Perché ho iniziato a ballare il boogie-woogie (e perché dovresti anche tu)

“In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene.” (Nanni Moretti, Caro Diario)

Sono sempre stata scoordinata, o almeno così ho sempre pensato. Da piccola ho provato a praticare mille sport diversi: dalla ginnastica artistica (ma fare il ponte per me era una vera tortura, perché, a dispetto di quello che si crede sui bambini, non tutti sono flessibili e snodati!), al nuoto, al tennis. Che smisi in seconda media, dopo che un maestro chiese a mia madre di portarmi dall’oculista per controllare i miei problemi di vista (ci vedevo benissimo: solo che non riuscivo a intercettare manco per sbaglio le palline).

Forse i miei genitori avrebbero dovuto iscrivermi a un’attività di squadra? Chissà. Fatto sta che alle superiori, dove gli insegnanti di educazione fisica si semplificavano la vita (leggi: si assicuravano uno stipendio facile) facendoci pascolare sul campo di pallavolo, ogni settimana subivo l’umiliazione di essere scelta per ultima nella squadra della classe. A dire il vero non mi preoccupavo molto: al muro e alle schiacciate preferivo i libri e l’arte. Ad un certo punto io e una mia compagna di classe – impedita quanto me – avevamo escogitato uno stratagemma per evitare la selezione, nascondendoci dietro una colonna e passando le restanti due ore a chiacchierare. 

Fino all’età adulta ho sempre avuto questo rapporto conflittuale con le attività sportive – tranne lo sci, in quello sono sempre stata brava – ma allo stesso tempo ho sempre amato ballare. Mi sono sempre buttata in pista senza paura e, stendendo un velo pietoso sulle attività discotecare del sabato pomeriggio negli anni ’90, ho sempre adorato le feste e i luoghi dove potessi dimenarmi in qualche modo più o meno convincente.

A Bologna ho seguito un corso di danza afro, che poi ho proseguito i primi anni a Milano. Poi c’è stata la danza del ventre. E poi ho sposato un uomo che, al nostro primo appuntamento, ha esordito dicendo “sono il più grande ballerino del Triveneto” (in effetti, come non sposare un soggetto del genere). Al nostro matrimonio abbiamo scritturato una band che suona cover e pezzi propri ispirati al rock degli anni ’50 e ’60: mettici l’amore per i vestiti vintage, la fascinazione inevitabile per quegli anni (Mad Men, anyone?), mettici noi che abbiamo sempre improvvisato senza essere capaci di fare i passi giusti, mettici che viviamo a Milano dove c’è un corso quasi per qualunque cosa… ecco che inesorabile è arrivato il corso di Boogie-Woogie.

(questo è il boogie. Noi siamo un po’ meno bravi di così)

I balli swing sono principalmente tre, e derivano tutti dalla stessa matrice: Lindy Hop (anni 20/30), Boogie Woogie (anni 50/60) e Rockabilly Jive (nato negli anni 40 e evolutosi fino agli anni 70). Mi sono chiesta perché piacciono tanto da essere diventati una vera e propria mania, senza contare poi la quantità di festival e raduni: il più famoso, il Summer Jamboree di Senigallia, è ormai un appuntamento fondamentale dell’estate adriatica con un ritorno importantissimo per il territorio. Credo che i motivi siano soprattutto la musica, bella e allegra – non a tutti piace lo struggimento del tango – vestiti e pettinature stilose, e la socialità che inevitabilmente scaturisce da corsi e serate. Soprattutto, penso che ci affascini parecchio il mondo che questi balli evocano: un’epoca di divertimento sfrenato (ve lo ricordate Il Grande Gatsby?) per quello che riguarda il Lindy, e un momento di grandi speranze e possibilità pensando agli anni 50, al Boogie e alla nascita del rock’n’roll.

Ormai sono tre anni che balliamo Boogie, tolta la parentesi gravidanza. Siamo bravi? Un po’. Ci divertiamo, tantissimo. Senza contare che abbiamo una sera alla settimana solo per noi, senza pensieri legati alla bimba, alla casa, al lavoro. Facciamo una cenetta veloce in un posto sempre diverso – ed è anche un modo per provare locali nuovi – e poi svuotiamo la testa, muoviamo il corpo, facciamo circolare endorfine (che poi ci tengono svegli per altre due ore quando torniamo a casa, ma questa è un’altra storia). Conosciamo persone che amano il ballo, spesso giovanissime: loro fanno serata ogni weekend, noi ovviamente no, ma va bene così. Abbiamo scoperto una Milano swing che si ritrova in luoghi bellissimi, come lo Spirit de Milan e la Balera dell’Ortica, e che improvvisa maratone di ballo nei parchi e nelle piazze.
Viviamo la vita a passo di danza, 5-6-7-8, e lo facciamo insieme che è anche più bello.

Vuoi informazioni sui corsi e i locali dove cimentarti con i balli swing? Ecco qualche link utile:
Twist & Shout
Studio Larosa Dance
Rock’n’travel
Mad4Boogie

#amoleggere: il 23 aprile si festeggia la Giornata Mondiale del Libro

Il 23 aprile 2017 si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore, un’iniziativa Unesco nata per evidenziare la potenza dei libri e promuovere la visione di una società basata sulla conoscenza, inclusiva, pluralista, equa, aperta e partecipativa per tutti i cittadini.

“Si dice che da come una società tratta le persone più vulnerabili si possa misurare la sua umanità. Quando si applica questa misura alla disponibilità di libri per persone con disabilità visive e con disabilità fisiche o di apprendimento, ci troviamo di fronte a ciò che può essere descritto solo come una “carestia di libri”.” 

Così Irina Bokova, Direttore Generale Unesco, introduce l’edizione di quest’anno, dedicata alla sensibilizzazione sull’accesso ai libri da parte di chi soffre di disturbi dell’apprendimento o presenta disabilità fisiche. 

“Secondo l’Unione Mondiale dei Ciechi, circa 1 su 200 persone sulla Terra – 39 milioni di noi – non possono vedere. Altri 246 milioni hanno una vista notevolmente ridotta. Queste persone […] possono accedere a circa il 10% di tutte le informazioni scritte e delle opere letterarie. […] La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, e gli obiettivi di sviluppo sostenibile, segnano un cambiamento di paradigma nel riconoscere il diritto delle persone disabili ad accedere ai libri, alla conoscenza e alla vita culturale partendo da basi comuni a quelle degli altri.
Nell’ambito della convenzione, l’UNESCO sta lavorando per promuovere una migliore comprensione delle questioni legate alla disabilità e mobilitare il sostegno al riconoscimento della dignità, dei diritti e del benessere delle persone con disabilità, e dei benefici della loro integrazione nella società.”

Anche in Italia saranno molte le iniziative dedicate a questa giornata: le potete trovare in rete cercando l’hashtag #amoleggere, da usare in questi giorni per condividere il nostro amore per la lettura.
Amazon, per esempio, permette di donare a Save the Children per sostenere la campagna “Illuminiamo il futuro“, contro la povertà economica ed educativa: in Italia oltre 1 milione di bambini vive in povertà assoluta, e oltre alla mancanza di mezzi materiali, sperimenta quella di opportunità formative (come visitare un museo, andare ad un concerto, fare sport). Una povertà che li priva della possibilità di costruirsi un futuro, o anche solo di sognarlo. Per questo Save the Children ha creato i “Punti Luce” nei quartieri più svantaggiati delle città. Spazi in cui studiare, esprimersi e crescere. 

Cogliendo l’occasione dell’evento internazionale dedicato al libro, inoltre, inizia in anticipo di una settimana Il maggio dei libri, l’iniziativa nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore della lettura come strumento di crescita personale, civile e sociale. Dal 23 aprile al 31 maggio enti locali, privati, scuole, festival, cinema, librerie, biblioteche, carceri, editori, associazioni culturali, istituti sanitari, negozi e molte altre realtà, saranno riunite dal claim “Leggiamo insieme”, accompagnato dall’immagine di Guido Scarabottolo. Il tema della campagna è la lettura come strumento di benessere: leggere fa bene, è piacevole e salutare. I libri permettono di migliorarsi nei contesti più disparati aprendo nuove prospettive e arricchendo il nostro bagaglio esperienziale e culturale.
[E, nel nostro caso, sono anche buoni da mangiare! (Date un’occhiata al nostro archivio di ricette letterarie)].

A questo proposito, proprio domenica alle 10.00, nella Sala Gothic del padiglione 4 della fiera di Milano, è in programma la tavola rotonda “La lettura come strumento di benessere”, alla W di Wonder nello speciale alfabeto di Tempo di Libri: Romano Montroni, Stefano Bolognini, Rachele Bindi, Antonio Calabrò, Nicola Galli Laforest, Stefano Laffi, Ketti Mazzocco, Armando Massarenti e Vito Mancuso discuteranno non solo delle meraviglie della lettura, ma anche e soprattutto delle tipologie e modalità diverse con le quali può essere d’aiuto nelle varie fasi della nostra vita.

Per gli amici romani, invece, l’appuntamento è alla Galleria Nazionale, dove alle 11 è prevista una visita guidata gratuita alla Biblioteca del museo, alla scoperta del ricco patrimonio librario tra antichi volumi e rare riviste di arte. Dal 23 aprile, inoltre, il libro diventa protagonista con uno spazio di book-sharing nella Sala delle Colonne, l’area accoglienza a ingresso gratuito della Galleria: i visitatori sono invitati a portare e a leggere i propri libri dei sogni per cominciare a dare corpo a quello che diventerà un punto di scambio, condivisione e arricchimento. Per l’occasione, il biglietto d’ingresso è ridotto a 5€ per i visitatori che porteranno i propri #LibriDiSogni per il nuovo angolo book-sharing.

Tanti motivi, insomma, per dire #amoleggere: raccontateci il vostro! Noi intanto vi lasciamo con una bonus track che ci ha fatto sorridere e un po’ commuovere (è una pubblicità, ma vale davvero la pena vederla).

Hungry for design – Finalmente il Fuorisalone da mangiare!

“Stay hungry, stay foolish”: quante volte ormai abbiamo sentito ripetere questa frase – a proposito e a sproposito. Ma se capita di essere affamati (per davvero) nel mezzo di una kermesse come la Milano Design Week, tutta dedicata all’innovazione e alla creatività, le opzioni a nostra disposizione non sono quasi mai allettanti. Troppo pieni i ristoranti – tutti prenotati da settimane – e troppo lunghi i tempi d’attesa per chi vuole visitare il più possibile in pochi giorni, tocca ripiegare su proposte veloci, ma spesso di qualità discutibile, o sul gelato – quest’ultima la mia scelta prediletta, anche se mi rendo conto che un’alimentazione a base di gelato non è esattamente consigliata dai migliori nutrizionisti.

Che cosa può fare allora il foodie affamato di design e di cibo vero? Questa è la domanda che si sono posti, e a cui hanno risposto, gli organizzatori di Hungry for Design, l’evento che da oggi e fino al 9 aprile – per tutta la durata del Fuorisalone – mette insieme il buono della tavola e il bello del design, nel neonato distretto MuVaC. Muratori, Vasari, Corio sono le tre vie del quartiere di Porta Romana che formano un’ideale “Area T”; per l’occasione si aprirà all’intera città per affermare in via definitiva quel ruolo che in molti le hanno riconosciuto: uno fra i migliori distretti del food milanese.

Il progetto nasce da un’idea di di Paola Sucato, Dorothé Lenaerts e Giuseppe Castronovo, che sono riusciti a mettere insieme ristoratori della zona, istituzioni, sponsor e designer che esporranno le loro creazioni realizzate ad hoc e in tema con l’evento.

Molto eterogenei fra loro – per provenienza, progettualità inedite e non, utilizzo dei materiali, già affermati o emergenti – i designer sono stati selezionati,invitati e messi in scena da Simona Cardinetti e Dorothé Lenaerts in un suggestivo loft riaperto per l’occasione – nella corte al civico 11 di via Muratori – e nello spazio LaDodo gallery. Unico il filo conduttore che li accomuna: l’aver dato vita a creazioni che concretizzano il rapporto tra cibo e design, tra funzionalità ed estetica. Il risultato è una mostra di oggetti di uso quotidiano ripensati in chiave design, un percorso che declina in modo originale le relazioni tra cibo, forma e funzione.

Le proposte gastronomiche sono invece all’insegna della qualità, design della presentazione, ecosostenibilità e innovazione sociale. Le realtà della ristorazione presenti in zona, insieme con 4 foodtruck, animeranno il selciato di questo angolo milanese.

Hungry for Design sarà una nuova tappa nella flânerie della settimana del Fuori Salone, dove approdare per una sosta gourmande rilassante e creativa,nel passaggio tra le diverse zone della città o come destinazione finale al termine di una lunga giornata. Quale migliore ricompensa, dopo le maratone di creatività a cui ci sottoporremo?

Il cioccolato crudo, che forse non esiste ma è così buono (e ci fa bene)

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Photo: gratisography.com

Se anche voi, come me, siete cresciute con lo spauracchio del cioccolato, tanto appagante e confortante, quanto foriero di adolescenziali disgrazie – “fa venire la cellulite, i brufoli e non da ultimo il culone” – ecco, avete un motivo in più per invidiare le nuove generazioni (intendo oltre al fatto che sono tutte magre, vestite bene, sanno mettersi l’eye-liner e, accidenti, sono giovani). Oggi il cioccolato è riconosciuto come superfood, quindi buono, bello e salutare.

Parliamo ovviamente di cioccolato raw, che all’ultimo Salon du Chocolat di Milano è stato, insieme al bean to bar, il leit motiv della manifestazione.
Mettiamo subito le cose in chiaro: il cioccolato crudo, così come definito dalla filosofia crudista, (cioccolato in cui non viene superata la temperatura di 42 gradi in tutta la filiera di approvvigionamento e in tutto il processo produttivo), non si può fare.
Ma se si considera l’obiettivo dell’approccio crudista, ovvero preservare al massimo i nutrienti e le proprietà funzionali delle materie prime utilizzate, ecco che è possibile ottenere un cioccolato lavorato il meno possibile, e che proprio per questo conserva ed espande le sue proprietà organolettiche e preserva tutte le proprietà nutrizionali. Fermentando ed essiccando le fave, e rispettando la catena di temperature naturali dei processi (la temperatura che si può sviluppare nella fermentazione può salire in maniera naturale un po’ sopra i 42 gradi) e tenendo tutte le altre fasi di lavorazione sotto quella temperatura. 

Durante l’evento milanese ho avuto l’occasione di fare due chiacchiere con i ragazzi di Vivoo, un’azienda italiana che da qualche tempo produce una serie di prodotti (barrette, tavolette, creme spalmabili) che avevo adocchiato nei supermercati bio (hanno un bellissimo packaging, e come un’ape con il miele non ho saputo resistere). Da poco, oltretutto, sono sbarcati anche nella GDO con maama, una linea pensata per il grande pubblico.

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Photo: Vivoo

Il cioccolato crudo di Vivoo è biologico e privo di zuccheri raffinati, e già questo basterebbe a farmelo amico. Ma c’è di più: per ottenere un cioccolato “buono, talmente buono da far bene a noi e al nostro pianeta”, le ottime materie prime di partenza vengono lavorate in modo da mantenere intatti gli antiossidanti – polifenoli, catechine ed epicatechine – presenti naturalmente nel cacao. Questo si ottiene evitando di tostare le fave di cacao ad alte temperature, ma semplicemente essiccandole al sole
Inoltre, l’eliminazione della fase di concaggio (ovvero la cottura a 60/80 gradi per 48 ore circa) permette di conservare i fitochimici come la teobromina e l’anandamide, che guarda caso sono le stesse molecole che il nostro cervello produce quando siamo felici o innamorati. Bello no? Pensate a cosa è successo al mio umore quando ho assaggiato la tavoletta fondente 100%!

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Come se non bastasse, gli amici di Vivoo hanno aggiunto ad alcuni dei loro prodotti – in alcune tavolette, tutte le barrette e bites Vivoo e Maama – una serie di superfood esotici e intriganti: baobab, spirulina, pinoli siberiani, reishi, acerola, açai, tutte quelle cosine che fanno bene, insomma, e che forse non vi cambieranno la vita ma sicuramente renderanno più accattivante la vostra pausa snack. E poi, vogliamo mettere la gioia di addentare una tavoletta di cioccolato pensando che ci spianerà le rughe? 😉

La dieta del Presidente

Si dice che siamo quello che mangiamo. E allora cosa mangia Trump per essere quello che è? Il Guardian ha provato a frugare nella dispensa della Casa Bianca. Con risultati sorprendenti.

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“Sei l’uomo più potente del mondo e stai per trasferirti nel palazzo più famoso al mondo, La Casa Bianca. Il tuo staff comprende cinque chef a tempo pieno, ovvero quattro volte più della maggior parte dei ristoranti. Ma cosa è in cima alla tua lista della spesa?
Buste di patatine fritte e tacos, ecco cosa c’è nella lista del neoeletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

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Certo, patatine! Quale miglior sostentamento per una giornata da spendere tra decisioni di dubbio gusto e tweet postati alle 3 di mattina?
Jo Travers, dietista e autrice di The Low-Fad diet, è convinta che ci sia una relazione tra ciò che mangia e come agisce il Presidente. E, soprattutto, è particolarmente preoccupata per l’impatto della dieta di Trump (molto carica di cibo spazzatura e praticamente inconsistente in quanto a verdure) sulla sua capacità di pensare.
Tanto per cominciare, Trump non tocca praticamente nulla di tutto ciò che contiene omega-3i grassi buoni presenti nelle noci, pesce azzurro e semi di lino, di cui le nostre cellule cerebrali hanno assoluto bisogno per funzionare. “Il suo corpo – sostiene la Travers – sarà costretto a sostituirli con altri tipi di grassi, che però sono meno fluidi, e riducono la capacità funzionale dei neurotrasmettitori. Con ripercussioni anche sui disturbi dell’umore“… il che potrebbe spiegare una cosa o due!

Pensando alla remota possibilità che, anche se in ritardo, – perché lo sappiamo, è stato molto indaffarato ultimamente – Trump possa lanciarsi in buoni propositi salutari per il nuovo anno,  Travers ha alcuni suggerimenti, in linea con i cibi preferiti dal Presidente.

Circa la prima colazione, che Trump salta se può, o in cui mangia uova e pancetta se costretto, Travers pensa che sarebbe opportuno che “lui reintegrasse le sostanze nutritive il suo corpo non può immagazzinare durante la notte”. Che riducesse la pancetta, “un prodotto industriale ricavato dal maiale, raffinato, dichiarato cancerogeno (rapporto OMS 2016, ndr), per cui il suo rischio di sviluppare questa malattia è alto”. E che avesse un maggiore equilibrio tra proteine e carboidrati. “La sua dieta ricca di proteine può mettere sotto eccessiva pressione i suoi reni, se non beve abbastanza acqua.”

Un pranzo a base di polpettone, uno dei suoi preferiti, è OK secondo Travers, se accompagnato con del pane (e apparentemente lo fa), ancora una volta per l’equilibrio carboidrati-proteine. Meglio sarebbe con del pane integrale: “Il polpettone è fondamentalmente solo carne. Non ci sono fibre necessarie per la salute dell’intestino. E se non si nutrono i batteri intestinali con fibre e frutta e verdura, ci possono essere ripercussioni negative sul sistema immunitario, e addirittura infezioni”.

La cena preferita di Trump oscilla tra un Big Mac o un cesto di pollo fritto KFC. Nessuna  sorpresa, quindi, che Travers metta in guardia dal rischio di sovraccaricare il suo corpo con i grassi trans, che agiscono come grassi saturi, e sono legati al rischio di malattie cardiache. “Una maxi porzione di bistecca”, la scelta preferita di Trump, “non è necessariamente un male, ma il cibo bruciato comporta cambiamenti al nostro DNA, che possono anche causare tumori”.

Secondo la nutrizionista, gli chef della Casa Bianca potrebbero incoraggiare Trump ad abbracciare la regola delle frazioni quando si riempie il piatto. “Dovrebbe essere riempito a metà con frutta e verdura, un quarto con carboidrati e un quarto con proteine.”

Se la chiave per pensare meglio è così semplice, forse sarebbe il caso di provarci, Mr. Trump.”

{Liberamente tradotto da Sue Mesure –  Donald Trump’s Big Macs, bacon and Doritos – deconstructing his diet, The Guardian}

Dalla parte delle bambine, un libro alla volta

[Oggi, 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne]

Fonte: theguardian.com

“The first decade of the 20th century was not a great time to be born black and poor and female in St Louis, Missouri.” Con queste parole si apre Mom&Me&Mom della nostra amata Maya Angelou, che molti londinesi hanno trovato, nei giorni scorsi, tra le banchine e i tornelli del Tube. Della poetessa, scrittrice, intellettuale abbiamo già raccontato qui; e per questo siamo state felici di leggere che, in questo momento di sconforto per chi sostiene la causa delle donne – la batosta delle elezioni presidenziali americane brucia ancora – proprio questo libro sia stato scelto come messaggero delle lotte per l’uguaglianza di genere.

emmawatson4Tutto merito di Emma Watson, che, nei giorni successivi all’elezione di Donald Trump, è entrata in azione nella metropolitana di Londra per questo guerrilla bookcrossing destinato a diventare virale.
Non è la prima volta che l’attrice si espone come paladina delle lotte femministe: l’attrice è ambasciatrice del programma UN Women, e il suo discorso d’inaugurazione della campagna HeforShe, qualche anno fa, è rimasto nei cuori di molte di noi. L’ultima delle sue iniziative è Our Shared Self, bookclub femminista di cui il memoir di Angelou, dedicato al difficile rapporto con la madre, è l’ultimo libro scelto. Come racconta lei stessa, “per il mio lavoro con UN Women, ho iniziato a leggere tutti i libri sull’uguaglianza di genere su cui riuscivo a mettere le mani. […] Ho scoperto così tante cose che, a volte, mi sentivo la testa pronta ad esplodere… così ho deciso di dar vita a un bookclub femminista, per condividere quello che imparo e ascoltare anche il vostro parere.”
Ogni mese viene selezionato un libro e durante l’ultima settimana del mese si apre la discussione, a cui spesso partecipa anche l’autore. Si va da Marjane Satrapi, a Caitlin Moran, a Bell Hooks, e i membri del gruppo sono già oltre 150mila, molte delle quali giovanissime.

L’iniziativa di Emma Watson si rivolge a un pubblico adulto, ma non è la sola che vede i libri come strumento di consapevolezza ed emancipazione. In rete, e non solo, si moltiplicano le risorse per aiutare genitori, insegnanti ed educatori a supportare una generazione di bambine nella loro crescita oltre gli stereotipi.

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Una delle nostre pagine Facebook preferite, per esempio, è A Mighty Girl, una miniera di risorse “per crescere bambine intelligenti, sicure di sé e coraggiose”. La pagina (e il sito) si propongono come la più grande collezione al mondo di libri, film e musica per ispirare le bambine e le ragazze: l’idea da cui nasce è che tutti i bambini (maschi e femmine) dovrebbero avere l’opportunità di ricevere messaggi positivi sul genere femminile e celebrarne le capacità e, in definitiva, tutti dovrebbero poter perseguire i propri sogni. Ogni giorno vengono postate storie di donne che in qualche misura (grande o piccola) hanno contribuito a cambiare il corso della storia, oltre a innumerevoli link di approfondimento e consigli su libri e altri media.

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Un altro progetto molto interessante, e 100% made in Italy, è Il Gioco del Rispetto, nato a Trieste nell’ambito delle attività di prevenzione della violenza di genere e di promozione delle pari opportunità tra uomini e donne: “Molte scuole hanno iniziato dei percorsi formativi per insegnare a studenti e studentesse a rispettarsi fra di loro e rifiutare la violenza, ma la maggior parte di questi interventi avviene nelle scuole primarie, secondarie o superiori, quando cioè gli stereotipi di genere sono già ben radicati tra ragazzi e ragazze e costituiscono terreno fertile per una visione distorta e iniqua dei rapporti tra generi. Per questo motivo il progetto “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” vuole partire dall’età dell’infanzia, quando cioè bambini e bambine sono ancora permeabili ai concetti di libertà di espressione e di comportamento, al di là degli stereotipi.
Bambini e bambine vengono educati a ruoli di genere stereotipati fin dalla nascita, con l’industria e il marketing dei giocattoli che rafforzano questa visione, suddividendo il mondo in rosa e azzurro. Il Gioco del Rispetto si rivolge ai bambini dai 3 ai 6 anni, alle loro famiglie e alle loro scuole, per insegnare, fin da piccoli, il rispetto delle diversità.

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Proprio in questi giorni, invece, stanno arrivando a destinazione le prime copie di Good Night Stories for Rebel Girls – 100 tales to dream big, l’ultimo progetto nato in casa Timbuktu Labs (di due italianissime della Silicon Valley, Francesca Cavallo e Elena Favilli) e interamente finanziato tramite crowdfunding. È un libro per bambini con 100 storie della buonanotte che raccontano 100 donne straordinarie del passato e del presente, illustrato da 100 artiste provenienti da tutto il mondo.

Su Kickstarter ha avuto un successo sbalorditivo, arrivando a superare di gran lunga l’obiettivo iniziale. Io sto aspettando trepidante il mio pacchettino, ma se non avete fatto in tempo a partecipare alla campagna, niente paura: il libro si può ordinare qui. Non arriverà entro Natale, ma sarà comunque un modo per cominciare l’anno nuovo sotto i migliori auspici. Buone letture!

BookCity 2016 arriva in città: una mini-guida per chi ama i libri, la cucina… e i gatti!

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È già quel momento dell’anno. Quello che aspettiamo con un misto di entusiasmo e frenesia. E no, non stiamo (ancora) parlando del Natale, ma del weekend milanese preferito da tutti noi booklover: BookCity 2016arriva in città!

Dal 17 al 20 novembre ci aspettano più di 1000 eventi dedicati alla lettura e disseminati sul territorio – una delle ragioni del successo di BookCity è proprio nella capacità di far scoprire ai milanesi luoghi pressoché sconosciuti della loro città – tra incontri, presentazioni, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, seminari sulle nuove pratiche di lettura. Un’onda anomala di letteratura, nata per coinvolgere lettori di ogni età, grazie ad un’alleanza tra Comune ed editori che continua ormai dal 2012.

Per orientarsi nel colossale programma si può partire dal sito e navigare tra location, temi, protagonisti ed programmi speciali. Noi vi segnaliamo alcuni degli appuntamenti imperdibili, a tema food ma non solo!

Chi ama le donne forti non potrà lasciarsi scappare l’evento di inaugurazione, giovedì 17 novembre alle ore 19, al Teatro dal Verme, con una delle voci più autorevoli della narrativa turca: Elif Shafak, che da sempre rivendica nei suoi romanzi l’indipendenza del racconto dalla politica e dalla realtà, e interviene sui principali giornali di tutto il mondo sulla situazione sociale e politica in Turchia.
L’autrice di La bastarda di Istanbul dialogherà con Rula Jebreal e riceverà il Sigillo della Città dalle mani del Sindaco Giuseppe Sala.

credits: Illibraio.it
credits: Illibraio.it

Anche I foodie lettori troveranno, come si suol dire, pane per i loro denti. Sono tanti gli appuntamenti con autori ed editori di libri di cucina e narratori del cibo, e tra questi vi segnaliamo: 

  • Japan my love. Cerimonia del tè e lettura di brani da “Morte di un maestro del tè” di Yasushi Inoue. Per chi adora il Giappone, la cerimonia del tè celebrata da Alberto Moro, uno dei due Maestri occidentali riconosciuti di questa antica arte. Verranno letti alcuni brani da Morte di un maestro del Tè di Yasushi Inoue e ci sarà un momento di danza con la geiko Katsutomo da Kyoto. Venerdì 18 novembre ore 17.45 presso Maroncelli District.
  • Diventare vegani: ecco come. Appuntamento con la redazione di vegolosi.it, che presenterà il libro Diventare vegetariani o vegani e offrirà la degustazione di una colazione 100% vegan. Sabato 19 novembre ore 10.30, fondazione Stelline.
  • Felici e Vegan. Sabato 19 novembre alle 12, presso la fondazione Stelline, Mara di Noia e Sonia Giuliodori, direttrice editoriale di Funny Vegan, discuteranno di consapevolezza ed etica alimentare, a partire dal libro Ricette per la mia famiglia ed altri animali.
  • Un viaggio in Romagna lungo un anno. Le autrici di Un anno in Romagna, Nicole Poggi, Cristina Casadei e il fotografo Gianluca Camporesi, ci porteranno nella loro terra per raccontarci una storia quotidiana fatta di ingredienti autentici, dettagli suggestivi e sapori locali. L’appuntamento è sempre sabato 19 novembre alle 18, nella Cripta di San Giovanni in Conca
  • A tavola con Einstein, Bohr, Marie Curie, e altri cervelli geniali. Di tavole e cene con grandi intellettuali ne sappiamo qualcosa anche noi, e per questo non vogliamo perderci la presentazione di L’incredibile cena dei fisici quantistici, di Gabriella Greison. L’autrice è fisica, scrittrice e giornalista professionista, e sarà protagonista di un monologo teatrale tratto dal libro stesso. Sabato 19 novembre ore 19.30, fondazione Stelline.
  • The Bagel Company. Ovviamente qui c’è un piccolo conflitto d’interessi, ma sono davvero orgogliosa di poter presentare per la prima volta il libro sui bagel al pubblico di questa manifestazione che amo tanto. Sarò insieme a Benedetta Jasmine Guetta, blogger di labna.it e una delle più grandi conoscitrici di cucina ebraica. Vi racconteremo come questo umile panino (con il buco) è riuscito a diventare una superstar della cucina mondiale: è la classica storia dell’emigrante che fa fortuna nel Nuovo Mondo. Venite a trovarci e ad assaggiare qualche bagel? Vi aspettiamo domenica 20 alle 12 presso l’Antiquarium Alda Levi.

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Amate i gatti e siete appassionati di fenomeni virali? Sappiate allora che Gatto Morto incontrerà i suoi fan sabato 19 novembre alle 10.30. Stefano D’Andrea e Barbara Sgarzi presentano il libro Gatto Morto, Storie di ordinari decessi, nell’incontro intitolato La comunicazione nell’era dei social media. Gatto Morto si racconta.

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credits: bookcitymilano.it

E per finire, se vi piacciono i mercatini, gli swap party e il book crossing, non perdetevi Swap a book party, che si terrà sabato 19 novembre dalle 15.30 presso La Dogana. Non un mercatino del libro, ma un format che prevede che dai libri si passi a fare networking, a conoscersi, parlare. Il libro diventa veicolo di scambio di conoscenze, esperienze e informazioni e riprende il suo ruolo di catalizzatore di persone e di energie.
Nella pratica: scambio dei libri che abbiamo più amato e un piccolo mercatino di artigiani del libro, tra gioielli che sono piccole miniature di libri, libri di poesia cuciti a mano, editori di testi introvabili, piccole produzioni di editori italiani indipendenti.

Pronti per la scorpacciata? Seguiteci anche su Instagram e #IGStories, vi racconteremo in diretta questo weekend di letture!

Do more with less: come ho scoperto, e cominciato ad amare, il Bullet Journal

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Chi di noi perde tempo su fa abitualmente utilissime e importantissime ricerche su Pinterest, avrà sicuramente notato che nell’ultimo anno compaiono sempre più spesso esempi di diari/agende estremamente curati. L’hashtag chiave è Bullet Journal (magari seguito da “junkies”: provate a cercare anche su Instagram), e unisce una serie di passioni a cui io non posso proprio dirmi immune: l’organizzazione, l’ordine, i materiali cancelleria, i disegni che vorrei tanto essere capace di fare.

La cosa quindi mi ha subito incuriosito, ma navigando il sito ufficiale dell’inventore del Bullet Journal le mie idee si sono confuse ancora di più: i termini usati e la metodologia proposta mi sembravano piuttosto complicati.

In realtà, una volta capito il meccanismo (qui, per esempio c’è una guida piuttosto ben fatta) il concetto che sta dietro al Bullet Journal è molto semplice. Di fatto si tratta di un metodo per unificare in modo efficace agenda, note e to-do list. La struttura base sono gli elenchi puntati (bullet points), e la buona notizia è che anche chi ha le capacità figurative di un bambino dell’asilo (eccomi) può comunque tenerne uno. Brutto, ma funzionale.

Se anche a voi piace l’idea di avere uno strumento che vi aiuti a tenere insieme tutti i pezzi delle vostre giornate, vi racconto la mia esperienza e le basi di questo metodo di journaling.

Di cosa avete bisogno

Un taccuino (meglio formato A5 o simili) e una penna. Io uso una Moleskine rigata.
Per prima cosa dovrete numerare tutte le pagine.

Gli elementi di base

  • Indice: nella prima pagina create un indice (numero di pagina – contenuto), che potrete aggiornare man mano.
  • Future Log: prendete quattro pagine dell’agenda, dividetele orizzontalmente in 3 sezioni che corrispondono ad un mese ciascuna. Qui potrete mettere obiettivi, eventi e to-do a lunga scadenza.
  • Monthly Log: su due pagine, riportate da una parte il mese in corso, segnando i giorni, e dall’altra la to-do del mese. Aggiungete quello che non siete riusciti a fare il mese prima.
  • Daily Log: la to-do list del giorno, a cui aggiungere note e osservazioni. Potete usarlo anche per tenere nota di attività che svolgete quotidianamente: nel mio caso, scrivo se ho fatto attività fisica e di che tipo, e i rimedi macrobiotici che ho preso quel giorno.

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Il metodo

Il Bullet Journal è basato sull’annotazione sintetica dei task, degli eventi e delle note. Bisogna essere concisi ed essenziali.

Altro elemento fondamentale sono i simboli di annotazione: potete scegliere quelli proposti dal sito ufficiale, o crearne di vostri. Il mio consiglio è, comunque, di non usarne troppi. Ricordatevi di mettere una legenda all’inizio, prima dell’indice: vi aiuterà soprattutto all’inizio.
Quando completate un task segnatelo come fatto, o spostatelo avanti (al prossimo mese o nel future log). Oppure (la cosa che preferisco) eliminatelo, se vi rendete conto che non era poi così importante.

Un’altra cosa che mi piace moltissimo è aggiungere al mio Bullet Journal dei moduli sulle cose che mi interessano. Ovvero, pagine che non sono legate all’agenda e al calendario, per esempio liste (libri che voglio leggere, lavori DIY da terminare, posti da visitare…), appunti, schizzi e idee. Ovviamente ho anche una tabella con il peso e i cm di Adele e altre cose da mamma.
Anche questi moduli aggiuntivi vanno segnati nell’indice, in modo da poter essere ritrovati con facilità.

Fonte: www.bulletjournaljoy.com
Fonte: http://www.bulletjournaljoy.com

Come e perché il Bullet Journal può diventare vostro alleato

Scrivere a mano è qualcosa che ci capita sempre più raramente. Abbiamo device di ogni tipo, con app efficaci e strumenti che ci permettono di tenere traccia di tutte le nostre attività, organizzare contenuti, calendarizzare i nostri impegni. Io per prima, per anni, ho abbandonato l’agenda cartacea a favore della maggiore libertà e flessibilità assicurata dalle tecnologie.

Da qualche tempo, però, mi sono resa conto che scrivere su carta mi aiuta a memorizzare meglio, a fissare le idee e a liberare la creatività. Non capita solo a me: diversi studi hanno dimostrato che usare la penna o digitare su una tastiera mettono in campo processi cognitivi molto diversi. La scrittura manuale è un’attività più complessa, tridimensionale, creativa. Inoltre, permette di tenere traccia del lavoro di editing e di conseguenza dell’evoluzione delle nostre idee. Ecco perché, pur continuando a usare Calendar, Evernote, Wunderlist, ho ricominciato a scrivere sul taccuino.

Dal punto di vista organizzativo, non è detto che abbiate bisogno di un Bullet Journal. A me piace perché mi permette di creare ordine nelle mie idee e nella lista delle mie cose da fare, perché mi aiuta a non sentirmi sopraffatta dagli impegni quotidiani e a fare una selezione dei miei (troppi) interessi in base alle priorità. Ecco perché eliminare task inutili è la cosa che preferisco! E, non a caso, il Bullet Journal è stato definito il Marie Kondo dell’agenda.

Fonte: www.bohoberry.com
Fonte: http://www.bohoberry.com

Come si legge sul sito, “The Bullet Journal is a customizable and forgiving organization system. It can be your to-do list, sketchbook, notebook, and diary, but most likely, it will be all of the above. It will teach you to do more with less.” 

Do more with less, ma anche do less: contro il logorio della vita moderna, e contro la dittatura del multitasking, Bullet Journal per tutti!

Chef (e comuni mortali) antispreco unitevi!

I riflettori si sono appena spenti sugli impianti sportivi di Rio de Janeiro (momentaneamente, perché il 9 settembre cominciano le Paralimpiadi: e se le premesse sono queste, io non me le perderei), abbiamo smesso di fare la conta delle medaglie e, personalmente, ho ripreso ad avere una vita sociale. Le Olimpiadi sono finite, e a questo punto è giusto chiedersi che cosa ne resterà. Sulle proteste, anche violente, collegate all’evento abbiamo già letto quasi tutto, ma è bello sapere che ci sono anche ricadute sociali positive. Le buone notizie riguardano il cibo e arrivano, guarda caso, dal mondo degli chef stellati.

Noi tutti li immaginiamo concentrati sulle loro creazioni (e anche un po’ fuori di testa: sarà colpa di quei ritratti in cui hanno sempre lo sguardo oltre la camera?) e resi insensibili da un ego ipertrofico. Se questo è un ritratto quasi fedele dei peggiori esemplari della categoria, non rende giustizia a molti altri. Perché c’è anche chi ha deciso di spendere parte del proprio talento aiutando chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza, oppure promuovendo un modo diverso di concepire il sistema della produzione alimentare: sono gli chef antispreco, che hanno scelto il lato sostenibile ed etico della cucina.

Gastromotiva_6 romeo e julienne

Proprio da Rio arriva RefettoRio Gastromotiva, l’ultima di una serie di iniziative nate da Massimo Bottura (non vi dobbiamo dire chi è, vero?), coadiuvato in questo caso dal brasiliano David Hertz. Per tutta la durata dei Giochi Olimpici una brigata di chef ha cucinato 5000 pasti al giorno utilizzando solo gli scarti del catering del villaggio olimpico: frutta e verdura imperfetta e ingredienti prossimi alla scadenza. Un modo intelligente per garantire accesso a un cibo di alta qualità alle fasce più povere della popolazione, oltre che un’occasione di formazione professionale per aspiranti cuochi e bartender.
Gastromotiva ha funzionato per tutta la durata delle Olimpiadi e continuerà a servire pasti anche durante i Giochi Paralimpici. La speranza è che prosegua con le sue attività anche dopo l’evento, così come è già successo con il Refettorio Ambrosiano di Milano, nato in collaborazione con Caritas Ambrosiana durante Expo 2015 e tutt’ora all’opera grazie ad una partnership con l’Ortomercato cittadino. Entrambi i progetti sono promossi da Food for Soul, l’organizzazione non-profit da fondata da Bottura per combattere lo spreco alimentare.

refettorio ambrosiano romeo e julienne

Per il progetto milanese, un teatro abbandonato è stato trasformato in una moderna mensa per poveri, con più di 60 chef da tutto il mondo a cucinare le eccedenze provenienti da Expo. Durante i 6 mesi dell’esposizione, 100 volontari hanno lavato i piatti, pulito i pavimenti e servito oltre 10.000 pasti salutari e stagionali, recuperando così oltre 15 tonnellate di cibo altrimenti destinate alla discarica. All’esterno della struttura, un’insegna al neon dell’artista Maurizio Nannucci recita NO MORE EXCUSES, a testimoniare l’impegno del Refettorio. Artisti, architetti e designer hanno contribuito a trasformare il concetto di mensa dei poveri in un luogo di condivisione e cultura. Anche dopo la chiusura di Expo, il Refettorio Ambrosiano continua a servire pasti ai senzatetto di Milano per 5 giorni alla settimana.

romeo e julienne food waste

Ma non bisogna essere per forza il miglior chef al mondo per farsi carico di una diversa visione sostenibilità alimentare e dello spreco. Gli esempi di professionisti o semplici cittadini che si impegnano per salvare cibo ancora perfettamente commestibile dalla spazzatura sono tanti, in ogni parte del Pianeta.
In California è nata da meno di un anno Imperfect Produce, una startup che si approvvigiona direttamente dai coltivatori raccogliendo frutta e verdura che verrebbero altrimenti scartate, perché troppo “brutte” per il mercato. Settimanalmente i prodotti vengono impacchettati in box del costo di circa 12$ e consegnati porta a porta agli abbonati. Così si riesce ad abbattere l’enorme spreco di prodotti freschi e ad assicurare cibo di stagione e di qualità a prezzi popolari.
In Danimarca, invece, è nato quest’anno WeFood, il primo “supermercato dello scarto”, che mette in vendita anche cibi confezionati (prossimi alla scadenza, oppure con le confezioni rovinate), garantendo un risparmio del 30-50%. Il tema è molto sentito nel paese scandinavo, e non è un caso infatti che negli ultimi cinque anni la Danimarca abbia ridotto del 25% i rifiuti alimentari.

E da noi? Abbiamo già parlato, oltre un anno fa, di Avanzi Popolo: un’iniziativa 100% Made in Puglia, che da anni mette in pratica azioni contro lo spreco di cibo, come la raccolta e redistribuzione di eccedenze alimentari attraverso il coinvolgimento di diversi enti di carità operativi sul territorio, tra l’altro avendo cura che il cibo possa compiere il tragitto più corto possibile dal donatore al beneficiario. Da qualche tempo è anche attiva una piattaforma di foodsharing sul sito dell’associazione.  

Se poi fino a qualche anno fa ci si vergognava a chiedere una doggy bag al ristorante, la pratica si sta diffondendo sempre di più, grazie anche alla sensibilità di molti ristoratori. A Milano, dove ogni giorno si gettano nell’immondizia 8,6 tonnellate di cibo, ormai da due anni i bambini delle scuole materne ed elementari sono invitati a portare a casa quello che non mangiano, in un apposito sacchettino. E a livello nazionale è finalmente stata approvata la nuova legge in materia di spreco alimentare, secondo la quale sarà più facile per aziende, ristoranti e privati donare cibo ancora in ottimo stato ad enti e associazioni che si occupano di persone indigenti.

Insomma, la prossima volta che decidiamo se comprare o no una mela ammaccata, pensiamo a quanto quel semplice frutto un po’ bruttino può cambiare il mondo.