesto di pollo fritto KFC. Nessuna  sorpresa, quindi, che Travers metta in guardia dal rischio di sovraccaricare il suo corpo con i grassi trans, che agiscono come grassi saturi, e sono legati al rischio di malattie cardiache. “Una maxi porzione di bistecca”, la scelta preferita di Trump, “non è necessariamente un male, ma il cibo bruciato comporta cambiamenti al nostro DNA, che possono anche causare tumori”.

Secondo la nutrizionista, gli chef della Casa Bianca potrebbero incoraggiare Trump ad abbracciare la regola delle frazioni quando si riempie il piatto. “Dovrebbe essere riempito a metà con frutta e verdura, un quarto con carboidrati e un quarto con proteine.”

Se la chiave per pensare meglio è così semplice, forse sarebbe il caso di provarci, Mr. Trump.”

{Liberamente tradotto da Sue Mesure –  Donald Trump’s Big Macs, bacon and Doritos – deconstructing his diet, The Guardian}

Women in food – Francesca e la Perla Piave, polenta buona, giusta e sociale

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Ho sposato un veneto, e da quasi 15 anni ormai frequento la regione. Uno dei ricordi culinari delle mie prime visite nel Nord Est è la polenta bianca (con il baccalà!), che a Genova non avevo neanche mai visto – a casa nostra tra laltro si mangiava sempre quella istantanea, sacrilegio! – e di cui ignoravo lesistenza.
Come da stereotipo, i veneti sono proprio dei polentoni e frequentandoli è possibile scoprire 50 sfumature di mais. Spesso si tratta di varietà autoctone e poco diffuse, come la Perla Piave: una polenta farina bianca, leggermente dolce, perfetta con il pesce ma anche nei dolci. Questultima lho conosciuta grazie a Francesca Gottardi, infermiera e agricoltrice, che insieme al suo compagno, Stefano Predebon, ha creato a Romano dEzzelino – a pochi km da Bassano del Grappa – Le Motte del Rio: un progetto che parte dalla permacultura e punta ad arrivare al coinvolgimento della comunità locale.

Come è nata l’idea di coltivare questa varietà di mais?
La scelta di questa varietà di granturco viene dalla passione per la cucina. In passato ho vissuto a Trieste e, ogni volta che Stefano veniva a trovarmi, ci preparavamo gustose cenette di pesce. Un ingrediente però mancava sempre sulla nostra tavola: una buona polenta bianca, che col pesce si sa… è la morte sua! Qualche anno dopo Stefano ha iniziato a coltivare un piccolo orto domestico a Marostica, approcciando sia tecniche tradizionali che non. Da bambina mi piaceva molto aiutare mia madre sia nel lavori di giardinaggio che in cucina, quindi sono stata presto contagiata da questa passione. Produrre il proprio cibo in modo naturale vuol dire avere a disposizione ingredienti molto più variegati e gustosi, oltre che sani. Circa due anni fa infine è arrivata una grande opportunità, la gestione di un terreno di proprietà a Romano d’Ezzelino. Abbiamo quindi deciso di lanciarci in questa avventura e di dedicarci all’agricoltura, non solo per cambiare lavoro, ma anche stile di vita. Stefano era un operaio/imbianchino, mentre io sono un’infermiera e nel primo anno e mezzo abbiamo principalmente studiato e sperimentato nell’orto. Abbiamo seguito molti corsi, che ci hanno arricchiti moltissimo di conoscenze e contatti e grazie ai quali abbiamo conosciuto il mondo della permacultura.

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Spiegaci meglio che cosa si intende con permacultura.
La permacultura è una metodologia di progettazione volta ad integrare l’uomo e i suoi elementi (abitazione, alimentazione, risorse naturali, relazioni sociali) con l’ambiente. Permette di creare ecosistemi produttivi caratterizzati dalla diversità, flessibilità e stabilità di quelli naturali. Si parte dall’osservazione della natura e si procede progettando ogni elemento, in modo da ottimizzare le risorse materiali e umane ed azzerare gli sprechi. Una fitta rete di relazioni tra gli elementi garantisce la capacità di far fronte ai cambiamenti. E le sue applicazioni non si limitano all’agricoltura e all’edilizia, ma anche a strategie economiche e strutture sociali. Nasce negli anno ’70-’80 in Australia, ma si sta sempre più diffondendo anche qui in Italia. Le realtà progettate secondo questi principi sono però ancora poche, ma le persone che abbiamo incontrato, sia professionisti che semplici appassionati, sono stati fondamentali per la nostra crescita. È un ambiente di persone molto disponibili ed entusiaste, con grandi ideali e tanta voglia di condividere!

C’entra qualcosa con l’agricoltura biologica?
Diciamo che se vuoi coltivare seguendo i principi della permacultura, dovresti fare agricoltura più che biologica! In natura non esistono terreni arati, trattamenti fitosanitari, monoculture… Attualmente trovare un’alternativa al convenzionale è una necessità, non una scelta. Ma se si mantengono le stesse tecniche di coltivazione, sostituendo solamente i prodotti usati con altri di origine naturale, il fallimento è assicurato. La natura è l’unica che adotta strategie talmente perfette da poter far fronte a qualsiasi problema, quindi bisogna ispirarsi a lei. La biodiversità vegetale e animale è il concetto chiave: più completo sarà il tuo ecosistema, maggiore sarà la produttività e resistenza. L’intervento umano si riduce, mentre vengono favoriti i meccanismi naturali. La lavorazione del terreno viene affidata agli organismi terricoli e alle radici, il controllo delle malattie alla fauna e alla disposizione delle piante, la conservazione dell’acqua e della fertilità alla sostanza organica e a tutti i funghi e microrganismi che popolano il terreno. E sebbene ci voglia molto tempo per sviluppare  un ecosistema produttivo completo, i cambiamenti si vedono già di anno in anno. Se nell’orto si introducono semplici elementi come un’aiuola di fiori e aromatiche o un piccolo laghetto con qualche pianta, si attirano immediatamente insetti e altri animaletti, che controlleranno per te le infestazioni delle orticole. Come ultima spiaggia si può comunque ricorre a macerati di piante come l’ortica, l’equiseto o l’aglio. 

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Si parla spesso anche di recupero di antiche varietà. È quello che state facendo con la Perla Piave?
Esattamente. La coltivazione del granturco bianco Perla Piave in passato era ampiamente diffusa in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ogni contadino riproduceva le proprie sementi, creando così una miriade di selezioni locali. La nostra farina è fatta con 6 diverse varietà di mais Perla Piave, provenienti dall’Istituto Di Genetica e Sperimentazione Agraria N. Strampelli di Lonigo (VI).
Oggi in vivaio possiamo trovare solo varietà moderne, catalogate nel Registro delle Varietà, e quelle antiche e tradizionali vengono piano piano abbandonate. Fortunatamente, oltre alle banche del germoplasma come quella di Lonigo, esiste una fitta rete di coltivatori e associazioni che, attraverso il libero scambio dei semi, promuove e mantiene questo patrimonio inestimabile. È grazie a loro che abbiamo trovato il nostro granturco bianco e non ci fermeremo certo qui! Esistono moltissime varietà di ogni ortaggio e frutto, con forme, colori e sapori incredibili: un mondo tutto da scoprire non solo come agricoltori, ma anche come consumatori.

Per quanto riguarda la vostra produzione, quanti ettari avete coltivato fin ora e come li avete destinati?
Il nostro terreno è di circa 5 ettari. Prima del nostro arrivo era stato sfruttato per anni con coltivazioni convenzionali, perciò abbiamo iniziato seminando un sovescio, un mix di erbe che ripristina la fertilità del terreno. Poi abbiamo seminato su uno degli ettari un prato stabile, un altro mix di erbe perenni, che sarà la base del nostro frutteto misto. Per ora ne abbiamo progettato un terzo, inserendo moltissime varietà antiche di meli, peri, kaki, fichi, susini, prugni e ciliegi. Gli alberi da frutta saranno intercalati a piante utili non commestibili. Quest’anno abbiamo iniziato a mettere a dimora alcune piante del frutteto, 2 file di asparagi bianchi di Bassano e in 5000 mq circa abbiamo coltivato il nostro granturco Perla Piave, che abbiamo raccolto a mano e selezionato accuratamente sia in campo che in magazzino. In futuro inseriremo orticole, viti da tavola e animali.   

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Da dove viene il nome della vostra azienda, Le Motte del Rio?
È il nome storico della località del nostro terreno. Le motte sono terrazzamenti di origine fluviale e la nostra azienda sorge su quelle scavate dal Rio, un fiumiciattolo che nel 1700-1800 scorreva a Romano d’Ezzelino. Volevamo dare un nome legato al luogo per portarne avanti la storia. Allo stesso modo speriamo di integrarci nella comunità, perchè ci piacerebbe coinvolgerli organizzando feste legate ai raccolti, corsi, mercatini.

Tu sei un’infermiera e continui a fare questo lavoro. Come riesci a conciliare tutto?
Sono libero professionista e lavoro in 2 ambulatori, con gli orari di un part-time. Questo mi permette di dedicarmi anche all’azienda agricola, ma il mio sogno è quello di unire un giorno queste due passioni, inserendo attività di fattoria sociale. La natura ha un grande potere terapeutico per molte patologie e quindi… cambierò solo gli strumenti con cui lavoro!

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Visto che questo è un blog di cucina, ci suggerisci delle ricette con la vostra Perla Piave?Con la nostra farina Perla Piave si può fare la classica polenta, ma anche dolci. Due classiche ricette di dolci veneti a base di mais sono la pinza e i zaeti, ma si possono anche fare altri tipi di biscotti, muffin o la semplice, ma buonissima polenta e latte!

Se volete cimentarvi anche voi, potete ordinare la farina Perla Piave de Le Motte del Rio scrivendo a: lemottedelrio@gmail.com

Buona polenta!

Women in Food – La Cucina del Sole, la prima scuola di cucina italiana di Amsterdam

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Anni fa, in un cineclub di provincia, vidi un film danese in stile Dogma intitolato “Italiano per principianti”. In breve, un gruppo di persone dal vissuto eterogeneo si ritrovava a intrecciare le proprie esistenze ad un corso di italiano, accomunati da una passione per il nostro Paese che negli stranieri trovo sempre molto naïf e commovente. Ovviamente comprendo il motivo per cui un danese è affascinato dall’Italia, ma quello che mi fa sempre un po’ sorridere è questa visione stereotipata della nostra dolce vita, in cui ovviamente rientra anche il cibo.

Per questo, quando ho conosciuto Nicoletta Tavella, ho voluto condividere la sua storia. Che è quella di un’italiana ormai adottata dalla capitale olandese (ci vive da 30 anni, parlando perfettamente la lingua), dove all’inizio degli anni 2000 ha aperto la prima scuola di cucina italiana. E cosa c’è di più rilevante, per raccontare la nostra cultura agli altri popoli?

In attesa di visitarla di persona, questo mese per Women in Food vi racconto di Nicoletta e della sua Cucina del Sole.

Nicoletta, sei genovese di nascita ma hai vissuto un po’ ovunque. Come sei approdata ad Amsterdam?
Hai detto bene. Sono nata a Genova ma con la mia famiglia ci siamo presto spostati in altre città: Palermo, Bologna, Novara, poi Bari dove ho vissuto fino ai miei 22 anni. Qui ho frequentato il liceo classico e ho provato a studiare giurisprudenza, ma non faceva per me e quindi ho cambiato per la Scuola Interpreti. L’esperienza che mi ha cambiato la vita, a 19 anni, è stato l’Interrail, con due amiche del cuore. Dovevamo arrivare a Londra, ma ci siamo fermate ad Amsterdam e lì è scoccato un doppio colpo di fulmine: per la città, che ho adorato da subito, a partire dalla passeggiata che dalla stazione mi ha portato l’ostello; e per un Amsterdammer, conosciuto lo stesso giorno in cui sono arrivata.
Per 3 anni ho fatto avanti e indietro tra la Puglia e l’Olanda, fino a che, un giorno, ho deciso di mollare tutto (università compresa) e partire: a sorpresa per tutti, compreso il mio fidanzato. Da quel giorno, non sono più andata via!

Come hai mosso i primi passi in Olanda?
Per 15 anni ha fatto la traduttrice; pur non avendo finito la scuola ero brava e avevo molto lavoro, soprattutto traduzioni tecniche, computer, software ecc. Era un mercato diverso da quello di oggi.

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E la cucina?
Sono da sempre appassionata di cibo e i tanti anni trascorsi in Puglia hanno lasciato il segno sulla mia cucina: lì c’è un’attenzione e una cura del prodotto che, a mio parere, non si trovano da nessun altra parte del mondo.
Un giorno un’amica mi ha chiesto di tenere delle lezioni di cucina italiana, e il feedback da parte dei partecipanti è stato super positivo. Questo mi ha motivato a continuare, in maniera occasionale. Dopo 2 anni da questo primo esperimento, però, sono entrata in crisi con il mio lavoro: non volevo più fare la traduttrice, era finita la passione e cambiato tutto.
Ho intrapreso allora un percorso spirituale con una coach, per capire che cosa volessi fare davvero. Fino ad allora avevo sempre visto la cucina come un hobby, ma quell’esperienza mi ha aiutato a capire che era la mia strada.

Quando e come hai aperto la tua scuola di cucina italiana?
Dal 2000 tenevo lezioni di cucina e nel 2002 ho aperto la Cucina del Sole. Aprire un’impresa è molto facile in Olanda: in mezza giornata (sic!) si fa tutto, dall’iscrizione alla camera di commercio all’allaccio delle utenze. La legislazione è meno severa in merito alle norme di igiene e gli organi di controllo sono molto più flessibili che da noi, basandosi sempre sulla buona fede degli imprenditori.

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Come funziona la scuola?
Io mi occupo della didattica, scrivo libri e faccio consulenze su ricette e non solo. Inoltre facciamo anche catering su richiesta, anche se la cosa che preferisco è proprio cucinare con la gente, trasmettere ad altri la mia passione e scoprire a mia volta nuove cose. Lavoro con dei collaboratori freelance ma cerco sempre di essere presente a tutte le lezioni!
C’è un calendario di corsi che prevede un ciclo di 4 lezioni sulle basi della cucina italiana, oltre a workshop monotematici sulla cucina regionale, la cucina vegetariana italiana, ecc.
Lavoriamo anche moltissimo con le aziende, proponendo esperienze di team building in cucina.

Raccontami qualcosa dei tuoi clienti. Chi sono? Cosa li spinge a venire da te?
Oltre alle aziende, in generale sono persone che amano la cucina italiana, che ormai è molto diffusa in Olanda. La pasta la mangiano tutti e anche nei supermercati si trovano facilmente ingredienti di buona qualità. Molti però hanno un’idea distorta del nostro cibo: per esempio qui vendono dei mix di erbe “italiane” con dentro di tutto! Oppure, si pensa che i pelati siano una cosa da non usare perché in scatola o in barattolo, oppure che la pasta “fresca” (anche quella plasticosa comprata in vaschetta al supermercato) sia sempre e comunque meglio di quella secca 🙂 Gli olandesi non sono molto per il “less is more”, mentre io cerco di far vedere loro la magia dei pochi, buoni ingredienti con cui si ottengono piatti squisiti, insegno ad usare l’olio extravergine d’oliva, cerco di trasmettere l’amore e cultura del bello e del buono.
E devo dirti anche che ai miei corsi ci sono sempre più uomini che donne! Qui adesso (è una cosa degli ultimi anni, dovuta credo a tutti questi chef televisivi) spesso sono gli uomini che cucinano a casa per la famiglia, molto più delle loro partner.

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C’è qualche episodio che ti è rimasto particolarmente impresso in questi anni?
Una volta abbiamo fatto la festa di addio al nubilato di una ragazza, le invitate erano tutte sulla trentina. A un certo punto una è venuta da me con una cipolla in mano e mi ha chiesto: e io con questa cosa ci faccio?In Olanda c’è tanta gente che non cucina MAI, e che quindi non ha mai sbucciato una cipolla. È in queste occasioni che imparo a “ridimensionarmi”, ossia a non dare per scontato che tutti sappiano – o amino – cucinare. E che realizzo ulteriormente che fare l’insegnante di cucina vuol dire anche insegnare le cose più basilari, che spesso per noi sono del tutto normali e quotidiane.

Ma tu non ti stufi mai di cucinare?
Non mi stufo mai, perché è veramente una passione. Cucino 2 volte al giorno e a casa sono molto più sperimentale. Continuo a inventare ricette, scrivere, leggere, mi interesso al cibo come elemento curativo, al cibo come magia: erbe e spezie mi affascinano sin da quando ero ragazzina.
Inoltre, mi appassionano non solo le nostre cucine regionali ma anche quelle internazionali. Durante i miei viaggi compro sempre libri di cucina locali, dal Messico, all’India, al Vietnam. [Nel 2011 Nicoletta ha condotto “La cucina degli altri”, 40 puntate su Gambero Rosso Channel in cui ha potuto cucinare con gli chef di mezzo mondo NDR].

Che consiglio daresti a chi vuole cambiare strada e seguire le sue passioni, come hai fatto tu?
Il mio consiglio è di non fare l’errore di pensare di essere da sola. C’è sempre qualcuno a cui chiedere consiglio, per me i punti di luce sono le amiche che mi hanno ispirato. Chiedere, guardarsi in giro e saper leggere i segnali che ci arrivano dall’universo. Se non sai qualcosa, chiedi a qualcuno che ne sa più di te!

Dalla parte delle bambine, un libro alla volta

[Oggi, 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne]

Fonte: theguardian.com

“The first decade of the 20th century was not a great time to be born black and poor and female in St Louis, Missouri.” Con queste parole si apre Mom&Me&Mom della nostra amata Maya Angelou, che molti londinesi hanno trovato, nei giorni scorsi, tra le banchine e i tornelli del Tube. Della poetessa, scrittrice, intellettuale abbiamo già raccontato qui; e per questo siamo state felici di leggere che, in questo momento di sconforto per chi sostiene la causa delle donne – la batosta delle elezioni presidenziali americane brucia ancora – proprio questo libro sia stato scelto come messaggero delle lotte per l’uguaglianza di genere.

emmawatson4Tutto merito di Emma Watson, che, nei giorni successivi all’elezione di Donald Trump, è entrata in azione nella metropolitana di Londra per questo guerrilla bookcrossing destinato a diventare virale.
Non è la prima volta che l’attrice si espone come paladina delle lotte femministe: l’attrice è ambasciatrice del programma UN Women, e il suo discorso d’inaugurazione della campagna HeforShe, qualche anno fa, è rimasto nei cuori di molte di noi. L’ultima delle sue iniziative è Our Shared Self, bookclub femminista di cui il memoir di Angelou, dedicato al difficile rapporto con la madre, è l’ultimo libro scelto. Come racconta lei stessa, “per il mio lavoro con UN Women, ho iniziato a leggere tutti i libri sull’uguaglianza di genere su cui riuscivo a mettere le mani. […] Ho scoperto così tante cose che, a volte, mi sentivo la testa pronta ad esplodere… così ho deciso di dar vita a un bookclub femminista, per condividere quello che imparo e ascoltare anche il vostro parere.”
Ogni mese viene selezionato un libro e durante l’ultima settimana del mese si apre la discussione, a cui spesso partecipa anche l’autore. Si va da Marjane Satrapi, a Caitlin Moran, a Bell Hooks, e i membri del gruppo sono già oltre 150mila, molte delle quali giovanissime.

L’iniziativa di Emma Watson si rivolge a un pubblico adulto, ma non è la sola che vede i libri come strumento di consapevolezza ed emancipazione. In rete, e non solo, si moltiplicano le risorse per aiutare genitori, insegnanti ed educatori a supportare una generazione di bambine nella loro crescita oltre gli stereotipi.

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Una delle nostre pagine Facebook preferite, per esempio, è A Mighty Girl, una miniera di risorse “per crescere bambine intelligenti, sicure di sé e coraggiose”. La pagina (e il sito) si propongono come la più grande collezione al mondo di libri, film e musica per ispirare le bambine e le ragazze: l’idea da cui nasce è che tutti i bambini (maschi e femmine) dovrebbero avere l’opportunità di ricevere messaggi positivi sul genere femminile e celebrarne le capacità e, in definitiva, tutti dovrebbero poter perseguire i propri sogni. Ogni giorno vengono postate storie di donne che in qualche misura (grande o piccola) hanno contribuito a cambiare il corso della storia, oltre a innumerevoli link di approfondimento e consigli su libri e altri media.

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Un altro progetto molto interessante, e 100% made in Italy, è Il Gioco del Rispetto, nato a Trieste nell’ambito delle attività di prevenzione della violenza di genere e di promozione delle pari opportunità tra uomini e donne: “Molte scuole hanno iniziato dei percorsi formativi per insegnare a studenti e studentesse a rispettarsi fra di loro e rifiutare la violenza, ma la maggior parte di questi interventi avviene nelle scuole primarie, secondarie o superiori, quando cioè gli stereotipi di genere sono già ben radicati tra ragazzi e ragazze e costituiscono terreno fertile per una visione distorta e iniqua dei rapporti tra generi. Per questo motivo il progetto “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” vuole partire dall’età dell’infanzia, quando cioè bambini e bambine sono ancora permeabili ai concetti di libertà di espressione e di comportamento, al di là degli stereotipi.
Bambini e bambine vengono educati a ruoli di genere stereotipati fin dalla nascita, con l’industria e il marketing dei giocattoli che rafforzano questa visione, suddividendo il mondo in rosa e azzurro. Il Gioco del Rispetto si rivolge ai bambini dai 3 ai 6 anni, alle loro famiglie e alle loro scuole, per insegnare, fin da piccoli, il rispetto delle diversità.

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Proprio in questi giorni, invece, stanno arrivando a destinazione le prime copie di Good Night Stories for Rebel Girls – 100 tales to dream big, l’ultimo progetto nato in casa Timbuktu Labs (di due italianissime della Silicon Valley, Francesca Cavallo e Elena Favilli) e interamente finanziato tramite crowdfunding. È un libro per bambini con 100 storie della buonanotte che raccontano 100 donne straordinarie del passato e del presente, illustrato da 100 artiste provenienti da tutto il mondo.

Su Kickstarter ha avuto un successo sbalorditivo, arrivando a superare di gran lunga l’obiettivo iniziale. Io sto aspettando trepidante il mio pacchettino, ma se non avete fatto in tempo a partecipare alla campagna, niente paura: il libro si può ordinare qui. Non arriverà entro Natale, ma sarà comunque un modo per cominciare l’anno nuovo sotto i migliori auspici. Buone letture!

Women in Food – Donna Fügassa, la vera focaccia ligure alla conquista di Londra

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

[Con questo post inauguriamo la nostra nuova rubrica Women in food. Ogni mese vi racconteremo una storia di donne che hanno fatto del cibo la loro passione e il loro lavoro, in modi spesso inaspettati e insoliti. Enjoy!]

“People often say Italians are crazy. We are not here to deny that! If you put together hopelessly crazy romantics and the determination to take over the world one focaccia at a time, you will get a sense of what Donna Fügassa is about.”

Amici italiani, expat liguri, focaccia lovers di tutto il mondo, tenetevi forte: la nostra amata focaccia genovese, quella grazie alla quale sono ho sviluppato la mia inossidabile dipendenza da carboidrato, quella che ha accompagnato la mia infanzia, adolescenza e gioventù – e che non mi ha mai fatto sentire “tutta ciccia e brufoli” – è sbarcata a Londra. E non solo parla italiano ed è donna, ma ha fatto cadere ai suoi piedi schiere di hipster barbuti, mamme con allegri pargoli al seguito, cervelli in fuga nostalgici e più o meno chiunque capiti a tiro del profumo che arriva dai forni di Donna Fügassa.

A sei mesi dalla sua apertura in Dalston Square – nel cuore di uno dei quartieri più hip di East London, in pieno rinascimento gastronomico e culturale – sono andata a far visita alle ragazze che hanno avuto e realizzato questa idea.

Photography: Phocus Collective | Italian Kingdo
Photography: Phocus Collective | Italian Kingdom

Maia e Alessia sono due giovani imprenditrici italiane, e non potrebbero essere più diverse tra loro. Una bionda e una bruna, una scienziata ambientale con un master in Bocconi e un passato lavorativo come project manager, l’altra scienziata politica con un’esperienza importante nel settore pubblico. Entrambe milanesi con radici in Liguria e una grande passione per questa terra.
Abbiamo incontrato Maia dietro al banco del loro nuovissimo locale per farci raccontare come è nato il progetto e come si sta evolvendo.

Donna Fügassa ha aperto a gennaio di quest’anno. Perché avete scelto proprio di creare un format a base di focaccia, qui a Londra?
Siamo entrambe legate alla Liguria per storia familiare, e nulla secondo noi può rendere una persona più felice che un pezzo di focaccia mangiato in spiaggia, o di una colazione con un cappuccino e una striscia di focaccia da inzuppare nella schiuma. Oltre che essere il nostro spuntino preferito, abbiamo notato anche che qui a Londra la vera focaccia ligure mancava, incredibile a dirsi. Un comfort food italiano, buono, facile: what else?

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

Come è nata l’idea del progetto e quali sono stati i primi passi?
Vivevo a Londra dal 2012, lavoravo nel settore settore Oil&Gas ma quello che facevo a livello lavorativo non mi soddisfaceva più, così ho iniziato a pensare a un mio progetto. Senza lasciare la mia occupazione (a Londra è impossibile vivere senza uno stipendio) ho lavorato giorno dopo giorno questo sogno.
Nel frattempo, mi specializzavo business planning e facevo studi di fattibilità. Quello che mi mancava era un socio, anzi, una socia: il pensiero è andato subito ad Alessia, la mia più cara amica da una vita, anche lei intrappolata (a Roma) in un lavoro che non le piaceva più.
Insieme, poi, abbiamo mosso i primi passi operativi: per un anno ci siamo occupate di catering, ovviamente a base di focaccia, e questo ci ha permesso di farci conoscere durante gli eventi della comunità italiana a Londra e non solo.

Provenite entrambe da esperienze che non sono legate al mondo del food. Come vi siete preparate per affrontare questa avventura? Avete seguito dei percorsi formativi specifici?
Io ho seguito un corso in business planning a Utrecht, che mi ha permesso di confrontarmi in maniera più solida con gli investitori che poi hanno creduto nel progetto.
Ma ovviamente dovevamo imparare e perfezionare la ricetta della focaccia: è stato così che abbiamo scoperto i forni OEM del gruppo Ali, unʼeccellenza italiana che poi abbiamo voluto in negozio. Grazie a loro abbiamo seguito un corso con un maestro panificatore di Recco.

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Photography: Alessandra Spairani

Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Anche se in Inghilterra è molto facile registrare un’attività e ottenere la licenza per la somministrazione di alimenti e bevande, ci sono state difficoltà operative soprattutto per quello che riguarda la location. Innanzitutto la negoziazione del Premium, che è il costo per subentrare al precedente contratto di affitto. È indispensabile affidarsi ad un buon avvocato per ottenere condizioni favorevoli.
Sempre per quanto riguarda la location, il mio consiglio è di affidarsi a un architetto specializzato in food retail per la definizione degli ingombri e dei flussi.
L’aspetto più difficile, però, è crederci tutti i giorni, nonostante lo sconforto, lo stress emotivo e quello finanziario: all’inizio le uscite, a cui vanno aggiunti i costi vivi per sopravvivere senza uno stipendio (ma lavorando moltissime ore al giorno) superano di gran lunga le entrate.
Ma anche grazie al supporto nostri partner e investitori, che abbiamo scelto personalmente e alle cui porte abbiamo bussato con umiltà e determinazione, siamo riuscite a costruire quello che vedete qui.

Nella vostra vetrina vedo teglie traboccanti di focaccia, ma non solo. Quali sono i piatti forti del vostro menu?
Le focacce si vendono al trancio, semplici e farcite, e queste ultime sono le preferite dal pubblico anglosassone (tutte le focacce tra l’altro hanno nomi di donne, amiche e persone importanti per le due fondatrici, NDR). Abbiamo poi farinate e piatti tradizionali italiani, come le lasagne, e poi insalate, dolci e gelato artigianale italiano. I clienti possono inoltre comprare alcuni prodotti da asporto in stile gastronomia, scegliendo tra salumi, formaggi, pasta (Grano Armando, fatta con grano 100% italiano) e naturalmente il pesto fatto in casa.

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

Ormai siete un punto di riferimento per la comunità locale, expat e non solo. Quali legami avete con l’Italia? E quali con la città che vi ospita?
I nostri DJ set ormai sono famosi in tutta Dalston! 🙂 Ma al di là di questi momenti di divertimento, ci piace l’idea di diventare un luogo dove gli expat possano trovare un po’ di casa, e dove la comunità locale possa conoscere la nostra cultura e il nostro cibo, che di quella cultura è una delle espressioni più importanti. Il rapporto con la comunità in cui siamo è fondamentale: al momento, per esempio, stiamo sponsorizzando le attività per i giovani organizzate dall’Hackney Council.
Ci piace anche prestare il nostro spazio a iniziative culturali, come mostre ed esposizioni di artisti locali e italiani: non di sola focaccia vive l’uomo, e per questo vogliamo che Donna Fügassa diventi anche un luogo di creatività e partecipazione.

Grazie a Maia e Alessia! La prossima volta che andate a Londra non dimenticate di passare da Dalston per una colazione a base di cappuccino e focaccia.

BookCity 2016 arriva in città: una mini-guida per chi ama i libri, la cucina… e i gatti!

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È già quel momento dell’anno. Quello che aspettiamo con un misto di entusiasmo e frenesia. E no, non stiamo (ancora) parlando del Natale, ma del weekend milanese preferito da tutti noi booklover: BookCity 2016arriva in città!

Dal 17 al 20 novembre ci aspettano più di 1000 eventi dedicati alla lettura e disseminati sul territorio – una delle ragioni del successo di BookCity è proprio nella capacità di far scoprire ai milanesi luoghi pressoché sconosciuti della loro città – tra incontri, presentazioni, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, seminari sulle nuove pratiche di lettura. Un’onda anomala di letteratura, nata per coinvolgere lettori di ogni età, grazie ad un’alleanza tra Comune ed editori che continua ormai dal 2012.

Per orientarsi nel colossale programma si può partire dal sito e navigare tra location, temi, protagonisti ed programmi speciali. Noi vi segnaliamo alcuni degli appuntamenti imperdibili, a tema food ma non solo!

Chi ama le donne forti non potrà lasciarsi scappare l’evento di inaugurazione, giovedì 17 novembre alle ore 19, al Teatro dal Verme, con una delle voci più autorevoli della narrativa turca: Elif Shafak, che da sempre rivendica nei suoi romanzi l’indipendenza del racconto dalla politica e dalla realtà, e interviene sui principali giornali di tutto il mondo sulla situazione sociale e politica in Turchia.
L’autrice di La bastarda di Istanbul dialogherà con Rula Jebreal e riceverà il Sigillo della Città dalle mani del Sindaco Giuseppe Sala.

credits: Illibraio.it
credits: Illibraio.it

Anche I foodie lettori troveranno, come si suol dire, pane per i loro denti. Sono tanti gli appuntamenti con autori ed editori di libri di cucina e narratori del cibo, e tra questi vi segnaliamo: 

  • Japan my love. Cerimonia del tè e lettura di brani da “Morte di un maestro del tè” di Yasushi Inoue. Per chi adora il Giappone, la cerimonia del tè celebrata da Alberto Moro, uno dei due Maestri occidentali riconosciuti di questa antica arte. Verranno letti alcuni brani da Morte di un maestro del Tè di Yasushi Inoue e ci sarà un momento di danza con la geiko Katsutomo da Kyoto. Venerdì 18 novembre ore 17.45 presso Maroncelli District.
  • Diventare vegani: ecco come. Appuntamento con la redazione di vegolosi.it, che presenterà il libro Diventare vegetariani o vegani e offrirà la degustazione di una colazione 100% vegan. Sabato 19 novembre ore 10.30, fondazione Stelline.
  • Felici e Vegan. Sabato 19 novembre alle 12, presso la fondazione Stelline, Mara di Noia e Sonia Giuliodori, direttrice editoriale di Funny Vegan, discuteranno di consapevolezza ed etica alimentare, a partire dal libro Ricette per la mia famiglia ed altri animali.
  • Un viaggio in Romagna lungo un anno. Le autrici di Un anno in Romagna, Nicole Poggi, Cristina Casadei e il fotografo Gianluca Camporesi, ci porteranno nella loro terra per raccontarci una storia quotidiana fatta di ingredienti autentici, dettagli suggestivi e sapori locali. L’appuntamento è sempre sabato 19 novembre alle 18, nella Cripta di San Giovanni in Conca
  • A tavola con Einstein, Bohr, Marie Curie, e altri cervelli geniali. Di tavole e cene con grandi intellettuali ne sappiamo qualcosa anche noi, e per questo non vogliamo perderci la presentazione di L’incredibile cena dei fisici quantistici, di Gabriella Greison. L’autrice è fisica, scrittrice e giornalista professionista, e sarà protagonista di un monologo teatrale tratto dal libro stesso. Sabato 19 novembre ore 19.30, fondazione Stelline.
  • The Bagel Company. Ovviamente qui c’è un piccolo conflitto d’interessi, ma sono davvero orgogliosa di poter presentare per la prima volta il libro sui bagel al pubblico di questa manifestazione che amo tanto. Sarò insieme a Benedetta Jasmine Guetta, blogger di labna.it e una delle più grandi conoscitrici di cucina ebraica. Vi racconteremo come questo umile panino (con il buco) è riuscito a diventare una superstar della cucina mondiale: è la classica storia dell’emigrante che fa fortuna nel Nuovo Mondo. Venite a trovarci e ad assaggiare qualche bagel? Vi aspettiamo domenica 20 alle 12 presso l’Antiquarium Alda Levi.

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Amate i gatti e siete appassionati di fenomeni virali? Sappiate allora che Gatto Morto incontrerà i suoi fan sabato 19 novembre alle 10.30. Stefano D’Andrea e Barbara Sgarzi presentano il libro Gatto Morto, Storie di ordinari decessi, nell’incontro intitolato La comunicazione nell’era dei social media. Gatto Morto si racconta.

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credits: bookcitymilano.it

E per finire, se vi piacciono i mercatini, gli swap party e il book crossing, non perdetevi Swap a book party, che si terrà sabato 19 novembre dalle 15.30 presso La Dogana. Non un mercatino del libro, ma un format che prevede che dai libri si passi a fare networking, a conoscersi, parlare. Il libro diventa veicolo di scambio di conoscenze, esperienze e informazioni e riprende il suo ruolo di catalizzatore di persone e di energie.
Nella pratica: scambio dei libri che abbiamo più amato e un piccolo mercatino di artigiani del libro, tra gioielli che sono piccole miniature di libri, libri di poesia cuciti a mano, editori di testi introvabili, piccole produzioni di editori italiani indipendenti.

Pronti per la scorpacciata? Seguiteci anche su Instagram e #IGStories, vi racconteremo in diretta questo weekend di letture!

Do more with less: come ho scoperto, e cominciato ad amare, il Bullet Journal

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Chi di noi perde tempo su fa abitualmente utilissime e importantissime ricerche su Pinterest, avrà sicuramente notato che nell’ultimo anno compaiono sempre più spesso esempi di diari/agende estremamente curati. L’hashtag chiave è Bullet Journal (magari seguito da “junkies”: provate a cercare anche su Instagram), e unisce una serie di passioni a cui io non posso proprio dirmi immune: l’organizzazione, l’ordine, i materiali cancelleria, i disegni che vorrei tanto essere capace di fare.

La cosa quindi mi ha subito incuriosito, ma navigando il sito ufficiale dell’inventore del Bullet Journal le mie idee si sono confuse ancora di più: i termini usati e la metodologia proposta mi sembravano piuttosto complicati.

In realtà, una volta capito il meccanismo (qui, per esempio c’è una guida piuttosto ben fatta) il concetto che sta dietro al Bullet Journal è molto semplice. Di fatto si tratta di un metodo per unificare in modo efficace agenda, note e to-do list. La struttura base sono gli elenchi puntati (bullet points), e la buona notizia è che anche chi ha le capacità figurative di un bambino dell’asilo (eccomi) può comunque tenerne uno. Brutto, ma funzionale.

Se anche a voi piace l’idea di avere uno strumento che vi aiuti a tenere insieme tutti i pezzi delle vostre giornate, vi racconto la mia esperienza e le basi di questo metodo di journaling.

Di cosa avete bisogno

Un taccuino (meglio formato A5 o simili) e una penna. Io uso una Moleskine rigata.
Per prima cosa dovrete numerare tutte le pagine.

Gli elementi di base

  • Indice: nella prima pagina create un indice (numero di pagina – contenuto), che potrete aggiornare man mano.
  • Future Log: prendete quattro pagine dell’agenda, dividetele orizzontalmente in 3 sezioni che corrispondono ad un mese ciascuna. Qui potrete mettere obiettivi, eventi e to-do a lunga scadenza.
  • Monthly Log: su due pagine, riportate da una parte il mese in corso, segnando i giorni, e dall’altra la to-do del mese. Aggiungete quello che non siete riusciti a fare il mese prima.
  • Daily Log: la to-do list del giorno, a cui aggiungere note e osservazioni. Potete usarlo anche per tenere nota di attività che svolgete quotidianamente: nel mio caso, scrivo se ho fatto attività fisica e di che tipo, e i rimedi macrobiotici che ho preso quel giorno.

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Il metodo

Il Bullet Journal è basato sull’annotazione sintetica dei task, degli eventi e delle note. Bisogna essere concisi ed essenziali.

Altro elemento fondamentale sono i simboli di annotazione: potete scegliere quelli proposti dal sito ufficiale, o crearne di vostri. Il mio consiglio è, comunque, di non usarne troppi. Ricordatevi di mettere una legenda all’inizio, prima dell’indice: vi aiuterà soprattutto all’inizio.
Quando completate un task segnatelo come fatto, o spostatelo avanti (al prossimo mese o nel future log). Oppure (la cosa che preferisco) eliminatelo, se vi rendete conto che non era poi così importante.

Un’altra cosa che mi piace moltissimo è aggiungere al mio Bullet Journal dei moduli sulle cose che mi interessano. Ovvero, pagine che non sono legate all’agenda e al calendario, per esempio liste (libri che voglio leggere, lavori DIY da terminare, posti da visitare…), appunti, schizzi e idee. Ovviamente ho anche una tabella con il peso e i cm di Adele e altre cose da mamma.
Anche questi moduli aggiuntivi vanno segnati nell’indice, in modo da poter essere ritrovati con facilità.

Fonte: www.bulletjournaljoy.com
Fonte: http://www.bulletjournaljoy.com

Come e perché il Bullet Journal può diventare vostro alleato

Scrivere a mano è qualcosa che ci capita sempre più raramente. Abbiamo device di ogni tipo, con app efficaci e strumenti che ci permettono di tenere traccia di tutte le nostre attività, organizzare contenuti, calendarizzare i nostri impegni. Io per prima, per anni, ho abbandonato l’agenda cartacea a favore della maggiore libertà e flessibilità assicurata dalle tecnologie.

Da qualche tempo, però, mi sono resa conto che scrivere su carta mi aiuta a memorizzare meglio, a fissare le idee e a liberare la creatività. Non capita solo a me: diversi studi hanno dimostrato che usare la penna o digitare su una tastiera mettono in campo processi cognitivi molto diversi. La scrittura manuale è un’attività più complessa, tridimensionale, creativa. Inoltre, permette di tenere traccia del lavoro di editing e di conseguenza dell’evoluzione delle nostre idee. Ecco perché, pur continuando a usare Calendar, Evernote, Wunderlist, ho ricominciato a scrivere sul taccuino.

Dal punto di vista organizzativo, non è detto che abbiate bisogno di un Bullet Journal. A me piace perché mi permette di creare ordine nelle mie idee e nella lista delle mie cose da fare, perché mi aiuta a non sentirmi sopraffatta dagli impegni quotidiani e a fare una selezione dei miei (troppi) interessi in base alle priorità. Ecco perché eliminare task inutili è la cosa che preferisco! E, non a caso, il Bullet Journal è stato definito il Marie Kondo dell’agenda.

Fonte: www.bohoberry.com
Fonte: http://www.bohoberry.com

Come si legge sul sito, “The Bullet Journal is a customizable and forgiving organization system. It can be your to-do list, sketchbook, notebook, and diary, but most likely, it will be all of the above. It will teach you to do more with less.” 

Do more with less, ma anche do less: contro il logorio della vita moderna, e contro la dittatura del multitasking, Bullet Journal per tutti!

Chef (e comuni mortali) antispreco unitevi!

I riflettori si sono appena spenti sugli impianti sportivi di Rio de Janeiro (momentaneamente, perché il 9 settembre cominciano le Paralimpiadi: e se le premesse sono queste, io non me le perderei), abbiamo smesso di fare la conta delle medaglie e, personalmente, ho ripreso ad avere una vita sociale. Le Olimpiadi sono finite, e a questo punto è giusto chiedersi che cosa ne resterà. Sulle proteste, anche violente, collegate all’evento abbiamo già letto quasi tutto, ma è bello sapere che ci sono anche ricadute sociali positive. Le buone notizie riguardano il cibo e arrivano, guarda caso, dal mondo degli chef stellati.

Noi tutti li immaginiamo concentrati sulle loro creazioni (e anche un po’ fuori di testa: sarà colpa di quei ritratti in cui hanno sempre lo sguardo oltre la camera?) e resi insensibili da un ego ipertrofico. Se questo è un ritratto quasi fedele dei peggiori esemplari della categoria, non rende giustizia a molti altri. Perché c’è anche chi ha deciso di spendere parte del proprio talento aiutando chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza, oppure promuovendo un modo diverso di concepire il sistema della produzione alimentare: sono gli chef antispreco, che hanno scelto il lato sostenibile ed etico della cucina.

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Proprio da Rio arriva RefettoRio Gastromotiva, l’ultima di una serie di iniziative nate da Massimo Bottura (non vi dobbiamo dire chi è, vero?), coadiuvato in questo caso dal brasiliano David Hertz. Per tutta la durata dei Giochi Olimpici una brigata di chef ha cucinato 5000 pasti al giorno utilizzando solo gli scarti del catering del villaggio olimpico: frutta e verdura imperfetta e ingredienti prossimi alla scadenza. Un modo intelligente per garantire accesso a un cibo di alta qualità alle fasce più povere della popolazione, oltre che un’occasione di formazione professionale per aspiranti cuochi e bartender.
Gastromotiva ha funzionato per tutta la durata delle Olimpiadi e continuerà a servire pasti anche durante i Giochi Paralimpici. La speranza è che prosegua con le sue attività anche dopo l’evento, così come è già successo con il Refettorio Ambrosiano di Milano, nato in collaborazione con Caritas Ambrosiana durante Expo 2015 e tutt’ora all’opera grazie ad una partnership con l’Ortomercato cittadino. Entrambi i progetti sono promossi da Food for Soul, l’organizzazione non-profit da fondata da Bottura per combattere lo spreco alimentare.

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Per il progetto milanese, un teatro abbandonato è stato trasformato in una moderna mensa per poveri, con più di 60 chef da tutto il mondo a cucinare le eccedenze provenienti da Expo. Durante i 6 mesi dell’esposizione, 100 volontari hanno lavato i piatti, pulito i pavimenti e servito oltre 10.000 pasti salutari e stagionali, recuperando così oltre 15 tonnellate di cibo altrimenti destinate alla discarica. All’esterno della struttura, un’insegna al neon dell’artista Maurizio Nannucci recita NO MORE EXCUSES, a testimoniare l’impegno del Refettorio. Artisti, architetti e designer hanno contribuito a trasformare il concetto di mensa dei poveri in un luogo di condivisione e cultura. Anche dopo la chiusura di Expo, il Refettorio Ambrosiano continua a servire pasti ai senzatetto di Milano per 5 giorni alla settimana.

romeo e julienne food waste

Ma non bisogna essere per forza il miglior chef al mondo per farsi carico di una diversa visione sostenibilità alimentare e dello spreco. Gli esempi di professionisti o semplici cittadini che si impegnano per salvare cibo ancora perfettamente commestibile dalla spazzatura sono tanti, in ogni parte del Pianeta.
In California è nata da meno di un anno Imperfect Produce, una startup che si approvvigiona direttamente dai coltivatori raccogliendo frutta e verdura che verrebbero altrimenti scartate, perché troppo “brutte” per il mercato. Settimanalmente i prodotti vengono impacchettati in box del costo di circa 12$ e consegnati porta a porta agli abbonati. Così si riesce ad abbattere l’enorme spreco di prodotti freschi e ad assicurare cibo di stagione e di qualità a prezzi popolari.
In Danimarca, invece, è nato quest’anno WeFood, il primo “supermercato dello scarto”, che mette in vendita anche cibi confezionati (prossimi alla scadenza, oppure con le confezioni rovinate), garantendo un risparmio del 30-50%. Il tema è molto sentito nel paese scandinavo, e non è un caso infatti che negli ultimi cinque anni la Danimarca abbia ridotto del 25% i rifiuti alimentari.

E da noi? Abbiamo già parlato, oltre un anno fa, di Avanzi Popolo: un’iniziativa 100% Made in Puglia, che da anni mette in pratica azioni contro lo spreco di cibo, come la raccolta e redistribuzione di eccedenze alimentari attraverso il coinvolgimento di diversi enti di carità operativi sul territorio, tra l’altro avendo cura che il cibo possa compiere il tragitto più corto possibile dal donatore al beneficiario. Da qualche tempo è anche attiva una piattaforma di foodsharing sul sito dell’associazione.  

Se poi fino a qualche anno fa ci si vergognava a chiedere una doggy bag al ristorante, la pratica si sta diffondendo sempre di più, grazie anche alla sensibilità di molti ristoratori. A Milano, dove ogni giorno si gettano nell’immondizia 8,6 tonnellate di cibo, ormai da due anni i bambini delle scuole materne ed elementari sono invitati a portare a casa quello che non mangiano, in un apposito sacchettino. E a livello nazionale è finalmente stata approvata la nuova legge in materia di spreco alimentare, secondo la quale sarà più facile per aziende, ristoranti e privati donare cibo ancora in ottimo stato ad enti e associazioni che si occupano di persone indigenti.

Insomma, la prossima volta che decidiamo se comprare o no una mela ammaccata, pensiamo a quanto quel semplice frutto un po’ bruttino può cambiare il mondo.

Figli di un dio vegano: e diventammo tutti specialisti di alimentazione infantile

Photo Credits: vegfamily.com
Photo Credits: vegfamily.com

Siamo tutti dalla parte dei bambini! (Specie se mangiano tofu).

Mi pare questo il mood che si respira sul web, ma non solo, dopo che i media hanno diffuso la notizia di una bambina ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova. La piccola – di due, forse tre anni, per alcuni di 12 mesi – avrebbe presentato sintomi legati a uno stato di denutrizione e i colpevoli sarebbero i genitori che, a detta dei media, l’avrebbero sottoposta a una “rigida dieta vegana”. La bambina, oltretutto, sarebbe stata “allattata a lungo al seno”.
Il condizionale in questo caso è d’obbligo, visto che la notizia viene riportata nei modi più disparati, con molti dettagli non chiari, e poi addirittura smentita, talvolta persino dalle stesse testate che l’avevano diffusa con toni di allarme.

Grande è la confusione sotto il cielo, e così la situazione si presta al classico minestrone (ops!) social: tutti si sentono medici pediatri specialisti in nutrizione (è la sindrome del CT della Nazionale) a cui è stato richiesto un parere. Scontato il verdetto: condanna senza appello per i genitori irresponsabili.
Sono i social, bellezza. Ma sono anche i sintomi dell’ennesima epidemia di informazione di bassa qualità che alimenta i mostri da social network e, per estensione, gli animi delle folle.

Sembra che i pareri non richiesti facciano parte del carico di oneri della genitorialità, tanto quanto le notti in bianco e i pannolini da cambiare. Per una volta però vorrei provare a rispondere e, da mamma (quasi) onnivora consapevole, dire tre cose a proposito di questa vicenda.

La prima riguarda le informazioni che i genitori hanno a disposizione

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Photo Credits: Getty Images

Quando ho cominciato a pormi il problema dell’introduzione dei cibi solidi nella dieta di Adele, ho ricevuto molti input contrastanti. Da un lato, pediatri di famiglia frettolosi e poco preparati: il mio si è limitato a consegnarmi un foglietto A6 con brevi istruzioni e uno schema di alimentazione tipo. Al consultorio è andata meglio, ma il loro compito è divulgare le linee guida regionali che, per alcuni versi, ho trovato poco coerenti (per esempio, perché dare il parmigiano a un neonato di 6 mesi, e allo stesso tempo preconizzare una dieta senza sale? Perché aggiungere alla pappa il liofilizzato di carne quando non sono ancora in grado di digerire la carne vera e propria?). All’estremo opposto dello spettro ci sono poi i pediatri che promuovono l’autosvezzamento, pratica interessante ma di fatto non attuabile se l’alimentazione della famiglia non è a dir poco perfetta. E da lì al passaggio alla vulgata “faccio l’autosvezzamento, così mio figlio di 6 mesi MI mangia le lasagne col ragù” il passo è breve.

C’è una mancanza evidente di informazione corretta, verificabile e attendibile. Troppa aneddotica e “tradizione”, pochissima scienza. Chi ha già qualche rudimento di nutrizione e ha voglia di studiare, si documenta e con l’aiuto di specialisti (pochi, visto che l’alimentazione non è una materia ampiamente studiata nei corsi di medicina) prova a impostare una dieta equilibrata e uno svezzamento sereno, anche dal punto di vista emotivo.
Per la cronaca, io ho scelto di ispirarmi a una dieta mediterranea VERA, privilegiando ed inserendo gradualmente cereali e legumi, verdura e frutta di stagione, pochi latticini di qualità (di capra, per ora), uova biologiche e pesce azzurro o bianco. La carne la introdurrò, in piccole quantità e sempre biologica, dopo il primo anno. È una dieta che rispecchia il modo di alimentarsi della nostra famiglia, per me la scelta più naturale visto che Adele non mangerà per sempre pappe.

Arrivare a questa sintesi, con il supporto di una pediatra privata, mi è costato tempo e fatica, oltre che denaro: eppure non mi sento nella posizione di biasimare quei genitori che non lo fanno. Sia quelli che scelgono per i figli una dieta vegana senza un’adeguata informazione e suppporto, sia quelli che seguono i dettami dello svezzamento “tradizionale” e ingrassano le industrie del baby food – che a loro volta ingrassano i nostri figli con grassi saturi e zuccheri raffinati. Perché ogni genitore – o la stragrande maggioranza di essi – ha a cuore la salute dei propri bambini, e tutti sbagliamo in buona fede. Facciamo anche danni, sì, soprattutto se ci mancano punti di riferimento affidabili.

Photocredits: babycenter.com
Photocredits: babycenter.com

Il secondo punto sono le questioni di merito

Eccone alcune:
La vitamina B12, che adesso è sulla bocca di tutti, può essere carente in chi segue una dieta vegana, ma può essere integrata e talvolta deve essere assunta anche da chi mangia carne e pesce (qui un’interessante spiegazione del perché).

– Uno svezzamento vegetariano è possibile. Alcuni pediatri sostengono che anche una dieta vegana, se adeguatamente supplementata e seguita da uno specialista, sia possibile per i bambini. Va comunque detto che alcuni studi sostengono la necessità delle proteine animali (presenti anche in uova e latticini) per il corretto sviluppo del cervello dei neonati e dei bambini.

– Sulla questione dell’allattamento al seno – che alcuni giornali citavano quasi come aggravante delle  presunte condizioni di malnutrizione della bambina genovese – esiste poi un’ampia letteratura che ne dimostra i benefici, ma basta citare le linee guida OMS – Unicef secondo le quali l’allattamento può essere prolungato fino ai due anni del bambino, o comunque fino a che mamma e bambino lo desiderino.

Photo Credits: news.islandcrisis.net
Photo Credits: news.islandcrisis.net

Terzo, ma non ultimo per importanza, l’atteggiamento nei media

Negli anni ci siamo abituati ad una qualità dell’informazione sempre più mediocre: manca l’approfondimento, la divulgazione scientifica non è mai stata il nostro forte, ci piace il melodramma e anche il calcio, e così tutto diventa teatrino o derby permanente. Nella fattispecie, molti giornalisti confondono vegetarianismo e veganesimo, il tutto viene dipinto con le tinte forti del fondamentalismo animalista e il risultato più evidente sono i meme con le salsicce quando l’OMS diffonde i dati sul potenziale cancerogeno di alcuni tipi di carne.
Forse questo servirà a vendere più copie e più spazi pubblicitari (ho comunque i miei dubbi). Ma sicuramente non aiuterà le persone a compiere scelte consapevoli, né a combattere i problemi di salute pubblica (ne cito uno per tutti: l’Italia è il paese con la più alta percentuale di bambini obesi). Ancora meno, a creare un confronto aperto e sereno da cui tutti potremmo trarre beneficio.