Il cioccolato crudo, che forse non esiste ma è così buono (e ci fa bene)

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Photo: gratisography.com

Se anche voi, come me, siete cresciute con lo spauracchio del cioccolato, tanto appagante e confortante, quanto foriero di adolescenziali disgrazie – “fa venire la cellulite, i brufoli e non da ultimo il culone” – ecco, avete un motivo in più per invidiare le nuove generazioni (intendo oltre al fatto che sono tutte magre, vestite bene, sanno mettersi l’eye-liner e, accidenti, sono giovani). Oggi il cioccolato è riconosciuto come superfood, quindi buono, bello e salutare.

Parliamo ovviamente di cioccolato raw, che all’ultimo Salon du Chocolat di Milano è stato, insieme al bean to bar, il leit motiv della manifestazione.
Mettiamo subito le cose in chiaro: il cioccolato crudo, così come definito dalla filosofia crudista, (cioccolato in cui non viene superata la temperatura di 42 gradi in tutta la filiera di approvvigionamento e in tutto il processo produttivo), non si può fare.
Ma se si considera l’obiettivo dell’approccio crudista, ovvero preservare al massimo i nutrienti e le proprietà funzionali delle materie prime utilizzate, ecco che è possibile ottenere un cioccolato lavorato il meno possibile, e che proprio per questo conserva ed espande le sue proprietà organolettiche e preserva tutte le proprietà nutrizionali. Fermentando ed essiccando le fave, e rispettando la catena di temperature naturali dei processi (la temperatura che si può sviluppare nella fermentazione può salire in maniera naturale un po’ sopra i 42 gradi) e tenendo tutte le altre fasi di lavorazione sotto quella temperatura. 

Durante l’evento milanese ho avuto l’occasione di fare due chiacchiere con i ragazzi di Vivoo, un’azienda italiana che da qualche tempo produce una serie di prodotti (barrette, tavolette, creme spalmabili) che avevo adocchiato nei supermercati bio (hanno un bellissimo packaging, e come un’ape con il miele non ho saputo resistere). Da poco, oltretutto, sono sbarcati anche nella GDO con maama, una linea pensata per il grande pubblico.

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Photo: Vivoo

Il cioccolato crudo di Vivoo è biologico e privo di zuccheri raffinati, e già questo basterebbe a farmelo amico. Ma c’è di più: per ottenere un cioccolato “buono, talmente buono da far bene a noi e al nostro pianeta”, le ottime materie prime di partenza vengono lavorate in modo da mantenere intatti gli antiossidanti – polifenoli, catechine ed epicatechine – presenti naturalmente nel cacao. Questo si ottiene evitando di tostare le fave di cacao ad alte temperature, ma semplicemente essiccandole al sole
Inoltre, l’eliminazione della fase di concaggio (ovvero la cottura a 60/80 gradi per 48 ore circa) permette di conservare i fitochimici come la teobromina e l’anandamide, che guarda caso sono le stesse molecole che il nostro cervello produce quando siamo felici o innamorati. Bello no? Pensate a cosa è successo al mio umore quando ho assaggiato la tavoletta fondente 100%!

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Come se non bastasse, gli amici di Vivoo hanno aggiunto ad alcuni dei loro prodotti – in alcune tavolette, tutte le barrette e bites Vivoo e Maama – una serie di superfood esotici e intriganti: baobab, spirulina, pinoli siberiani, reishi, acerola, açai, tutte quelle cosine che fanno bene, insomma, e che forse non vi cambieranno la vita ma sicuramente renderanno più accattivante la vostra pausa snack. E poi, vogliamo mettere la gioia di addentare una tavoletta di cioccolato pensando che ci spianerà le rughe? 😉

Women in food – Francesca e la Perla Piave, polenta buona, giusta e sociale

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Ho sposato un veneto, e da quasi 15 anni ormai frequento la regione. Uno dei ricordi culinari delle mie prime visite nel Nord Est è la polenta bianca (con il baccalà!), che a Genova non avevo neanche mai visto – a casa nostra tra laltro si mangiava sempre quella istantanea, sacrilegio! – e di cui ignoravo lesistenza.
Come da stereotipo, i veneti sono proprio dei polentoni e frequentandoli è possibile scoprire 50 sfumature di mais. Spesso si tratta di varietà autoctone e poco diffuse, come la Perla Piave: una polenta farina bianca, leggermente dolce, perfetta con il pesce ma anche nei dolci. Questultima lho conosciuta grazie a Francesca Gottardi, infermiera e agricoltrice, che insieme al suo compagno, Stefano Predebon, ha creato a Romano dEzzelino – a pochi km da Bassano del Grappa – Le Motte del Rio: un progetto che parte dalla permacultura e punta ad arrivare al coinvolgimento della comunità locale.

Come è nata l’idea di coltivare questa varietà di mais?
La scelta di questa varietà di granturco viene dalla passione per la cucina. In passato ho vissuto a Trieste e, ogni volta che Stefano veniva a trovarmi, ci preparavamo gustose cenette di pesce. Un ingrediente però mancava sempre sulla nostra tavola: una buona polenta bianca, che col pesce si sa… è la morte sua! Qualche anno dopo Stefano ha iniziato a coltivare un piccolo orto domestico a Marostica, approcciando sia tecniche tradizionali che non. Da bambina mi piaceva molto aiutare mia madre sia nel lavori di giardinaggio che in cucina, quindi sono stata presto contagiata da questa passione. Produrre il proprio cibo in modo naturale vuol dire avere a disposizione ingredienti molto più variegati e gustosi, oltre che sani. Circa due anni fa infine è arrivata una grande opportunità, la gestione di un terreno di proprietà a Romano d’Ezzelino. Abbiamo quindi deciso di lanciarci in questa avventura e di dedicarci all’agricoltura, non solo per cambiare lavoro, ma anche stile di vita. Stefano era un operaio/imbianchino, mentre io sono un’infermiera e nel primo anno e mezzo abbiamo principalmente studiato e sperimentato nell’orto. Abbiamo seguito molti corsi, che ci hanno arricchiti moltissimo di conoscenze e contatti e grazie ai quali abbiamo conosciuto il mondo della permacultura.

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Spiegaci meglio che cosa si intende con permacultura.
La permacultura è una metodologia di progettazione volta ad integrare l’uomo e i suoi elementi (abitazione, alimentazione, risorse naturali, relazioni sociali) con l’ambiente. Permette di creare ecosistemi produttivi caratterizzati dalla diversità, flessibilità e stabilità di quelli naturali. Si parte dall’osservazione della natura e si procede progettando ogni elemento, in modo da ottimizzare le risorse materiali e umane ed azzerare gli sprechi. Una fitta rete di relazioni tra gli elementi garantisce la capacità di far fronte ai cambiamenti. E le sue applicazioni non si limitano all’agricoltura e all’edilizia, ma anche a strategie economiche e strutture sociali. Nasce negli anno ’70-’80 in Australia, ma si sta sempre più diffondendo anche qui in Italia. Le realtà progettate secondo questi principi sono però ancora poche, ma le persone che abbiamo incontrato, sia professionisti che semplici appassionati, sono stati fondamentali per la nostra crescita. È un ambiente di persone molto disponibili ed entusiaste, con grandi ideali e tanta voglia di condividere!

C’entra qualcosa con l’agricoltura biologica?
Diciamo che se vuoi coltivare seguendo i principi della permacultura, dovresti fare agricoltura più che biologica! In natura non esistono terreni arati, trattamenti fitosanitari, monoculture… Attualmente trovare un’alternativa al convenzionale è una necessità, non una scelta. Ma se si mantengono le stesse tecniche di coltivazione, sostituendo solamente i prodotti usati con altri di origine naturale, il fallimento è assicurato. La natura è l’unica che adotta strategie talmente perfette da poter far fronte a qualsiasi problema, quindi bisogna ispirarsi a lei. La biodiversità vegetale e animale è il concetto chiave: più completo sarà il tuo ecosistema, maggiore sarà la produttività e resistenza. L’intervento umano si riduce, mentre vengono favoriti i meccanismi naturali. La lavorazione del terreno viene affidata agli organismi terricoli e alle radici, il controllo delle malattie alla fauna e alla disposizione delle piante, la conservazione dell’acqua e della fertilità alla sostanza organica e a tutti i funghi e microrganismi che popolano il terreno. E sebbene ci voglia molto tempo per sviluppare  un ecosistema produttivo completo, i cambiamenti si vedono già di anno in anno. Se nell’orto si introducono semplici elementi come un’aiuola di fiori e aromatiche o un piccolo laghetto con qualche pianta, si attirano immediatamente insetti e altri animaletti, che controlleranno per te le infestazioni delle orticole. Come ultima spiaggia si può comunque ricorre a macerati di piante come l’ortica, l’equiseto o l’aglio. 

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Si parla spesso anche di recupero di antiche varietà. È quello che state facendo con la Perla Piave?
Esattamente. La coltivazione del granturco bianco Perla Piave in passato era ampiamente diffusa in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ogni contadino riproduceva le proprie sementi, creando così una miriade di selezioni locali. La nostra farina è fatta con 6 diverse varietà di mais Perla Piave, provenienti dall’Istituto Di Genetica e Sperimentazione Agraria N. Strampelli di Lonigo (VI).
Oggi in vivaio possiamo trovare solo varietà moderne, catalogate nel Registro delle Varietà, e quelle antiche e tradizionali vengono piano piano abbandonate. Fortunatamente, oltre alle banche del germoplasma come quella di Lonigo, esiste una fitta rete di coltivatori e associazioni che, attraverso il libero scambio dei semi, promuove e mantiene questo patrimonio inestimabile. È grazie a loro che abbiamo trovato il nostro granturco bianco e non ci fermeremo certo qui! Esistono moltissime varietà di ogni ortaggio e frutto, con forme, colori e sapori incredibili: un mondo tutto da scoprire non solo come agricoltori, ma anche come consumatori.

Per quanto riguarda la vostra produzione, quanti ettari avete coltivato fin ora e come li avete destinati?
Il nostro terreno è di circa 5 ettari. Prima del nostro arrivo era stato sfruttato per anni con coltivazioni convenzionali, perciò abbiamo iniziato seminando un sovescio, un mix di erbe che ripristina la fertilità del terreno. Poi abbiamo seminato su uno degli ettari un prato stabile, un altro mix di erbe perenni, che sarà la base del nostro frutteto misto. Per ora ne abbiamo progettato un terzo, inserendo moltissime varietà antiche di meli, peri, kaki, fichi, susini, prugni e ciliegi. Gli alberi da frutta saranno intercalati a piante utili non commestibili. Quest’anno abbiamo iniziato a mettere a dimora alcune piante del frutteto, 2 file di asparagi bianchi di Bassano e in 5000 mq circa abbiamo coltivato il nostro granturco Perla Piave, che abbiamo raccolto a mano e selezionato accuratamente sia in campo che in magazzino. In futuro inseriremo orticole, viti da tavola e animali.   

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Da dove viene il nome della vostra azienda, Le Motte del Rio?
È il nome storico della località del nostro terreno. Le motte sono terrazzamenti di origine fluviale e la nostra azienda sorge su quelle scavate dal Rio, un fiumiciattolo che nel 1700-1800 scorreva a Romano d’Ezzelino. Volevamo dare un nome legato al luogo per portarne avanti la storia. Allo stesso modo speriamo di integrarci nella comunità, perchè ci piacerebbe coinvolgerli organizzando feste legate ai raccolti, corsi, mercatini.

Tu sei un’infermiera e continui a fare questo lavoro. Come riesci a conciliare tutto?
Sono libero professionista e lavoro in 2 ambulatori, con gli orari di un part-time. Questo mi permette di dedicarmi anche all’azienda agricola, ma il mio sogno è quello di unire un giorno queste due passioni, inserendo attività di fattoria sociale. La natura ha un grande potere terapeutico per molte patologie e quindi… cambierò solo gli strumenti con cui lavoro!

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Visto che questo è un blog di cucina, ci suggerisci delle ricette con la vostra Perla Piave?Con la nostra farina Perla Piave si può fare la classica polenta, ma anche dolci. Due classiche ricette di dolci veneti a base di mais sono la pinza e i zaeti, ma si possono anche fare altri tipi di biscotti, muffin o la semplice, ma buonissima polenta e latte!

Se volete cimentarvi anche voi, potete ordinare la farina Perla Piave de Le Motte del Rio scrivendo a: lemottedelrio@gmail.com

Buona polenta!

Women in Food – La Cucina del Sole, la prima scuola di cucina italiana di Amsterdam

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Anni fa, in un cineclub di provincia, vidi un film danese in stile Dogma intitolato “Italiano per principianti”. In breve, un gruppo di persone dal vissuto eterogeneo si ritrovava a intrecciare le proprie esistenze ad un corso di italiano, accomunati da una passione per il nostro Paese che negli stranieri trovo sempre molto naïf e commovente. Ovviamente comprendo il motivo per cui un danese è affascinato dall’Italia, ma quello che mi fa sempre un po’ sorridere è questa visione stereotipata della nostra dolce vita, in cui ovviamente rientra anche il cibo.

Per questo, quando ho conosciuto Nicoletta Tavella, ho voluto condividere la sua storia. Che è quella di un’italiana ormai adottata dalla capitale olandese (ci vive da 30 anni, parlando perfettamente la lingua), dove all’inizio degli anni 2000 ha aperto la prima scuola di cucina italiana. E cosa c’è di più rilevante, per raccontare la nostra cultura agli altri popoli?

In attesa di visitarla di persona, questo mese per Women in Food vi racconto di Nicoletta e della sua Cucina del Sole.

Nicoletta, sei genovese di nascita ma hai vissuto un po’ ovunque. Come sei approdata ad Amsterdam?
Hai detto bene. Sono nata a Genova ma con la mia famiglia ci siamo presto spostati in altre città: Palermo, Bologna, Novara, poi Bari dove ho vissuto fino ai miei 22 anni. Qui ho frequentato il liceo classico e ho provato a studiare giurisprudenza, ma non faceva per me e quindi ho cambiato per la Scuola Interpreti. L’esperienza che mi ha cambiato la vita, a 19 anni, è stato l’Interrail, con due amiche del cuore. Dovevamo arrivare a Londra, ma ci siamo fermate ad Amsterdam e lì è scoccato un doppio colpo di fulmine: per la città, che ho adorato da subito, a partire dalla passeggiata che dalla stazione mi ha portato l’ostello; e per un Amsterdammer, conosciuto lo stesso giorno in cui sono arrivata.
Per 3 anni ho fatto avanti e indietro tra la Puglia e l’Olanda, fino a che, un giorno, ho deciso di mollare tutto (università compresa) e partire: a sorpresa per tutti, compreso il mio fidanzato. Da quel giorno, non sono più andata via!

Come hai mosso i primi passi in Olanda?
Per 15 anni ha fatto la traduttrice; pur non avendo finito la scuola ero brava e avevo molto lavoro, soprattutto traduzioni tecniche, computer, software ecc. Era un mercato diverso da quello di oggi.

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E la cucina?
Sono da sempre appassionata di cibo e i tanti anni trascorsi in Puglia hanno lasciato il segno sulla mia cucina: lì c’è un’attenzione e una cura del prodotto che, a mio parere, non si trovano da nessun altra parte del mondo.
Un giorno un’amica mi ha chiesto di tenere delle lezioni di cucina italiana, e il feedback da parte dei partecipanti è stato super positivo. Questo mi ha motivato a continuare, in maniera occasionale. Dopo 2 anni da questo primo esperimento, però, sono entrata in crisi con il mio lavoro: non volevo più fare la traduttrice, era finita la passione e cambiato tutto.
Ho intrapreso allora un percorso spirituale con una coach, per capire che cosa volessi fare davvero. Fino ad allora avevo sempre visto la cucina come un hobby, ma quell’esperienza mi ha aiutato a capire che era la mia strada.

Quando e come hai aperto la tua scuola di cucina italiana?
Dal 2000 tenevo lezioni di cucina e nel 2002 ho aperto la Cucina del Sole. Aprire un’impresa è molto facile in Olanda: in mezza giornata (sic!) si fa tutto, dall’iscrizione alla camera di commercio all’allaccio delle utenze. La legislazione è meno severa in merito alle norme di igiene e gli organi di controllo sono molto più flessibili che da noi, basandosi sempre sulla buona fede degli imprenditori.

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Come funziona la scuola?
Io mi occupo della didattica, scrivo libri e faccio consulenze su ricette e non solo. Inoltre facciamo anche catering su richiesta, anche se la cosa che preferisco è proprio cucinare con la gente, trasmettere ad altri la mia passione e scoprire a mia volta nuove cose. Lavoro con dei collaboratori freelance ma cerco sempre di essere presente a tutte le lezioni!
C’è un calendario di corsi che prevede un ciclo di 4 lezioni sulle basi della cucina italiana, oltre a workshop monotematici sulla cucina regionale, la cucina vegetariana italiana, ecc.
Lavoriamo anche moltissimo con le aziende, proponendo esperienze di team building in cucina.

Raccontami qualcosa dei tuoi clienti. Chi sono? Cosa li spinge a venire da te?
Oltre alle aziende, in generale sono persone che amano la cucina italiana, che ormai è molto diffusa in Olanda. La pasta la mangiano tutti e anche nei supermercati si trovano facilmente ingredienti di buona qualità. Molti però hanno un’idea distorta del nostro cibo: per esempio qui vendono dei mix di erbe “italiane” con dentro di tutto! Oppure, si pensa che i pelati siano una cosa da non usare perché in scatola o in barattolo, oppure che la pasta “fresca” (anche quella plasticosa comprata in vaschetta al supermercato) sia sempre e comunque meglio di quella secca 🙂 Gli olandesi non sono molto per il “less is more”, mentre io cerco di far vedere loro la magia dei pochi, buoni ingredienti con cui si ottengono piatti squisiti, insegno ad usare l’olio extravergine d’oliva, cerco di trasmettere l’amore e cultura del bello e del buono.
E devo dirti anche che ai miei corsi ci sono sempre più uomini che donne! Qui adesso (è una cosa degli ultimi anni, dovuta credo a tutti questi chef televisivi) spesso sono gli uomini che cucinano a casa per la famiglia, molto più delle loro partner.

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C’è qualche episodio che ti è rimasto particolarmente impresso in questi anni?
Una volta abbiamo fatto la festa di addio al nubilato di una ragazza, le invitate erano tutte sulla trentina. A un certo punto una è venuta da me con una cipolla in mano e mi ha chiesto: e io con questa cosa ci faccio?In Olanda c’è tanta gente che non cucina MAI, e che quindi non ha mai sbucciato una cipolla. È in queste occasioni che imparo a “ridimensionarmi”, ossia a non dare per scontato che tutti sappiano – o amino – cucinare. E che realizzo ulteriormente che fare l’insegnante di cucina vuol dire anche insegnare le cose più basilari, che spesso per noi sono del tutto normali e quotidiane.

Ma tu non ti stufi mai di cucinare?
Non mi stufo mai, perché è veramente una passione. Cucino 2 volte al giorno e a casa sono molto più sperimentale. Continuo a inventare ricette, scrivere, leggere, mi interesso al cibo come elemento curativo, al cibo come magia: erbe e spezie mi affascinano sin da quando ero ragazzina.
Inoltre, mi appassionano non solo le nostre cucine regionali ma anche quelle internazionali. Durante i miei viaggi compro sempre libri di cucina locali, dal Messico, all’India, al Vietnam. [Nel 2011 Nicoletta ha condotto “La cucina degli altri”, 40 puntate su Gambero Rosso Channel in cui ha potuto cucinare con gli chef di mezzo mondo NDR].

Che consiglio daresti a chi vuole cambiare strada e seguire le sue passioni, come hai fatto tu?
Il mio consiglio è di non fare l’errore di pensare di essere da sola. C’è sempre qualcuno a cui chiedere consiglio, per me i punti di luce sono le amiche che mi hanno ispirato. Chiedere, guardarsi in giro e saper leggere i segnali che ci arrivano dall’universo. Se non sai qualcosa, chiedi a qualcuno che ne sa più di te!

Dove fare colazione a Milano: le 5 migliori brioche per iniziare la giornata col sorriso

Credits: www.pavemilano.com
Credits: www.pavemilano.com

Devo cominciare con una confessione.
Anni fa frequentai un corso di panificazione intensivo, molto bello e molto faticoso. In quel corso imparai a fare le brioche col tuppo, quelle siciliane, e i croissant, quelli francesi – parenti dei nostri cornetti. Furono tra i migliori mai mangiati in vita mia, ma la quantità di lavoro richiesta fu veramente ingrata. Per dirla alla milanese: un vero sbatti.

È vero che per molto tempo abbiamo vissuto sotto l’assedio di orrendi cornetti industriali congelati, aromatizzati al gusto brioche e unti di grassi non ben identificati. Con buona pace di chi se n’è accorto solo dopo il servizio di Report, per fortuna da qualche anno panifici, bar e pasticcerie che hanno a cuore le nostre papille gustative e il nostro risveglio sono corsi ai ripari, e a Milano sempre più facilmente si riescono a mangiare brioche di ottima fattura. Insomma, non è necessario lavorare per ore in cucina e pensare che, con meno di 2€, si possono mangiare delle ottime brioche (nome generico sotto al quale, per comodità, radunerò croissant e cornetti) mi fa sentire piuttosto fortunata.

Qui vi racconto le mie cinque brioche milanesi preferite, rigorosamente non in ordine. La selezione è molto soggettiva e si basa sui miei gusti, ovvero: brioche non troppo dolci, non farcite, con la quantità giusta di grassi (né troppi, né troppo pochi, giusto per essere scientifici).
Ecco allora dove mangiare un’ottima brioche a Milano, per una colazione che magari non farà spuntare il sole, ma almeno un sorriso sì.

Credits: Facebook Pavè
Credits: Facebook Pavè

1. Pavé | Brioche Vegana
Sai che originale! Consigliare Pavé per la colazione è come consigliare di bere quando si ha sete, ok, ma la brioche vegana l’avete provata? Non che sia una novità il prodotto in sé, ma è davvero difficile trovarne una buona e, soprattutto, senza grassi di origine incerta o peggio margarina.
Qui si può. La vegana è semplicemente perfetta nella sfogliatura e nel gusto, soffice al punto giusto, per niente unta. Viene proposta anche farcita con marmellata, ma io preferisco sempre la versione liscia. La colazione must che non passa mai di moda.
Pavé | Via Felice Casati 27 (MM Repubblica, Porta Venezia) | Via della Commenda 25 (MM Crocetta)

Credits: Facebook Le Tre Chicchere
Credits: Facebook Le Tre Chicchere

2. Le Tre Chicchere | Brioche Liscia
Le Tre Chicchere è una tranquilla pasticceria di quartiere ai confini dell’Isola. Arredamento curato, posizione tranquilla e soprattutto un’accoglienza calorosa per adulti e bambini (basta poco: qualche seggiolone, spazi non troppo sacrificati, e il fasciatoio in bagno). Niente ammiccamenti hipster, qui, ma un menu semplice a colazione, brunch e pranzo, oltre alle immancabili merende, tutto autoprodotto. Le brioche sono eccellenti: del genere che chiamerei “super burro”, leggermente croccanti, per niente dolciastre. Per una colazione tranquilla e Instagram-free.
Le Tre Chicchere | Via Boltraffio 12 (MM Zara)

Credits: Instagram @cafegorille
Credits: Instagram @cafegorille

3. Cafè Gorille | Pain au Chocolat
È vero, avevo detto “non farcite”. Ma per il Pain au Chocolat del Gorille sono disposta a fare un’eccezione (e poi, stiamo pur sempre parlando di cioccolato!). Addentatelo e magicamente vi sentirete in una boulangerie parigina. D’altronde il Gorille è uno dei miei locali preferiti e non ne faccio mistero: ai piedi del Bosco Verticale, è un posto accogliente, luminoso e con tutto quello che serve, dal wifi per lavorare al fasciatoio con i pannolini di cortesia (per le mamme distratte come me). Veniteci per una colazione di lavoro indulgente.
Cafè Gorille | Via G. de Castillia 20 (MM Isola, Gioia)

Credits: www.ca-turati.it
Credits: www.ca-turati.it

4. Ca’ Turati | Brioche alla Canapa
Nel traffico dell’asse Repubblica-Turati, si apre un’ampia vetrina su strada che cela un locale ben più ampio e fornito. Ca’ Turati potrebbe non saltare all’occhio frettoloso (e puntato sullo smartphone) del milanese medio in marcia verso il lavoro, ma una volta scoperto può diventare un punto di riferimento per colazioni da re.
La scelta delle brioche è molto ampia, tutte prodotte da una realtà artigianale pugliese che lavora con materie prime eccellenti: una combinazione di farine (kamut, Senatore Cappelli, grano arso, canapa, integrale) e farciture (marmellate anch’esse provenienti dalla Puglia, creme fatte al momento) da far girare la testa.
La mia preferita è ovviamente liscia, con farina di canapa. Morbida e con un retrogusto pungente, è l’unica a cui potrei concedere l’abbinamento con una marmellata, magari di mela cotogna.
Per chi ha bisogno di una pausa ancora prima di iniziare (anche perché per il Cynar è un po’ prestino).
Ca’ Turati | Via Filippo Turati 40 (MM Repubblica, Turati)

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Credits: Facebook Panificio Davide Longoni

5. Panificio Davide Longoni | Brioche liscia
Di Davide Longoni abbiamo già parlato qui. È il mio maestro di panificazione e io amo ogni cosa che fa e, soprattutto, come lo fa: con passione, cultura, leggerezza e sincerità. Il suo pane è una poesia croccante, dove nulla è lasciato al caso. Si parte con la cura e la selezione delle materie prime (è stato uno dei primi a riscoprire e a promuovere i grani antichi), poi ovviamente c’è il lievito madre, il tempo, e il risultato. Eccellente e mai scontato.
La stessa cura e passione (e stessa pasta madre) le ritroviamo nelle brioche che si possono gustare nel suo panificio bistrot, in una via tranquilla di Porta Romana. D’estate, è impossibile non accomodarsi ai tavolini sparsi nel piccolo orto-giardino, ma anche l’interno – sebbene di spazi un po’ sacrificati – è molto piacevole. Anche qui andiamo sul classico: nella brioche liscia la sfogliatura è molto evidente, il gusto leggermente dolce ma mai troppo. In questa stagione, vi concedo anche di variare con una fetta di panettone artigianale, che merita davvero l’assaggio.
Per cultori del lievito madre.
Panificio Davide Longoni | Via Gerolamo Tiraboschi 19 (MM Porta Romana)

E voi, dove amate far colazione con cappuccio e brioche?

Dalla parte delle bambine, un libro alla volta

[Oggi, 25 novembre, si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne]

Fonte: theguardian.com

“The first decade of the 20th century was not a great time to be born black and poor and female in St Louis, Missouri.” Con queste parole si apre Mom&Me&Mom della nostra amata Maya Angelou, che molti londinesi hanno trovato, nei giorni scorsi, tra le banchine e i tornelli del Tube. Della poetessa, scrittrice, intellettuale abbiamo già raccontato qui; e per questo siamo state felici di leggere che, in questo momento di sconforto per chi sostiene la causa delle donne – la batosta delle elezioni presidenziali americane brucia ancora – proprio questo libro sia stato scelto come messaggero delle lotte per l’uguaglianza di genere.

emmawatson4Tutto merito di Emma Watson, che, nei giorni successivi all’elezione di Donald Trump, è entrata in azione nella metropolitana di Londra per questo guerrilla bookcrossing destinato a diventare virale.
Non è la prima volta che l’attrice si espone come paladina delle lotte femministe: l’attrice è ambasciatrice del programma UN Women, e il suo discorso d’inaugurazione della campagna HeforShe, qualche anno fa, è rimasto nei cuori di molte di noi. L’ultima delle sue iniziative è Our Shared Self, bookclub femminista di cui il memoir di Angelou, dedicato al difficile rapporto con la madre, è l’ultimo libro scelto. Come racconta lei stessa, “per il mio lavoro con UN Women, ho iniziato a leggere tutti i libri sull’uguaglianza di genere su cui riuscivo a mettere le mani. […] Ho scoperto così tante cose che, a volte, mi sentivo la testa pronta ad esplodere… così ho deciso di dar vita a un bookclub femminista, per condividere quello che imparo e ascoltare anche il vostro parere.”
Ogni mese viene selezionato un libro e durante l’ultima settimana del mese si apre la discussione, a cui spesso partecipa anche l’autore. Si va da Marjane Satrapi, a Caitlin Moran, a Bell Hooks, e i membri del gruppo sono già oltre 150mila, molte delle quali giovanissime.

L’iniziativa di Emma Watson si rivolge a un pubblico adulto, ma non è la sola che vede i libri come strumento di consapevolezza ed emancipazione. In rete, e non solo, si moltiplicano le risorse per aiutare genitori, insegnanti ed educatori a supportare una generazione di bambine nella loro crescita oltre gli stereotipi.

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Una delle nostre pagine Facebook preferite, per esempio, è A Mighty Girl, una miniera di risorse “per crescere bambine intelligenti, sicure di sé e coraggiose”. La pagina (e il sito) si propongono come la più grande collezione al mondo di libri, film e musica per ispirare le bambine e le ragazze: l’idea da cui nasce è che tutti i bambini (maschi e femmine) dovrebbero avere l’opportunità di ricevere messaggi positivi sul genere femminile e celebrarne le capacità e, in definitiva, tutti dovrebbero poter perseguire i propri sogni. Ogni giorno vengono postate storie di donne che in qualche misura (grande o piccola) hanno contribuito a cambiare il corso della storia, oltre a innumerevoli link di approfondimento e consigli su libri e altri media.

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Un altro progetto molto interessante, e 100% made in Italy, è Il Gioco del Rispetto, nato a Trieste nell’ambito delle attività di prevenzione della violenza di genere e di promozione delle pari opportunità tra uomini e donne: “Molte scuole hanno iniziato dei percorsi formativi per insegnare a studenti e studentesse a rispettarsi fra di loro e rifiutare la violenza, ma la maggior parte di questi interventi avviene nelle scuole primarie, secondarie o superiori, quando cioè gli stereotipi di genere sono già ben radicati tra ragazzi e ragazze e costituiscono terreno fertile per una visione distorta e iniqua dei rapporti tra generi. Per questo motivo il progetto “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” vuole partire dall’età dell’infanzia, quando cioè bambini e bambine sono ancora permeabili ai concetti di libertà di espressione e di comportamento, al di là degli stereotipi.
Bambini e bambine vengono educati a ruoli di genere stereotipati fin dalla nascita, con l’industria e il marketing dei giocattoli che rafforzano questa visione, suddividendo il mondo in rosa e azzurro. Il Gioco del Rispetto si rivolge ai bambini dai 3 ai 6 anni, alle loro famiglie e alle loro scuole, per insegnare, fin da piccoli, il rispetto delle diversità.

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Proprio in questi giorni, invece, stanno arrivando a destinazione le prime copie di Good Night Stories for Rebel Girls – 100 tales to dream big, l’ultimo progetto nato in casa Timbuktu Labs (di due italianissime della Silicon Valley, Francesca Cavallo e Elena Favilli) e interamente finanziato tramite crowdfunding. È un libro per bambini con 100 storie della buonanotte che raccontano 100 donne straordinarie del passato e del presente, illustrato da 100 artiste provenienti da tutto il mondo.

Su Kickstarter ha avuto un successo sbalorditivo, arrivando a superare di gran lunga l’obiettivo iniziale. Io sto aspettando trepidante il mio pacchettino, ma se non avete fatto in tempo a partecipare alla campagna, niente paura: il libro si può ordinare qui. Non arriverà entro Natale, ma sarà comunque un modo per cominciare l’anno nuovo sotto i migliori auspici. Buone letture!

Women in Food – Donna Fügassa, la vera focaccia ligure alla conquista di Londra

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

[Con questo post inauguriamo la nostra nuova rubrica Women in food. Ogni mese vi racconteremo una storia di donne che hanno fatto del cibo la loro passione e il loro lavoro, in modi spesso inaspettati e insoliti. Enjoy!]

“People often say Italians are crazy. We are not here to deny that! If you put together hopelessly crazy romantics and the determination to take over the world one focaccia at a time, you will get a sense of what Donna Fügassa is about.”

Amici italiani, expat liguri, focaccia lovers di tutto il mondo, tenetevi forte: la nostra amata focaccia genovese, quella grazie alla quale sono ho sviluppato la mia inossidabile dipendenza da carboidrato, quella che ha accompagnato la mia infanzia, adolescenza e gioventù – e che non mi ha mai fatto sentire “tutta ciccia e brufoli” – è sbarcata a Londra. E non solo parla italiano ed è donna, ma ha fatto cadere ai suoi piedi schiere di hipster barbuti, mamme con allegri pargoli al seguito, cervelli in fuga nostalgici e più o meno chiunque capiti a tiro del profumo che arriva dai forni di Donna Fügassa.

A sei mesi dalla sua apertura in Dalston Square – nel cuore di uno dei quartieri più hip di East London, in pieno rinascimento gastronomico e culturale – sono andata a far visita alle ragazze che hanno avuto e realizzato questa idea.

Photography: Phocus Collective | Italian Kingdo
Photography: Phocus Collective | Italian Kingdom

Maia e Alessia sono due giovani imprenditrici italiane, e non potrebbero essere più diverse tra loro. Una bionda e una bruna, una scienziata ambientale con un master in Bocconi e un passato lavorativo come project manager, l’altra scienziata politica con un’esperienza importante nel settore pubblico. Entrambe milanesi con radici in Liguria e una grande passione per questa terra.
Abbiamo incontrato Maia dietro al banco del loro nuovissimo locale per farci raccontare come è nato il progetto e come si sta evolvendo.

Donna Fügassa ha aperto a gennaio di quest’anno. Perché avete scelto proprio di creare un format a base di focaccia, qui a Londra?
Siamo entrambe legate alla Liguria per storia familiare, e nulla secondo noi può rendere una persona più felice che un pezzo di focaccia mangiato in spiaggia, o di una colazione con un cappuccino e una striscia di focaccia da inzuppare nella schiuma. Oltre che essere il nostro spuntino preferito, abbiamo notato anche che qui a Londra la vera focaccia ligure mancava, incredibile a dirsi. Un comfort food italiano, buono, facile: what else?

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

Come è nata l’idea del progetto e quali sono stati i primi passi?
Vivevo a Londra dal 2012, lavoravo nel settore settore Oil&Gas ma quello che facevo a livello lavorativo non mi soddisfaceva più, così ho iniziato a pensare a un mio progetto. Senza lasciare la mia occupazione (a Londra è impossibile vivere senza uno stipendio) ho lavorato giorno dopo giorno questo sogno.
Nel frattempo, mi specializzavo business planning e facevo studi di fattibilità. Quello che mi mancava era un socio, anzi, una socia: il pensiero è andato subito ad Alessia, la mia più cara amica da una vita, anche lei intrappolata (a Roma) in un lavoro che non le piaceva più.
Insieme, poi, abbiamo mosso i primi passi operativi: per un anno ci siamo occupate di catering, ovviamente a base di focaccia, e questo ci ha permesso di farci conoscere durante gli eventi della comunità italiana a Londra e non solo.

Provenite entrambe da esperienze che non sono legate al mondo del food. Come vi siete preparate per affrontare questa avventura? Avete seguito dei percorsi formativi specifici?
Io ho seguito un corso in business planning a Utrecht, che mi ha permesso di confrontarmi in maniera più solida con gli investitori che poi hanno creduto nel progetto.
Ma ovviamente dovevamo imparare e perfezionare la ricetta della focaccia: è stato così che abbiamo scoperto i forni OEM del gruppo Ali, unʼeccellenza italiana che poi abbiamo voluto in negozio. Grazie a loro abbiamo seguito un corso con un maestro panificatore di Recco.

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Photography: Alessandra Spairani

Quali sono state le principali difficoltà che avete incontrato?
Anche se in Inghilterra è molto facile registrare un’attività e ottenere la licenza per la somministrazione di alimenti e bevande, ci sono state difficoltà operative soprattutto per quello che riguarda la location. Innanzitutto la negoziazione del Premium, che è il costo per subentrare al precedente contratto di affitto. È indispensabile affidarsi ad un buon avvocato per ottenere condizioni favorevoli.
Sempre per quanto riguarda la location, il mio consiglio è di affidarsi a un architetto specializzato in food retail per la definizione degli ingombri e dei flussi.
L’aspetto più difficile, però, è crederci tutti i giorni, nonostante lo sconforto, lo stress emotivo e quello finanziario: all’inizio le uscite, a cui vanno aggiunti i costi vivi per sopravvivere senza uno stipendio (ma lavorando moltissime ore al giorno) superano di gran lunga le entrate.
Ma anche grazie al supporto nostri partner e investitori, che abbiamo scelto personalmente e alle cui porte abbiamo bussato con umiltà e determinazione, siamo riuscite a costruire quello che vedete qui.

Nella vostra vetrina vedo teglie traboccanti di focaccia, ma non solo. Quali sono i piatti forti del vostro menu?
Le focacce si vendono al trancio, semplici e farcite, e queste ultime sono le preferite dal pubblico anglosassone (tutte le focacce tra l’altro hanno nomi di donne, amiche e persone importanti per le due fondatrici, NDR). Abbiamo poi farinate e piatti tradizionali italiani, come le lasagne, e poi insalate, dolci e gelato artigianale italiano. I clienti possono inoltre comprare alcuni prodotti da asporto in stile gastronomia, scegliendo tra salumi, formaggi, pasta (Grano Armando, fatta con grano 100% italiano) e naturalmente il pesto fatto in casa.

Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani
Photography: Alessandra Spairani

Ormai siete un punto di riferimento per la comunità locale, expat e non solo. Quali legami avete con l’Italia? E quali con la città che vi ospita?
I nostri DJ set ormai sono famosi in tutta Dalston! 🙂 Ma al di là di questi momenti di divertimento, ci piace l’idea di diventare un luogo dove gli expat possano trovare un po’ di casa, e dove la comunità locale possa conoscere la nostra cultura e il nostro cibo, che di quella cultura è una delle espressioni più importanti. Il rapporto con la comunità in cui siamo è fondamentale: al momento, per esempio, stiamo sponsorizzando le attività per i giovani organizzate dall’Hackney Council.
Ci piace anche prestare il nostro spazio a iniziative culturali, come mostre ed esposizioni di artisti locali e italiani: non di sola focaccia vive l’uomo, e per questo vogliamo che Donna Fügassa diventi anche un luogo di creatività e partecipazione.

Grazie a Maia e Alessia! La prossima volta che andate a Londra non dimenticate di passare da Dalston per una colazione a base di cappuccino e focaccia.

BookCity 2016 arriva in città: una mini-guida per chi ama i libri, la cucina… e i gatti!

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È già quel momento dell’anno. Quello che aspettiamo con un misto di entusiasmo e frenesia. E no, non stiamo (ancora) parlando del Natale, ma del weekend milanese preferito da tutti noi booklover: BookCity 2016arriva in città!

Dal 17 al 20 novembre ci aspettano più di 1000 eventi dedicati alla lettura e disseminati sul territorio – una delle ragioni del successo di BookCity è proprio nella capacità di far scoprire ai milanesi luoghi pressoché sconosciuti della loro città – tra incontri, presentazioni, dialoghi, letture ad alta voce, mostre, spettacoli, seminari sulle nuove pratiche di lettura. Un’onda anomala di letteratura, nata per coinvolgere lettori di ogni età, grazie ad un’alleanza tra Comune ed editori che continua ormai dal 2012.

Per orientarsi nel colossale programma si può partire dal sito e navigare tra location, temi, protagonisti ed programmi speciali. Noi vi segnaliamo alcuni degli appuntamenti imperdibili, a tema food ma non solo!

Chi ama le donne forti non potrà lasciarsi scappare l’evento di inaugurazione, giovedì 17 novembre alle ore 19, al Teatro dal Verme, con una delle voci più autorevoli della narrativa turca: Elif Shafak, che da sempre rivendica nei suoi romanzi l’indipendenza del racconto dalla politica e dalla realtà, e interviene sui principali giornali di tutto il mondo sulla situazione sociale e politica in Turchia.
L’autrice di La bastarda di Istanbul dialogherà con Rula Jebreal e riceverà il Sigillo della Città dalle mani del Sindaco Giuseppe Sala.

credits: Illibraio.it
credits: Illibraio.it

Anche I foodie lettori troveranno, come si suol dire, pane per i loro denti. Sono tanti gli appuntamenti con autori ed editori di libri di cucina e narratori del cibo, e tra questi vi segnaliamo: 

  • Japan my love. Cerimonia del tè e lettura di brani da “Morte di un maestro del tè” di Yasushi Inoue. Per chi adora il Giappone, la cerimonia del tè celebrata da Alberto Moro, uno dei due Maestri occidentali riconosciuti di questa antica arte. Verranno letti alcuni brani da Morte di un maestro del Tè di Yasushi Inoue e ci sarà un momento di danza con la geiko Katsutomo da Kyoto. Venerdì 18 novembre ore 17.45 presso Maroncelli District.
  • Diventare vegani: ecco come. Appuntamento con la redazione di vegolosi.it, che presenterà il libro Diventare vegetariani o vegani e offrirà la degustazione di una colazione 100% vegan. Sabato 19 novembre ore 10.30, fondazione Stelline.
  • Felici e Vegan. Sabato 19 novembre alle 12, presso la fondazione Stelline, Mara di Noia e Sonia Giuliodori, direttrice editoriale di Funny Vegan, discuteranno di consapevolezza ed etica alimentare, a partire dal libro Ricette per la mia famiglia ed altri animali.
  • Un viaggio in Romagna lungo un anno. Le autrici di Un anno in Romagna, Nicole Poggi, Cristina Casadei e il fotografo Gianluca Camporesi, ci porteranno nella loro terra per raccontarci una storia quotidiana fatta di ingredienti autentici, dettagli suggestivi e sapori locali. L’appuntamento è sempre sabato 19 novembre alle 18, nella Cripta di San Giovanni in Conca
  • A tavola con Einstein, Bohr, Marie Curie, e altri cervelli geniali. Di tavole e cene con grandi intellettuali ne sappiamo qualcosa anche noi, e per questo non vogliamo perderci la presentazione di L’incredibile cena dei fisici quantistici, di Gabriella Greison. L’autrice è fisica, scrittrice e giornalista professionista, e sarà protagonista di un monologo teatrale tratto dal libro stesso. Sabato 19 novembre ore 19.30, fondazione Stelline.
  • The Bagel Company. Ovviamente qui c’è un piccolo conflitto d’interessi, ma sono davvero orgogliosa di poter presentare per la prima volta il libro sui bagel al pubblico di questa manifestazione che amo tanto. Sarò insieme a Benedetta Jasmine Guetta, blogger di labna.it e una delle più grandi conoscitrici di cucina ebraica. Vi racconteremo come questo umile panino (con il buco) è riuscito a diventare una superstar della cucina mondiale: è la classica storia dell’emigrante che fa fortuna nel Nuovo Mondo. Venite a trovarci e ad assaggiare qualche bagel? Vi aspettiamo domenica 20 alle 12 presso l’Antiquarium Alda Levi.

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Amate i gatti e siete appassionati di fenomeni virali? Sappiate allora che Gatto Morto incontrerà i suoi fan sabato 19 novembre alle 10.30. Stefano D’Andrea e Barbara Sgarzi presentano il libro Gatto Morto, Storie di ordinari decessi, nell’incontro intitolato La comunicazione nell’era dei social media. Gatto Morto si racconta.

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credits: bookcitymilano.it

E per finire, se vi piacciono i mercatini, gli swap party e il book crossing, non perdetevi Swap a book party, che si terrà sabato 19 novembre dalle 15.30 presso La Dogana. Non un mercatino del libro, ma un format che prevede che dai libri si passi a fare networking, a conoscersi, parlare. Il libro diventa veicolo di scambio di conoscenze, esperienze e informazioni e riprende il suo ruolo di catalizzatore di persone e di energie.
Nella pratica: scambio dei libri che abbiamo più amato e un piccolo mercatino di artigiani del libro, tra gioielli che sono piccole miniature di libri, libri di poesia cuciti a mano, editori di testi introvabili, piccole produzioni di editori italiani indipendenti.

Pronti per la scorpacciata? Seguiteci anche su Instagram e #IGStories, vi racconteremo in diretta questo weekend di letture!

Do more with less: come ho scoperto, e cominciato ad amare, il Bullet Journal

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Chi di noi perde tempo su fa abitualmente utilissime e importantissime ricerche su Pinterest, avrà sicuramente notato che nell’ultimo anno compaiono sempre più spesso esempi di diari/agende estremamente curati. L’hashtag chiave è Bullet Journal (magari seguito da “junkies”: provate a cercare anche su Instagram), e unisce una serie di passioni a cui io non posso proprio dirmi immune: l’organizzazione, l’ordine, i materiali cancelleria, i disegni che vorrei tanto essere capace di fare.

La cosa quindi mi ha subito incuriosito, ma navigando il sito ufficiale dell’inventore del Bullet Journal le mie idee si sono confuse ancora di più: i termini usati e la metodologia proposta mi sembravano piuttosto complicati.

In realtà, una volta capito il meccanismo (qui, per esempio c’è una guida piuttosto ben fatta) il concetto che sta dietro al Bullet Journal è molto semplice. Di fatto si tratta di un metodo per unificare in modo efficace agenda, note e to-do list. La struttura base sono gli elenchi puntati (bullet points), e la buona notizia è che anche chi ha le capacità figurative di un bambino dell’asilo (eccomi) può comunque tenerne uno. Brutto, ma funzionale.

Se anche a voi piace l’idea di avere uno strumento che vi aiuti a tenere insieme tutti i pezzi delle vostre giornate, vi racconto la mia esperienza e le basi di questo metodo di journaling.

Di cosa avete bisogno

Un taccuino (meglio formato A5 o simili) e una penna. Io uso una Moleskine rigata.
Per prima cosa dovrete numerare tutte le pagine.

Gli elementi di base

  • Indice: nella prima pagina create un indice (numero di pagina – contenuto), che potrete aggiornare man mano.
  • Future Log: prendete quattro pagine dell’agenda, dividetele orizzontalmente in 3 sezioni che corrispondono ad un mese ciascuna. Qui potrete mettere obiettivi, eventi e to-do a lunga scadenza.
  • Monthly Log: su due pagine, riportate da una parte il mese in corso, segnando i giorni, e dall’altra la to-do del mese. Aggiungete quello che non siete riusciti a fare il mese prima.
  • Daily Log: la to-do list del giorno, a cui aggiungere note e osservazioni. Potete usarlo anche per tenere nota di attività che svolgete quotidianamente: nel mio caso, scrivo se ho fatto attività fisica e di che tipo, e i rimedi macrobiotici che ho preso quel giorno.

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Il metodo

Il Bullet Journal è basato sull’annotazione sintetica dei task, degli eventi e delle note. Bisogna essere concisi ed essenziali.

Altro elemento fondamentale sono i simboli di annotazione: potete scegliere quelli proposti dal sito ufficiale, o crearne di vostri. Il mio consiglio è, comunque, di non usarne troppi. Ricordatevi di mettere una legenda all’inizio, prima dell’indice: vi aiuterà soprattutto all’inizio.
Quando completate un task segnatelo come fatto, o spostatelo avanti (al prossimo mese o nel future log). Oppure (la cosa che preferisco) eliminatelo, se vi rendete conto che non era poi così importante.

Un’altra cosa che mi piace moltissimo è aggiungere al mio Bullet Journal dei moduli sulle cose che mi interessano. Ovvero, pagine che non sono legate all’agenda e al calendario, per esempio liste (libri che voglio leggere, lavori DIY da terminare, posti da visitare…), appunti, schizzi e idee. Ovviamente ho anche una tabella con il peso e i cm di Adele e altre cose da mamma.
Anche questi moduli aggiuntivi vanno segnati nell’indice, in modo da poter essere ritrovati con facilità.

Fonte: www.bulletjournaljoy.com
Fonte: http://www.bulletjournaljoy.com

Come e perché il Bullet Journal può diventare vostro alleato

Scrivere a mano è qualcosa che ci capita sempre più raramente. Abbiamo device di ogni tipo, con app efficaci e strumenti che ci permettono di tenere traccia di tutte le nostre attività, organizzare contenuti, calendarizzare i nostri impegni. Io per prima, per anni, ho abbandonato l’agenda cartacea a favore della maggiore libertà e flessibilità assicurata dalle tecnologie.

Da qualche tempo, però, mi sono resa conto che scrivere su carta mi aiuta a memorizzare meglio, a fissare le idee e a liberare la creatività. Non capita solo a me: diversi studi hanno dimostrato che usare la penna o digitare su una tastiera mettono in campo processi cognitivi molto diversi. La scrittura manuale è un’attività più complessa, tridimensionale, creativa. Inoltre, permette di tenere traccia del lavoro di editing e di conseguenza dell’evoluzione delle nostre idee. Ecco perché, pur continuando a usare Calendar, Evernote, Wunderlist, ho ricominciato a scrivere sul taccuino.

Dal punto di vista organizzativo, non è detto che abbiate bisogno di un Bullet Journal. A me piace perché mi permette di creare ordine nelle mie idee e nella lista delle mie cose da fare, perché mi aiuta a non sentirmi sopraffatta dagli impegni quotidiani e a fare una selezione dei miei (troppi) interessi in base alle priorità. Ecco perché eliminare task inutili è la cosa che preferisco! E, non a caso, il Bullet Journal è stato definito il Marie Kondo dell’agenda.

Fonte: www.bohoberry.com
Fonte: http://www.bohoberry.com

Come si legge sul sito, “The Bullet Journal is a customizable and forgiving organization system. It can be your to-do list, sketchbook, notebook, and diary, but most likely, it will be all of the above. It will teach you to do more with less.” 

Do more with less, ma anche do less: contro il logorio della vita moderna, e contro la dittatura del multitasking, Bullet Journal per tutti!

Chef (e comuni mortali) antispreco unitevi!

I riflettori si sono appena spenti sugli impianti sportivi di Rio de Janeiro (momentaneamente, perché il 9 settembre cominciano le Paralimpiadi: e se le premesse sono queste, io non me le perderei), abbiamo smesso di fare la conta delle medaglie e, personalmente, ho ripreso ad avere una vita sociale. Le Olimpiadi sono finite, e a questo punto è giusto chiedersi che cosa ne resterà. Sulle proteste, anche violente, collegate all’evento abbiamo già letto quasi tutto, ma è bello sapere che ci sono anche ricadute sociali positive. Le buone notizie riguardano il cibo e arrivano, guarda caso, dal mondo degli chef stellati.

Noi tutti li immaginiamo concentrati sulle loro creazioni (e anche un po’ fuori di testa: sarà colpa di quei ritratti in cui hanno sempre lo sguardo oltre la camera?) e resi insensibili da un ego ipertrofico. Se questo è un ritratto quasi fedele dei peggiori esemplari della categoria, non rende giustizia a molti altri. Perché c’è anche chi ha deciso di spendere parte del proprio talento aiutando chi lotta ogni giorno per la sopravvivenza, oppure promuovendo un modo diverso di concepire il sistema della produzione alimentare: sono gli chef antispreco, che hanno scelto il lato sostenibile ed etico della cucina.

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Proprio da Rio arriva RefettoRio Gastromotiva, l’ultima di una serie di iniziative nate da Massimo Bottura (non vi dobbiamo dire chi è, vero?), coadiuvato in questo caso dal brasiliano David Hertz. Per tutta la durata dei Giochi Olimpici una brigata di chef ha cucinato 5000 pasti al giorno utilizzando solo gli scarti del catering del villaggio olimpico: frutta e verdura imperfetta e ingredienti prossimi alla scadenza. Un modo intelligente per garantire accesso a un cibo di alta qualità alle fasce più povere della popolazione, oltre che un’occasione di formazione professionale per aspiranti cuochi e bartender.
Gastromotiva ha funzionato per tutta la durata delle Olimpiadi e continuerà a servire pasti anche durante i Giochi Paralimpici. La speranza è che prosegua con le sue attività anche dopo l’evento, così come è già successo con il Refettorio Ambrosiano di Milano, nato in collaborazione con Caritas Ambrosiana durante Expo 2015 e tutt’ora all’opera grazie ad una partnership con l’Ortomercato cittadino. Entrambi i progetti sono promossi da Food for Soul, l’organizzazione non-profit da fondata da Bottura per combattere lo spreco alimentare.

refettorio ambrosiano romeo e julienne

Per il progetto milanese, un teatro abbandonato è stato trasformato in una moderna mensa per poveri, con più di 60 chef da tutto il mondo a cucinare le eccedenze provenienti da Expo. Durante i 6 mesi dell’esposizione, 100 volontari hanno lavato i piatti, pulito i pavimenti e servito oltre 10.000 pasti salutari e stagionali, recuperando così oltre 15 tonnellate di cibo altrimenti destinate alla discarica. All’esterno della struttura, un’insegna al neon dell’artista Maurizio Nannucci recita NO MORE EXCUSES, a testimoniare l’impegno del Refettorio. Artisti, architetti e designer hanno contribuito a trasformare il concetto di mensa dei poveri in un luogo di condivisione e cultura. Anche dopo la chiusura di Expo, il Refettorio Ambrosiano continua a servire pasti ai senzatetto di Milano per 5 giorni alla settimana.

romeo e julienne food waste

Ma non bisogna essere per forza il miglior chef al mondo per farsi carico di una diversa visione sostenibilità alimentare e dello spreco. Gli esempi di professionisti o semplici cittadini che si impegnano per salvare cibo ancora perfettamente commestibile dalla spazzatura sono tanti, in ogni parte del Pianeta.
In California è nata da meno di un anno Imperfect Produce, una startup che si approvvigiona direttamente dai coltivatori raccogliendo frutta e verdura che verrebbero altrimenti scartate, perché troppo “brutte” per il mercato. Settimanalmente i prodotti vengono impacchettati in box del costo di circa 12$ e consegnati porta a porta agli abbonati. Così si riesce ad abbattere l’enorme spreco di prodotti freschi e ad assicurare cibo di stagione e di qualità a prezzi popolari.
In Danimarca, invece, è nato quest’anno WeFood, il primo “supermercato dello scarto”, che mette in vendita anche cibi confezionati (prossimi alla scadenza, oppure con le confezioni rovinate), garantendo un risparmio del 30-50%. Il tema è molto sentito nel paese scandinavo, e non è un caso infatti che negli ultimi cinque anni la Danimarca abbia ridotto del 25% i rifiuti alimentari.

E da noi? Abbiamo già parlato, oltre un anno fa, di Avanzi Popolo: un’iniziativa 100% Made in Puglia, che da anni mette in pratica azioni contro lo spreco di cibo, come la raccolta e redistribuzione di eccedenze alimentari attraverso il coinvolgimento di diversi enti di carità operativi sul territorio, tra l’altro avendo cura che il cibo possa compiere il tragitto più corto possibile dal donatore al beneficiario. Da qualche tempo è anche attiva una piattaforma di foodsharing sul sito dell’associazione.  

Se poi fino a qualche anno fa ci si vergognava a chiedere una doggy bag al ristorante, la pratica si sta diffondendo sempre di più, grazie anche alla sensibilità di molti ristoratori. A Milano, dove ogni giorno si gettano nell’immondizia 8,6 tonnellate di cibo, ormai da due anni i bambini delle scuole materne ed elementari sono invitati a portare a casa quello che non mangiano, in un apposito sacchettino. E a livello nazionale è finalmente stata approvata la nuova legge in materia di spreco alimentare, secondo la quale sarà più facile per aziende, ristoranti e privati donare cibo ancora in ottimo stato ad enti e associazioni che si occupano di persone indigenti.

Insomma, la prossima volta che decidiamo se comprare o no una mela ammaccata, pensiamo a quanto quel semplice frutto un po’ bruttino può cambiare il mondo.