Ma ‘ndo vai, se l’Avocado non ce l’hai? I 5 migliori Avocado Toast di Milano

Come siamo diventati così ossessionati dall’avocado? Difficile dirlo. Sicuramente c’entrano Instagram, gli hipster, Gwyneth Paltrow e qualche chef compiacente: lo ha ben spiegato un articolo del Washington Post, aggiungendo che si tratta di un cibo semplice, buono ma al contempo piuttosto sano – a patto di scegliere un buon pane di qualità e frutti di provenienza certificata, come quelli di Sicilia Avocado, per esempio – e con le cromie giuste per essere fotografato. 

Per farlo in casa occorrono poco meno di 5 minuti, ma se siete pigri o siete in cerca di una colazione alternativa mentre siete in giro, o ancora di un pasto leggero per questi giorni di afa, ecco i 5 posti di Milano dove mangiare un Avocado Toast come si deve!

Photo Credits Instagram @paninidurini

Panini Durini | Il nazionalpopolare
Da sempre sostengo che il vero piatto tipico di Milano è il panino, ed è per questo che i concept incentrati sul pasto al volo per eccellenza sono così popolari in città. Panini Durini è nato nel 2011, e ha già conquistato i luoghi chiave del centro: ben tredici punti vendita dove trovare un ampio menu di panini, insalate e dolci, wi-fi gratuito e un ambiente gradevole (belli i tavoli in marmo, un po’ meno la musica ad alto volume). Ma non c’è solo il nazionalpopolare “pane e companatico”, perché la carta strizza volentieri l’occhio ai food trend globali. Dal Matcha Cappuccino al Golden Milk, fino ad arrivare all’Avocado Toast: semplice, enorme, rassicurante.
Panini Durini | Location varie

Photo Credits Instagram @amandatropp

Fancy Toast | L’hipster
Comunicazione ammiccante, décor decisamente hipster (con un pavimento altamente instagrammabile), e un’offerta che guarda Oltreoceano, precisamente a San Francisco e ai suoi open toast dolci e salati. Ovvero, “un toast composto solamente da una fetta di pane, che fa da base, rigorosamente alta “one inch”, poco più che due centimetri e mezzo, e assolutamente “stuffed”, strabordante di ingredienti coloratissimi e buoni!”, come si legge sul sito.
Oltre al basic, qui si può assaggiare anche l’Epic Avocado Toast: SUPERbread, avocado mash, avocado a fette, bacon croccante, mais, bacche di goji e dressing di senape. Per fare il pieno di superfood!
Fancy Toast | Via Volta 8 (MM Moscova)

Photo Credits Instagram @miemo_foodlovers

Macha Café | L’evergreen
Se siete patiti e patite di moda, non potete perdervi questo locale. E non solo perché pare che Chiara Ferragni sia un’habitué, o perché è tutto in tinta con il colore Pantone dell’anno, ma per assaggiare il piatto più trendy (a Milano e non solo) di questo momento: l’Avocado Burger, ovvero una deliziosa farcitura di salmone racchiusa tra due metà di avocado che fanno le veci del bun (il classico pane morbido da hamburger). Ma non divaghiamo: qui si può gustare anche un ottimo toast, plain oppure con aggiunta di uova, pomodori alle erbe, salmone, cetriolo e feta. Da accompagnare, rigorosamente, con un Macha Green Superboost (succo di mela verde, cetriolo, spinacino, con matcha e spirulina).
Macha Café | Viale Francesco Crispi 15 (MM Garibaldi)

Photo Credits Facebook Moleskine Café

Moleskine Café | L’artistico
Caffè filtrato, tanto design e ovviamente agende e accessori: il brand café di Moleskine è uno spazio arioso, pulito e ricco di ispirazione (e con un eccellente Wi-Fi). Gli ingredienti sono selezionati, il menu ha un’ispirazione vagamente nordica, il caffè e il cappuccino vengono serviti anche in taglia XL (che Dio li benedica). Veniteci a colazione o a pranzo, approfittate dei tavolini all’aperto e ordinate un delizioso One Page Toast con avocado, pomodori confit e uovo poché. Per chi, ogni tanto, ama sentirsi artista!
Moleskine Café | Corso Garibaldi 65 (MM Lanza/Moscova)

Photo Credits Instagram @mantrarawvegan

Mantra Raw | Il crudista
Di questo locale vegan crudista abbiamo già parlato nella nostra guida ai locali veg di Porta Venezia (la trovate qui). “Il ristorante che non cuoce niente” propone anche una sua versione raw del celebre Avocado Toast, con pane crudo ai semi misti, pachino affumicato, finocchio al limone, erbe e fiori. Abbinatelo ad uno dei loro celebri cold pressed juice, per esempio lo Zen Viola, con rapa rossa, mela, zenzero.
Mantra Raw | Via Panfilo Castaldi 21 (MM Porta Venezia/Repubblica)

 

Non dimenticate di raccontarci qual è il vostro preferito!

P.S. se volete sapere quali saranno i prossimi trend del cibo e non trovarvi impreparati sul vostro account Instagram, date un’occhiata qui 🙂

Dove finisce il food, e inizia il cibo: a Ferrara per scoprire tre storie di passione e amore per le cose buone

Ci sono lunedì di fine maggio che non andrebbero sprecati tra scadenze, mail che pretendono risposte ASAP e corse in metropolitana. Bisognerebbe riempirli del profumo dei tigli, con un vento tiepido che accarezza le guance e scompiglia i pensieri. Ancora meglio, mangiando cose buone.

Per riuscirci, occorre prendere le distanze: da Milano, qualche centinaio di chilometri più in là, dove la parola cibo ha ancora un significato (e non è solo la traduzione di food). A Ferrara, per esempio, un territorio ricco di giacimenti enogastronomici ancora da scoprire.

Era proprio questo lo scopo del press tour a cui ho partecipato lo scorso 29 maggio, alla scoperta della Macelleria Rizzieri, della Torrefazione Caffè Penazzi 1926 e di Rukét Chocolate: tre luoghi e tre storie uniti dalla passione per il cibo buono e di qualità.

Ammetto che la prima tappa – la Macelleria Rizzieri di Focomorto (FE) – mi preoccupava abbastanza: non mangio carne da 6 anni (con pochissime eccezioni, da contare sulle dita di una mano), e l’idea di girovagare tra filetti e arrosti non mi entusiasmava. Proprio per questo sono rimasta sorpresa e incantata dal racconto di Lorenzo, figlio del fondatore Maurizio, così pieno di competenza e interesse per il benessere degli animali.
Negli anni ’60, in pieno boom economico e con l’industria alimentare che scopriva polifosfati, nitriti e conservanti vari, Maurizio Rizzieri decide di andare controcorrente: una filosofia produttiva ormai diventata tradizione di famiglia, fatta di amore per il cibo di qualità, rispetto per la natura, attenzione al benessere e all’alimentazione dell’animale, assenza totale di conservanti chimici e glutine. Oggi Maurizio e Lorenzo si dedicano alla lavorazione delle carni con un approccio orientato alla sostenibilità: visitando le stalle personalmente, seguendo l’evoluzione e l’alimentazione di ogni singolo animale. Tutto questo è raccontato anche in un blog ed è supportato da iniziative come la “Giornata in stalla”, una gita presso i fornitori della macelleria aperta ad amici e clienti. Come non amarli, soprattutto dopo che mi hanno preparato un intero, pantagruelico, pranzo vegetariano?

Indispensabile, a quel punto, il caffè. E non uno qualunque: quello della Torrefazione Caffè Penazzi 1926 è davvero unico. Alberto Trabatti, torrefattore bolognese ma ferrarese d’adozione, ama definire il suo caffè “un prodotto artigianale non per tutti, ma solo per chi si apre alla vera conoscenza di questo prodotto. Il Caffè rende liberi e consapevoli!”. Nel suo laboratorio ai margini della città (un luogo altamente instagrammabile, tra caffettiere di ogni forma ed età, scatole di latta, fotografie e caccavelle varie), ci ha raccontato la passione e l’amore per il caffè che lo accompagnano sin da bambino. Fino a quando, nel 2004, ha aperto la sua Torrefazione Artlife Caffè, diventata poi Penazzi 1926 dopo aver per caso scoperto che proprio in quella stessa bottega in Piazza della Repubblica, a Ferrara, un tempo un certo Signor Arrigo Penazzi produceva… del caffè! Un’attività chiusa all’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ma che ha ritrovato vita per pura casualità (o per un segno del destino) proprio grazie ad Alberto. Non è una storia magnifica?

Dulcis in fundo, è il caso di dirlo, la visita a Rukét Chocolate, la bottega bean to bar di Sant’Agostino (FE) dove Marco Gruppioni e Alessandro Cesari lavorano le fave di cacao e le trasformano in tavolette di cioccolato. Quello buono, artigianale, lavorato la cura di una volta con l’aiuto di moderne tecnologie. I due Mast Brothers emiliani partono dalla pura origine del gusto e selezionano le migliori materie prime, di cui vengono conservate tutte le proprietà e le qualità. Gli ingredienti sono solo 3: fave di cacao, burro di cacao, zucchero di canna. La gamma spazia dal Cioccolato al latte Repubblica Dominicana 55%, al Cioccolato Bianco con chicchi di caffè dell’Etiopia, al Cioccolato Fondente Tanzania Kokoa Kamili 72%, Haiti Pisa 75%, Honduras Mayan Red 72%, Nicaragua Nugu 70%. Ma la cosa che ho adorato è stata scoprire, sotto il packaging di design (con quel tocco hipster che però non stona), la forma delle tavolette: piccoli quadrati a forma di piramide, che si ispirano al celebre Palazzo dei Diamanti. Genius loci da mangiare!

Visto che valeva la pena lasciare qualche mail in sospeso? 😉

Indirizzi

F.lli Rizzieri 1969 
Via Ponte Ferriani 1,
44123 – Focomorto (FE)

Artlife Caffè Torrefazione Penazzi 1926:
Laboratorio e Spaccio aziendale:
Via G. Bongiovanni 32, 44122 – Ferrara
Punto Vendita – Bottega Storica:
Piazza della Repubblica 27/29, 44121 – Ferrara

Rukét Chocolate 
Via Statale, 120 – 44047 Sant’Agostino
Ferrara (FE)

Women in Food – Alla scoperta di Barcellona con Stefania Talento

Photocredits: In&Out Barcelona

Per visitare una città, lo sappiamo, non c’è niente di meglio che affidarsi a chi la vive ogni giorno. Nessuna guida “classica”, per quanto aggiornata e completa, può sostituire il consiglio di un local, soprattutto quando si tratta di scegliere dove mangiare o dove bere un buon bicchiere: è anche su questi presupposti che la sharing economy, quando si tratta di viaggi, basa il suo successo.

Tutto questo è ancora più significativo se parliamo di città iper turistiche, come Barcellona. Dagli anni ’90, ai tempi delle Olimpiadi, l’ascesa della capitale catalana sembra inarrestabile, con una mole di turisti spesso difficile da gestire. E mentre gli abitanti si ritagliano, non senza qualche difficoltà, spazi di socialità propri, qualcuno ha deciso che era ora di mostrare a tutti, residenti e viaggiatori, il vero volto di questa città magica e poliedrica: abbiamo fatto una chiacchierata con Stefania Talento che, insieme al suo compagno Andreu Font, ha creato In&Out Barcelona. Definirlo blog sarebbe riduttivo: è allo stesso tempo magazine, punto di riferimento a proposito di locali e ristoranti, guida per chi vuole conoscere davvero la città.

Pugliese di nascita, catalana di adozione: quando e come sei arrivata in Catalunya?
Dopo gli studi a Bari e Modena, sono arrivata a Barcellona, 6 anni fa, tramite il progetto Leonardo per fare un tirocinio post-laurea all’estero. L’ironia della sorte è che mi sono laureata con un anno di ritardo proprio perché non riuscivo a superare un esame di spagnolo! Barcellona l’ho scelta praticamente a caso. Ma appena scesa dall’aereo ho avuto subito una bellissima sensazione.
Dopo il tirocinio di 3 mesi, intensissimi, in un’azienda che organizza eventi e congressi per case farmaceutiche e cosmetiche, sono stata assunta per altri 6 mesi.

Come sono stati i primi mesi in città?
Molto impegnativi. Ho frequentato un corso di lingua intensivo e lavoravo con ritmi molto serrati. Per fortuna al lavoro ho conosciuto Andreu, il mio attuale compagno, che ha iniziato a portarmi in giro per la città come una persona del posto – mentre per i primi 3 mesi ho vissuto con la Lonely Planet – dal momento che lui è mezzo catalano e mezzo portoghese.
Mi sono accorta che Andreu conosceva davvero un sacco di posti, e così gli ho suggerito di cominciare a scriverne. Nel 2012, quasi per gioco, è nato In&Out Barcelona, dove IN era riferito ad Andreu, e OUT era riferito a me, che vedevo le cose con lo sguardo della persona che viene da fuori. All’inizio scrivevamo in italiano e spagnolo, poi abbiamo abbandonato l’italiano e al momento scriviamo in spagnolo e inglese.

Photo credits: In&Out Barcelona

Da cosa è nato il sito e come si è evoluto il sito in questi anni?
Alla base c’è l’idea di promuovere tutti quei piccoli progetti che hanno a che fare con il cibo a Barcellona, soprattutto cercando di raccontare ciò che per noi ha valore.
Negli anni poi sono aumentate le richieste di agenzie e aziende che ci invitano a collaborare come partner, ma cerchiamo di mantenere tutto sul piano dell’autenticità perché vogliamo che ciò che è nel blog ci sia perché il progetto è interessante. Per questo motivo non trovate grandi catene: non perché non lavorino bene, ma perché preferiamo ciò che è più contenuto, nato dalla piccola imprenditoria, con una solida base di valori alle spalle. Questo è ancora più importante nel momento in cui molti, in risposta alla crisi, hanno aperto un ristorante senza però esserne in grado.

Al momento il blog è diventato il tuo lavoro; ci racconti questo cambiamento?
Abbandonato il mondo degli eventi, ho iniziato a “giocare” coi social e a studiare il marketing digitale. Dopo l’azienda di eventi in cui avevo cominciato come tirocinante, ho fatto la coordinatrice per British Telecom. Nel frattempo Andreu lavorava in un’agenzia di comunicazione. La vita d’ufficio ci sembrava una gabbia; io contavo le ore che mancavano al ritorno a casa, quando avrei potuto dedicarmi a In&Out Barcellona, che era il progetto che veramente mi dava motivazione e mi faceva “battere il cuore”. Così, con molte incertezze e timori, abbiamo deciso di lasciare il nostro lavoro fisso e di diventare liberi professionisti.
Nel frattempo, circa 2 anni fa, era uscita la prima guida indipendente sui locali di Barcellona scritta insieme a un altro blog, O lo comes o lo dejas. In meno di 2 mesi le 2000 copie che avevamo stampato sono andate sold out, così come gli eventi che abbiamo chiamato Foodie Pop-up experiences, in cui chiedevamo ai nostri chef preferiti di sfidarsi in un benevolo duello con altri chef, creando cene a tema molto particolari.
Per sostenere le attività del blog, inoltre, abbiamo iniziato a gestire i social di alcuni clienti (ristoranti e locali) come social media manager. In&Out amplia i suoi servizi e diventa così un’agenzia di comunicazione non convenzionale, dove alla base della collaborazione c’è sempre una condivisione di valori con i clienti. 

Photo credits: In&Out Barcelona

Quali sono i prossimi progetti di In&Out Barcelona?
La nostra seconda guida, “24 hour Foodie People” è uscita in 2500 copie, anche queste andate a ruba.
Un’altro progetto che ci piace molto è quello legato al vermut, una bevanda buonissima, qui molto diffusa ma poco conosciuta in Italia, soprattutto al di fuori dalle grandi marche. E pensare che a Barcellona è stato diffuso alla fine dell’800 proprio da un italiano, che aprì il primo bar del vermut in stile modernista all’inizio di Paseo de Graçia, creando un forte legame tra Torino e Barcellona. Ci piaceva l’idea di divulgare queste storie, e per questo abbiamo iniziato a creare dei tour del vermut, con assaggi e racconti.  

Photo credits: In&Out Barcelona

E i tuoi progetti personali?
Da settembre partecipo personalmente a Ladies Wine and Design. Nato a New York da Jessica Walsh, illustratrice, è una piattaforma che vuole promuovere la partecipazione delle donne ai vertici dei settori creativi. L’idea di fondo è smettere di lamentarsi e creare dei momenti di condivisione/networking, in cui promuovere talenti femminili da ogni parte del mondo.
Se esci di lì e ti chiedi “cosa farei se non avessi paura?” è già un ottimo un segnale. È così che ho deciso di lasciare il mio lavoro d’ufficio! Servono iniezioni di motivazione, e strumenti per credere che ce la puoi fare. Che puoi fare quello che ti piace, e farlo con felicità.

Perché ho iniziato a ballare il boogie-woogie (e perché dovresti anche tu)

“In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene.” (Nanni Moretti, Caro Diario)

Sono sempre stata scoordinata, o almeno così ho sempre pensato. Da piccola ho provato a praticare mille sport diversi: dalla ginnastica artistica (ma fare il ponte per me era una vera tortura, perché, a dispetto di quello che si crede sui bambini, non tutti sono flessibili e snodati!), al nuoto, al tennis. Che smisi in seconda media, dopo che un maestro chiese a mia madre di portarmi dall’oculista per controllare i miei problemi di vista (ci vedevo benissimo: solo che non riuscivo a intercettare manco per sbaglio le palline).

Forse i miei genitori avrebbero dovuto iscrivermi a un’attività di squadra? Chissà. Fatto sta che alle superiori, dove gli insegnanti di educazione fisica si semplificavano la vita (leggi: si assicuravano uno stipendio facile) facendoci pascolare sul campo di pallavolo, ogni settimana subivo l’umiliazione di essere scelta per ultima nella squadra della classe. A dire il vero non mi preoccupavo molto: al muro e alle schiacciate preferivo i libri e l’arte. Ad un certo punto io e una mia compagna di classe – impedita quanto me – avevamo escogitato uno stratagemma per evitare la selezione, nascondendoci dietro una colonna e passando le restanti due ore a chiacchierare. 

Fino all’età adulta ho sempre avuto questo rapporto conflittuale con le attività sportive – tranne lo sci, in quello sono sempre stata brava – ma allo stesso tempo ho sempre amato ballare. Mi sono sempre buttata in pista senza paura e, stendendo un velo pietoso sulle attività discotecare del sabato pomeriggio negli anni ’90, ho sempre adorato le feste e i luoghi dove potessi dimenarmi in qualche modo più o meno convincente.

A Bologna ho seguito un corso di danza afro, che poi ho proseguito i primi anni a Milano. Poi c’è stata la danza del ventre. E poi ho sposato un uomo che, al nostro primo appuntamento, ha esordito dicendo “sono il più grande ballerino del Triveneto” (in effetti, come non sposare un soggetto del genere). Al nostro matrimonio abbiamo scritturato una band che suona cover e pezzi propri ispirati al rock degli anni ’50 e ’60: mettici l’amore per i vestiti vintage, la fascinazione inevitabile per quegli anni (Mad Men, anyone?), mettici noi che abbiamo sempre improvvisato senza essere capaci di fare i passi giusti, mettici che viviamo a Milano dove c’è un corso quasi per qualunque cosa… ecco che inesorabile è arrivato il corso di Boogie-Woogie.

(questo è il boogie. Noi siamo un po’ meno bravi di così)

I balli swing sono principalmente tre, e derivano tutti dalla stessa matrice: Lindy Hop (anni 20/30), Boogie Woogie (anni 50/60) e Rockabilly Jive (nato negli anni 40 e evolutosi fino agli anni 70). Mi sono chiesta perché piacciono tanto da essere diventati una vera e propria mania, senza contare poi la quantità di festival e raduni: il più famoso, il Summer Jamboree di Senigallia, è ormai un appuntamento fondamentale dell’estate adriatica con un ritorno importantissimo per il territorio. Credo che i motivi siano soprattutto la musica, bella e allegra – non a tutti piace lo struggimento del tango – vestiti e pettinature stilose, e la socialità che inevitabilmente scaturisce da corsi e serate. Soprattutto, penso che ci affascini parecchio il mondo che questi balli evocano: un’epoca di divertimento sfrenato (ve lo ricordate Il Grande Gatsby?) per quello che riguarda il Lindy, e un momento di grandi speranze e possibilità pensando agli anni 50, al Boogie e alla nascita del rock’n’roll.

Ormai sono tre anni che balliamo Boogie, tolta la parentesi gravidanza. Siamo bravi? Un po’. Ci divertiamo, tantissimo. Senza contare che abbiamo una sera alla settimana solo per noi, senza pensieri legati alla bimba, alla casa, al lavoro. Facciamo una cenetta veloce in un posto sempre diverso – ed è anche un modo per provare locali nuovi – e poi svuotiamo la testa, muoviamo il corpo, facciamo circolare endorfine (che poi ci tengono svegli per altre due ore quando torniamo a casa, ma questa è un’altra storia). Conosciamo persone che amano il ballo, spesso giovanissime: loro fanno serata ogni weekend, noi ovviamente no, ma va bene così. Abbiamo scoperto una Milano swing che si ritrova in luoghi bellissimi, come lo Spirit de Milan e la Balera dell’Ortica, e che improvvisa maratone di ballo nei parchi e nelle piazze.
Viviamo la vita a passo di danza, 5-6-7-8, e lo facciamo insieme che è anche più bello.

Vuoi informazioni sui corsi e i locali dove cimentarti con i balli swing? Ecco qualche link utile:
Twist & Shout
Studio Larosa Dance
Rock’n’travel
Mad4Boogie

Portugal for foodies: non solo baccalà! Cosa mangiare, e dove, a Lisbona e Porto

Noi che siamo nati al mare conosciamo la saudade ancora prima di poterle dare un nome. Fa parte del nostro patrimonio genetico fin dalla nascita, e la riconosciamo solo quando, camminando in una delle città di pianura che ci siamo scelti come casa, ci troviamo improvvisamente a cercare l’orizzonte. Ci assale allora la mancanza di un punto di fuga, a cui orientare la meridiana dei nostri sogni. Sentiamo l’esigenza di una luce diversa, quella che automaticamente si traduce in ritmi di vita più lenti, socialità più facile.

Lo ammetto: non mi sono ancora del tutto ripresa dalla saudade del mio ultimo viaggio, 10 giorni tra Lisbona e Porto, anche se è passato più di un mese. Chissà perché continuo a innamorarmi delle città portuali tutte salite e (poche) discese, con “quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori”?
Non mi resta che consolarmi con un bicchierino di porto bianco, e lasciarvi la mia rassegna delle 5 esperienze foodie da non perdere tra le due “capitali” portoghesi: Lisbona, abbagliante, scanzonata e poetica; e Porto, laboriosa, tutta chiaroscuri, di una bellezza sensuale che si svela in pieno agli occhi più indulgenti.

1. Drink con vista: l’aperitivo al tramonto, su uno dei tanti miradouros di Lisbona

Una delle tante cose che amo nelle città in salita sono gli squarci improvvisi che si aprono, talvolta tra un palazzo e l’altro, a rivelare il panorama della città dall’alto. Lisbona è ricca di miradouros, terrazze panoramiche che interrompono il paesaggio urbano offrendo inaspettati punti di sosta. La città ai piedi, il Tejo scintillante, la baia che si apre lasciando presagire l’Oceano Atlantico: andarci al tramonto è la scelta migliore, magari concedendosi un passaggio in elevador, dopo una giornata di visite e camminate.
Il mio preferito è stato il Miradouro de São Pedro de Alcântara, un’elegante terrazza punteggiata di alberi frondosi e panchine, da cui si può ammirare una vista magnifica che spazia dal Castello di São Jorge, proprio di fronte, alla Baixa e ad Alfama con la Sé (la cattedrale fortezza), fino al fiume.

CONSIGLIO
Il chiosco che sorge a una delle estremità della piazza è attrezzatissimo con funghi riscaldanti e copertine, per far fronte al vento fresco che si alza di sera. Bevete un bicchiere di bianco alentejano, prima di proseguire la serata e immergervi nella movida del Chiado.

INDIRIZZO
Miradouro de São Pedro de Alcântara | Rua São Pedro de Alcântara, 1200-470, Lisboa

Photo Credits: José Avillez

2. Mini Bar Avillez a Lisbona

Ho scoperto il Minibar di José Avillez grazie al post di Mariachiara, che ha fatto da apripista alle mie esplorazioni portoghesi. E non posso che ringraziarla di avermi fatto scoprire questo locale a dir poco sorprendente, nel cuore della Baixa: qui la cucina è gioco e coup de théâtre, in un continuo rimando tra forma e sostanza. Nonostante il marchio dello chef pluristellato sia evidente (Avillez, ex allievo di Ferran Adrià, è lo chef più famoso del Portogallo,  nonché imprenditore di successo con una serie di fortunati marchi e ristoranti all’attivo), siamo in un ambiente informale. Qui si può venire per un aperitivo – per assaggiare gli ottimi cocktail e le mini porzioni del menu – oppure per una cena più sostanziosa.

CONSIGLIO
Se volete fare un viaggio nella cucina portoghese, tra sperimentazione e tradizione, non perdetevi il menu degustazione chiamato Epic Menu, da 11 portate più dessert, e fatevi consigliare uno o più cocktail da abbinare. Un’esperienza gastronomica che, da sola, vale il viaggio.

BONUS TIP
Viaggiate con dei bambini? Non fatevi intimidire. Qui il personale è gentilissimo e molto accogliente, e inoltre il locale è attrezzato anche per chi ha bambini molto piccoli. La nostra quasi duenne si è divertita moltissimo tra gli assaggi dal nostro menu e i pastelli colorati che le hanno portato. Ha persino conquistato il cuore cameriera che le ha portato una porzione extra di dolce!

INDIRIZZO
Mini Bar | Rua António Maria Cardoso 58, 1200-027 Lisboa

3. Pastéis de Nata, il dolce della felicità

Credo che, insieme alla focaccia genovese, i Pastéis de Nata siano il comfort food più buono del mondo. Questi cestini di sfoglia ripieni di crema pasticcera, cotti e serviti tiepidi con una spolverata di cannella, vi rimarranno nel cuore a lungo. A Lisbona potrete assaggiarli nelle molte pasticcerie della città – i dolci in Portogallo sono quasi una religione, e questo è un ottimo motivo per visitarlo – anche se i migliori rimangono sempre quelli della Antiga Confeitaria de Belém. È vero, il luogo è turistico (durante il weekend, arrivate la mattina presto per evitare le code chilometriche), essendo anche a due passi dal Mosteiro dos Jerónimos e dalla Torre di Belém, ma ha conservato intatto il suo fascino e soprattutto la ricetta dei suoi Pastéis.

CONSIGLIO
Sedetevi in una delle sale decorate di Azulejos e ordinate “uma bica” (la versione portoghese dell’espresso, per il quale si utilizzano miscele di ottima qualità) e almeno un paio di Pastéis de Nata. Se sarete bravi, riuscirete a non ordinarne una mezza dozzina da portar via nelle graziose confezioni di cartone.

BONUS TIP
Se la visita al quartiere di Belém non rientra nei vostri piani, o se volete evitare le folle di turisti, potete provare i dolcetti in centro. Tra i molti indirizzi, consiglio Manteigaria, minuscolo locale del Chiado specializzato solo in Pastéis de Nata, da mangiare in loco o take-away.

INDIRIZZI
Antiga Confeitaria de Belém | Rua Belém 84-92, 1300-085 Lisboa
Manteigaria | Rua do Loreto 2, 1200-108, Lisbona

4. Afurada, il borgo a due passi da Porto dove il tempo si è fermato

Porto è un laboratorio a cielo aperto, tra gentrification e rinascita, e saprà conquistarvi con il suo carattere industrioso, giovane, dinamico. La città è legata ovviamente al vino omonimo, ma non mancano le occasioni per gustare anche l’ottimo vinho verde o i rossi della regione: qui l’aperitivo, accompagnato da petiscos – piattini assimilabili alle tapas spagnole – non si può saltare. Provate, per esempio, a sedervi nei tavolini all’aperto della Mercearia das Flores, che nell’omonima via offre ottimi prodotti e vini biologici da tutto il Paese.
Ma se siete curiosi, e dotati di gambe allenate, spingetevi oltre il fiume, a Vila Nova de Gaia – dove si concentrano le cantine del porto, in cui è d’obbligo la degustazione – e proseguite verso la foce del fiume Douro. In una mezz’ora abbondante, lungo una strada pedonale e ciclabile molto piacevole, raggiungerete Afurada, villaggio di pescatori dove il tempo sembra essersi fermato. Qui troverete signori con i baffi e donne robuste che trasportano sulla testa il cesto con i panni da lavare al pubblico lavatoio, pescatori intenti a riparare le reti, bambini che giocano in strada. Ma soprattutto sarete attirati dal profumo del pesce arrostito sulle griglie sistemate all’esterno delle taverne, come la Taberna do São Pedro, il cui menu si basa sul pescato del giorno, accompagnato da verdure fresche a volontà.

CONSIGLIO
Con il sole allo zenith è consigliabile rifugiarsi nella grande struttura alle spalle della taverna, dove potrete accomodarvi nei tavoli da sagra e attaccare bottone con i vostri vicini. Ascoltate i loro consigli e ordinate quello che vi suggeriscono, non ve ne pentirete!

INDIRIZZO
Taberna de São Pedro | R. Vasco da Gama 126, 4400 60, São Pedro da Afurada

Photo credits: Lisboa ConVida

5. Sardine in scatola, un prodotto d’eccellenza per picnic gustosi

L’industria conserviera portoghese è da sempre una delle più fiorenti del mondo, frutto di una lunga tradizione che risale al 1853, quando aprì la più antica azienda di questo tipo in Europa. Le conserve ittiche sono di tantissimi tipi e spesso di ottima qualità: sardine, è il caso di dirlo, in tutte le salse; e poi acciughe, sgombro, tonno, e persino polipo e seppie.
Oltre alle tradizionali rivendite, a Porto e Lisbona sono sorti negli ultimi anni numerosi negozi gourmet e ristoranti specializzati in eccellenti conserve di pesce. Insieme alla già citata Mercearia das Flores, a Porto, merita una visita anche la Conserveira de Lisboa, a due passi dall’affollata Praça do Comércio. Spesso le sardine in scatola hanno un packaging così bello e curato che è davvero difficile resistere alla tentazione di collezionarne una per tipo!

CONSIGLIO
Scegliete le vostre conserve – meglio se in olio extravergine d’oliva biologico – e tenetele da parte per un pasto sulla spiaggia, accompagnandole con pane fresco e una birra gelata.
Il mio picnic spot preferito è stata la Praia do Forno, a Vila do Conde, in un tratto di costa ancora intatto e non rovinato dal turismo di massa. Per arrivarci, prendete la linea B della metropolitana (direzione Póvoa de Varzim) dal centro di Porto. In 45 minuti arriverete nella cittadina medievale – punto di transito del Camino di Santiago – e una volta attraversato il centro storico, con il magnifico acquedotto romano, arriverete al litorale che conta 6km di sabbia fine e onde perfette per il surf.

INDIRIZZI
Conserveira de Lisboa | Rua dos Bacalhoeiros 34, 1100-016, Lisboa
Mercearia das Flores | R. das Flores 110, 4000 Porto

#amoleggere: il 23 aprile si festeggia la Giornata Mondiale del Libro

Il 23 aprile 2017 si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore, un’iniziativa Unesco nata per evidenziare la potenza dei libri e promuovere la visione di una società basata sulla conoscenza, inclusiva, pluralista, equa, aperta e partecipativa per tutti i cittadini.

“Si dice che da come una società tratta le persone più vulnerabili si possa misurare la sua umanità. Quando si applica questa misura alla disponibilità di libri per persone con disabilità visive e con disabilità fisiche o di apprendimento, ci troviamo di fronte a ciò che può essere descritto solo come una “carestia di libri”.” 

Così Irina Bokova, Direttore Generale Unesco, introduce l’edizione di quest’anno, dedicata alla sensibilizzazione sull’accesso ai libri da parte di chi soffre di disturbi dell’apprendimento o presenta disabilità fisiche. 

“Secondo l’Unione Mondiale dei Ciechi, circa 1 su 200 persone sulla Terra – 39 milioni di noi – non possono vedere. Altri 246 milioni hanno una vista notevolmente ridotta. Queste persone […] possono accedere a circa il 10% di tutte le informazioni scritte e delle opere letterarie. […] La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, e gli obiettivi di sviluppo sostenibile, segnano un cambiamento di paradigma nel riconoscere il diritto delle persone disabili ad accedere ai libri, alla conoscenza e alla vita culturale partendo da basi comuni a quelle degli altri.
Nell’ambito della convenzione, l’UNESCO sta lavorando per promuovere una migliore comprensione delle questioni legate alla disabilità e mobilitare il sostegno al riconoscimento della dignità, dei diritti e del benessere delle persone con disabilità, e dei benefici della loro integrazione nella società.”

Anche in Italia saranno molte le iniziative dedicate a questa giornata: le potete trovare in rete cercando l’hashtag #amoleggere, da usare in questi giorni per condividere il nostro amore per la lettura.
Amazon, per esempio, permette di donare a Save the Children per sostenere la campagna “Illuminiamo il futuro“, contro la povertà economica ed educativa: in Italia oltre 1 milione di bambini vive in povertà assoluta, e oltre alla mancanza di mezzi materiali, sperimenta quella di opportunità formative (come visitare un museo, andare ad un concerto, fare sport). Una povertà che li priva della possibilità di costruirsi un futuro, o anche solo di sognarlo. Per questo Save the Children ha creato i “Punti Luce” nei quartieri più svantaggiati delle città. Spazi in cui studiare, esprimersi e crescere. 

Cogliendo l’occasione dell’evento internazionale dedicato al libro, inoltre, inizia in anticipo di una settimana Il maggio dei libri, l’iniziativa nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore della lettura come strumento di crescita personale, civile e sociale. Dal 23 aprile al 31 maggio enti locali, privati, scuole, festival, cinema, librerie, biblioteche, carceri, editori, associazioni culturali, istituti sanitari, negozi e molte altre realtà, saranno riunite dal claim “Leggiamo insieme”, accompagnato dall’immagine di Guido Scarabottolo. Il tema della campagna è la lettura come strumento di benessere: leggere fa bene, è piacevole e salutare. I libri permettono di migliorarsi nei contesti più disparati aprendo nuove prospettive e arricchendo il nostro bagaglio esperienziale e culturale.
[E, nel nostro caso, sono anche buoni da mangiare! (Date un’occhiata al nostro archivio di ricette letterarie)].

A questo proposito, proprio domenica alle 10.00, nella Sala Gothic del padiglione 4 della fiera di Milano, è in programma la tavola rotonda “La lettura come strumento di benessere”, alla W di Wonder nello speciale alfabeto di Tempo di Libri: Romano Montroni, Stefano Bolognini, Rachele Bindi, Antonio Calabrò, Nicola Galli Laforest, Stefano Laffi, Ketti Mazzocco, Armando Massarenti e Vito Mancuso discuteranno non solo delle meraviglie della lettura, ma anche e soprattutto delle tipologie e modalità diverse con le quali può essere d’aiuto nelle varie fasi della nostra vita.

Per gli amici romani, invece, l’appuntamento è alla Galleria Nazionale, dove alle 11 è prevista una visita guidata gratuita alla Biblioteca del museo, alla scoperta del ricco patrimonio librario tra antichi volumi e rare riviste di arte. Dal 23 aprile, inoltre, il libro diventa protagonista con uno spazio di book-sharing nella Sala delle Colonne, l’area accoglienza a ingresso gratuito della Galleria: i visitatori sono invitati a portare e a leggere i propri libri dei sogni per cominciare a dare corpo a quello che diventerà un punto di scambio, condivisione e arricchimento. Per l’occasione, il biglietto d’ingresso è ridotto a 5€ per i visitatori che porteranno i propri #LibriDiSogni per il nuovo angolo book-sharing.

Tanti motivi, insomma, per dire #amoleggere: raccontateci il vostro! Noi intanto vi lasciamo con una bonus track che ci ha fatto sorridere e un po’ commuovere (è una pubblicità, ma vale davvero la pena vederla).

Hungry for design – Finalmente il Fuorisalone da mangiare!

“Stay hungry, stay foolish”: quante volte ormai abbiamo sentito ripetere questa frase – a proposito e a sproposito. Ma se capita di essere affamati (per davvero) nel mezzo di una kermesse come la Milano Design Week, tutta dedicata all’innovazione e alla creatività, le opzioni a nostra disposizione non sono quasi mai allettanti. Troppo pieni i ristoranti – tutti prenotati da settimane – e troppo lunghi i tempi d’attesa per chi vuole visitare il più possibile in pochi giorni, tocca ripiegare su proposte veloci, ma spesso di qualità discutibile, o sul gelato – quest’ultima la mia scelta prediletta, anche se mi rendo conto che un’alimentazione a base di gelato non è esattamente consigliata dai migliori nutrizionisti.

Che cosa può fare allora il foodie affamato di design e di cibo vero? Questa è la domanda che si sono posti, e a cui hanno risposto, gli organizzatori di Hungry for Design, l’evento che da oggi e fino al 9 aprile – per tutta la durata del Fuorisalone – mette insieme il buono della tavola e il bello del design, nel neonato distretto MuVaC. Muratori, Vasari, Corio sono le tre vie del quartiere di Porta Romana che formano un’ideale “Area T”; per l’occasione si aprirà all’intera città per affermare in via definitiva quel ruolo che in molti le hanno riconosciuto: uno fra i migliori distretti del food milanese.

Il progetto nasce da un’idea di di Paola Sucato, Dorothé Lenaerts e Giuseppe Castronovo, che sono riusciti a mettere insieme ristoratori della zona, istituzioni, sponsor e designer che esporranno le loro creazioni realizzate ad hoc e in tema con l’evento.

Molto eterogenei fra loro – per provenienza, progettualità inedite e non, utilizzo dei materiali, già affermati o emergenti – i designer sono stati selezionati,invitati e messi in scena da Simona Cardinetti e Dorothé Lenaerts in un suggestivo loft riaperto per l’occasione – nella corte al civico 11 di via Muratori – e nello spazio LaDodo gallery. Unico il filo conduttore che li accomuna: l’aver dato vita a creazioni che concretizzano il rapporto tra cibo e design, tra funzionalità ed estetica. Il risultato è una mostra di oggetti di uso quotidiano ripensati in chiave design, un percorso che declina in modo originale le relazioni tra cibo, forma e funzione.

Le proposte gastronomiche sono invece all’insegna della qualità, design della presentazione, ecosostenibilità e innovazione sociale. Le realtà della ristorazione presenti in zona, insieme con 4 foodtruck, animeranno il selciato di questo angolo milanese.

Hungry for Design sarà una nuova tappa nella flânerie della settimana del Fuori Salone, dove approdare per una sosta gourmande rilassante e creativa,nel passaggio tra le diverse zone della città o come destinazione finale al termine di una lunga giornata. Quale migliore ricompensa, dopo le maratone di creatività a cui ci sottoporremo?

Women in Food – Laura La Monaca, aka Dailybreakfast: cambiare vita, una foto alla volta

Photo credits: Laura La Monaca

Ho incontrato Laura – che i più digital di noi conoscono come @dailybreakfast – in una mattina milanese come tante, solo con tantissimo sole in più. Per il resto, le solite co(r)se: colazione di corsa, corsa al nido, qualche telefonata di lavoro, corsa in metropolitana (che per non farmi mancare niente si è pure fatta aspettare 15 minuti per un guasto), corsa all’appuntamento a cui sono arrivata con mezz’ora di ritardo.
Laura mi aspetta seduta a un tavolino di Ofelè, a proposito di colazioni, ed è sorridente e serafica. Le chiacchiere fluiscono, e io mi accorgo che davanti non ho solo una Instagram star, ma una persona vera, fresca, curiosa e genuina, che ama raccontare il mondo attraverso le sue foto e ha la consapevolezza di chi ha saputo dare una svolta alla sua vita facendo, davvero, quello che le piace.

Laura, raccontaci chi sei e cosa fai.
Sono siciliana, catanese, e vivo a Milano dal 2002. Mi sono trasferita qui per studiare, ho frequentato un corso di economia per le arti, la cultura e la comunicazione e ho iniziato poi a lavorare in una agenzia che organizza concerti, prima, e poi in casa editrice. Lavoravo con l’estero, ma dopo 6 anni mi sono trovata a dover rivalutare la mia scelta professionale. Una crisi grazie alla quale ho deciso di seguire le mie passioni: fotografia, food e viaggi.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Oltre al tuo canale Instagram e al blog, collabori con diverse riviste straniere ed italiane. Come sei diventata una blogger e una fotografa professionista?
Nel 2013 sono volata a Londra per seguire alcuni corsi di fotografia. L’anno successivo ho partecipato al Foodblogger Connect, un evento che mi ha dato moltissimo sia in termini di energia che di conoscenze. In particolare, fondamentale è stato il workshop con Monica Bhide, che ci disse una cosa che mi è poi stata utilissima, ovvero che senza un media kit non si va da nessuna parte! E infatti aveva ragione: appena spedii il mio a una rivista internazionale con cui sognavo di collaborare, mi risposero subito con un assignment per l’Italia.
Adesso lavoro con diversi tipi di clienti: aziende italiane e straniere, enti del turismo, riviste. Produco esclusivamente contenuti visivi.

L’idea e il concept del blog invece come sono nati?
Ero in vacanza, in spiaggia, e pensavo a come riorganizzare la mia vita intorno alle mie passioni. All’improvviso mi sono ricordata che, da piccola – a quanto dice mia mamma – la mia prima parola è stata “latte”. Sono sempre stata un’appassionata della colazione! Il blog quindi è nato nel 2012, ma all’inizio è stato molto in sordina. Nel 2014 ho fatto un restyling dei miei canali e ho dato un nuovo impulso al progetto, anche se il mio biglietto da visita rimane sempre Instagram.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

A proposito di Instagram, hai oltre 80mila follower e un seguito sempre crescente. Come gestisci questo canale e come ti relazioni con chi gioca scorretto?
Instagram per me è una vetrina che mi permette di far conoscere a un ampio pubblico il mio lavoro (la maggior parte di loro proviene dall’estero). Sicuramente da quando questo è diventato uno strumento di collaborazione con le aziende, per molti è diventato un’opportunità di guadagno e ci sono stati anche fenomeni di concorrenza sleale: c’è un problema di cultura digitale nelle aziende stesse, che troppo spesso si fermano ai numeri senza guardare la qualità. È un problema che hanno tutti i freelance del mondo della comunicazione, e l’unica soluzione è andare dritti per la propria strada, continuando a produrre contenuti di qualità e senza perdere la propria coerenza.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Su Instagram posso sperimentare e per questo mi piace moltissimo. Sto per lanciare un nuovo progetto a partire dalla città di Porto, dove sono stata invitata per un viaggio press. Non vorrei rivelarvi altri dettagli, seguitemi perché sarà divertente! Lo potete fare proprio in questi giorni cercando #dailybreakfastinportugal.

Thailand
Photo credits: Laura La Monaca

Vuoi dare un consiglio a chi vuole cambiare vita ma si sente un po’ bloccato?
Sarò sincera, non penso che tutti ce la possano fare. Ci vuole molta determinazione e la consapevolezza che intraprendere una carriera di questo tipo comporta una serie di attività molto poco “creative”: la fotografia è la punta dell’iceberg dietro cui ci sono editing, rework, relazioni non sempre facili con i clienti, ma anche fatture e telefonate con il commercialista. Bisogna capire se si è disposti a farsi piacere tutto questo.
Per contro, l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di studiare, studiare sempre, possibilmente con i migliori professionisti (che spesso sono anche i più generosi) e investire costantemente nell’aggiornamento.

Non posso fare a meno di farti un’ultima domanda. È vero che hai inventato l’avo on toast? 🙂
Magari! Questo è uno scherzo tra me e Nina, che mi prende sempre in giro perché al primo FBC a cui ho partecipato avevo postato la foto di un toast con avocado. Lei sostiene che la mania su Instagram sia iniziata lì, chi lo sa! In realtà io a colazione mangio un po’ di tutto, dal pane e Nutella ai noodle 🙂

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Il cioccolato crudo, che forse non esiste ma è così buono (e ci fa bene)

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Photo: gratisography.com

Se anche voi, come me, siete cresciute con lo spauracchio del cioccolato, tanto appagante e confortante, quanto foriero di adolescenziali disgrazie – “fa venire la cellulite, i brufoli e non da ultimo il culone” – ecco, avete un motivo in più per invidiare le nuove generazioni (intendo oltre al fatto che sono tutte magre, vestite bene, sanno mettersi l’eye-liner e, accidenti, sono giovani). Oggi il cioccolato è riconosciuto come superfood, quindi buono, bello e salutare.

Parliamo ovviamente di cioccolato raw, che all’ultimo Salon du Chocolat di Milano è stato, insieme al bean to bar, il leit motiv della manifestazione.
Mettiamo subito le cose in chiaro: il cioccolato crudo, così come definito dalla filosofia crudista, (cioccolato in cui non viene superata la temperatura di 42 gradi in tutta la filiera di approvvigionamento e in tutto il processo produttivo), non si può fare.
Ma se si considera l’obiettivo dell’approccio crudista, ovvero preservare al massimo i nutrienti e le proprietà funzionali delle materie prime utilizzate, ecco che è possibile ottenere un cioccolato lavorato il meno possibile, e che proprio per questo conserva ed espande le sue proprietà organolettiche e preserva tutte le proprietà nutrizionali. Fermentando ed essiccando le fave, e rispettando la catena di temperature naturali dei processi (la temperatura che si può sviluppare nella fermentazione può salire in maniera naturale un po’ sopra i 42 gradi) e tenendo tutte le altre fasi di lavorazione sotto quella temperatura. 

Durante l’evento milanese ho avuto l’occasione di fare due chiacchiere con i ragazzi di Vivoo, un’azienda italiana che da qualche tempo produce una serie di prodotti (barrette, tavolette, creme spalmabili) che avevo adocchiato nei supermercati bio (hanno un bellissimo packaging, e come un’ape con il miele non ho saputo resistere). Da poco, oltretutto, sono sbarcati anche nella GDO con maama, una linea pensata per il grande pubblico.

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Photo: Vivoo

Il cioccolato crudo di Vivoo è biologico e privo di zuccheri raffinati, e già questo basterebbe a farmelo amico. Ma c’è di più: per ottenere un cioccolato “buono, talmente buono da far bene a noi e al nostro pianeta”, le ottime materie prime di partenza vengono lavorate in modo da mantenere intatti gli antiossidanti – polifenoli, catechine ed epicatechine – presenti naturalmente nel cacao. Questo si ottiene evitando di tostare le fave di cacao ad alte temperature, ma semplicemente essiccandole al sole
Inoltre, l’eliminazione della fase di concaggio (ovvero la cottura a 60/80 gradi per 48 ore circa) permette di conservare i fitochimici come la teobromina e l’anandamide, che guarda caso sono le stesse molecole che il nostro cervello produce quando siamo felici o innamorati. Bello no? Pensate a cosa è successo al mio umore quando ho assaggiato la tavoletta fondente 100%!

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Come se non bastasse, gli amici di Vivoo hanno aggiunto ad alcuni dei loro prodotti – in alcune tavolette, tutte le barrette e bites Vivoo e Maama – una serie di superfood esotici e intriganti: baobab, spirulina, pinoli siberiani, reishi, acerola, açai, tutte quelle cosine che fanno bene, insomma, e che forse non vi cambieranno la vita ma sicuramente renderanno più accattivante la vostra pausa snack. E poi, vogliamo mettere la gioia di addentare una tavoletta di cioccolato pensando che ci spianerà le rughe? 😉