Women in Food – Alla scoperta di Barcellona con Stefania Talento

Photocredits: In&Out Barcelona

Per visitare una città, lo sappiamo, non c’è niente di meglio che affidarsi a chi la vive ogni giorno. Nessuna guida “classica”, per quanto aggiornata e completa, può sostituire il consiglio di un local, soprattutto quando si tratta di scegliere dove mangiare o dove bere un buon bicchiere: è anche su questi presupposti che la sharing economy, quando si tratta di viaggi, basa il suo successo.

Tutto questo è ancora più significativo se parliamo di città iper turistiche, come Barcellona. Dagli anni ’90, ai tempi delle Olimpiadi, l’ascesa della capitale catalana sembra inarrestabile, con una mole di turisti spesso difficile da gestire. E mentre gli abitanti si ritagliano, non senza qualche difficoltà, spazi di socialità propri, qualcuno ha deciso che era ora di mostrare a tutti, residenti e viaggiatori, il vero volto di questa città magica e poliedrica: abbiamo fatto una chiacchierata con Stefania Talento che, insieme al suo compagno Andreu Font, ha creato In&Out Barcelona. Definirlo blog sarebbe riduttivo: è allo stesso tempo magazine, punto di riferimento a proposito di locali e ristoranti, guida per chi vuole conoscere davvero la città.

Pugliese di nascita, catalana di adozione: quando e come sei arrivata in Catalunya?
Dopo gli studi a Bari e Modena, sono arrivata a Barcellona, 6 anni fa, tramite il progetto Leonardo per fare un tirocinio post-laurea all’estero. L’ironia della sorte è che mi sono laureata con un anno di ritardo proprio perché non riuscivo a superare un esame di spagnolo! Barcellona l’ho scelta praticamente a caso. Ma appena scesa dall’aereo ho avuto subito una bellissima sensazione.
Dopo il tirocinio di 3 mesi, intensissimi, in un’azienda che organizza eventi e congressi per case farmaceutiche e cosmetiche, sono stata assunta per altri 6 mesi.

Come sono stati i primi mesi in città?
Molto impegnativi. Ho frequentato un corso di lingua intensivo e lavoravo con ritmi molto serrati. Per fortuna al lavoro ho conosciuto Andreu, il mio attuale compagno, che ha iniziato a portarmi in giro per la città come una persona del posto – mentre per i primi 3 mesi ho vissuto con la Lonely Planet – dal momento che lui è mezzo catalano e mezzo portoghese.
Mi sono accorta che Andreu conosceva davvero un sacco di posti, e così gli ho suggerito di cominciare a scriverne. Nel 2012, quasi per gioco, è nato In&Out Barcelona, dove IN era riferito ad Andreu, e OUT era riferito a me, che vedevo le cose con lo sguardo della persona che viene da fuori. All’inizio scrivevamo in italiano e spagnolo, poi abbiamo abbandonato l’italiano e al momento scriviamo in spagnolo e inglese.

Photo credits: In&Out Barcelona

Da cosa è nato il sito e come si è evoluto il sito in questi anni?
Alla base c’è l’idea di promuovere tutti quei piccoli progetti che hanno a che fare con il cibo a Barcellona, soprattutto cercando di raccontare ciò che per noi ha valore.
Negli anni poi sono aumentate le richieste di agenzie e aziende che ci invitano a collaborare come partner, ma cerchiamo di mantenere tutto sul piano dell’autenticità perché vogliamo che ciò che è nel blog ci sia perché il progetto è interessante. Per questo motivo non trovate grandi catene: non perché non lavorino bene, ma perché preferiamo ciò che è più contenuto, nato dalla piccola imprenditoria, con una solida base di valori alle spalle. Questo è ancora più importante nel momento in cui molti, in risposta alla crisi, hanno aperto un ristorante senza però esserne in grado.

Al momento il blog è diventato il tuo lavoro; ci racconti questo cambiamento?
Abbandonato il mondo degli eventi, ho iniziato a “giocare” coi social e a studiare il marketing digitale. Dopo l’azienda di eventi in cui avevo cominciato come tirocinante, ho fatto la coordinatrice per British Telecom. Nel frattempo Andreu lavorava in un’agenzia di comunicazione. La vita d’ufficio ci sembrava una gabbia; io contavo le ore che mancavano al ritorno a casa, quando avrei potuto dedicarmi a In&Out Barcellona, che era il progetto che veramente mi dava motivazione e mi faceva “battere il cuore”. Così, con molte incertezze e timori, abbiamo deciso di lasciare il nostro lavoro fisso e di diventare liberi professionisti.
Nel frattempo, circa 2 anni fa, era uscita la prima guida indipendente sui locali di Barcellona scritta insieme a un altro blog, O lo comes o lo dejas. In meno di 2 mesi le 2000 copie che avevamo stampato sono andate sold out, così come gli eventi che abbiamo chiamato Foodie Pop-up experiences, in cui chiedevamo ai nostri chef preferiti di sfidarsi in un benevolo duello con altri chef, creando cene a tema molto particolari.
Per sostenere le attività del blog, inoltre, abbiamo iniziato a gestire i social di alcuni clienti (ristoranti e locali) come social media manager. In&Out amplia i suoi servizi e diventa così un’agenzia di comunicazione non convenzionale, dove alla base della collaborazione c’è sempre una condivisione di valori con i clienti. 

Photo credits: In&Out Barcelona

Quali sono i prossimi progetti di In&Out Barcelona?
La nostra seconda guida, “24 hour Foodie People” è uscita in 2500 copie, anche queste andate a ruba.
Un’altro progetto che ci piace molto è quello legato al vermut, una bevanda buonissima, qui molto diffusa ma poco conosciuta in Italia, soprattutto al di fuori dalle grandi marche. E pensare che a Barcellona è stato diffuso alla fine dell’800 proprio da un italiano, che aprì il primo bar del vermut in stile modernista all’inizio di Paseo de Graçia, creando un forte legame tra Torino e Barcellona. Ci piaceva l’idea di divulgare queste storie, e per questo abbiamo iniziato a creare dei tour del vermut, con assaggi e racconti.  

Photo credits: In&Out Barcelona

E i tuoi progetti personali?
Da settembre partecipo personalmente a Ladies Wine and Design. Nato a New York da Jessica Walsh, illustratrice, è una piattaforma che vuole promuovere la partecipazione delle donne ai vertici dei settori creativi. L’idea di fondo è smettere di lamentarsi e creare dei momenti di condivisione/networking, in cui promuovere talenti femminili da ogni parte del mondo.
Se esci di lì e ti chiedi “cosa farei se non avessi paura?” è già un ottimo un segnale. È così che ho deciso di lasciare il mio lavoro d’ufficio! Servono iniezioni di motivazione, e strumenti per credere che ce la puoi fare. Che puoi fare quello che ti piace, e farlo con felicità.

Perché ho iniziato a ballare il boogie-woogie (e perché dovresti anche tu)

“In realtà il mio sogno è sempre stato quello di saper ballare bene.” (Nanni Moretti, Caro Diario)

Sono sempre stata scoordinata, o almeno così ho sempre pensato. Da piccola ho provato a praticare mille sport diversi: dalla ginnastica artistica (ma fare il ponte per me era una vera tortura, perché, a dispetto di quello che si crede sui bambini, non tutti sono flessibili e snodati!), al nuoto, al tennis. Che smisi in seconda media, dopo che un maestro chiese a mia madre di portarmi dall’oculista per controllare i miei problemi di vista (ci vedevo benissimo: solo che non riuscivo a intercettare manco per sbaglio le palline).

Forse i miei genitori avrebbero dovuto iscrivermi a un’attività di squadra? Chissà. Fatto sta che alle superiori, dove gli insegnanti di educazione fisica si semplificavano la vita (leggi: si assicuravano uno stipendio facile) facendoci pascolare sul campo di pallavolo, ogni settimana subivo l’umiliazione di essere scelta per ultima nella squadra della classe. A dire il vero non mi preoccupavo molto: al muro e alle schiacciate preferivo i libri e l’arte. Ad un certo punto io e una mia compagna di classe – impedita quanto me – avevamo escogitato uno stratagemma per evitare la selezione, nascondendoci dietro una colonna e passando le restanti due ore a chiacchierare. 

Fino all’età adulta ho sempre avuto questo rapporto conflittuale con le attività sportive – tranne lo sci, in quello sono sempre stata brava – ma allo stesso tempo ho sempre amato ballare. Mi sono sempre buttata in pista senza paura e, stendendo un velo pietoso sulle attività discotecare del sabato pomeriggio negli anni ’90, ho sempre adorato le feste e i luoghi dove potessi dimenarmi in qualche modo più o meno convincente.

A Bologna ho seguito un corso di danza afro, che poi ho proseguito i primi anni a Milano. Poi c’è stata la danza del ventre. E poi ho sposato un uomo che, al nostro primo appuntamento, ha esordito dicendo “sono il più grande ballerino del Triveneto” (in effetti, come non sposare un soggetto del genere). Al nostro matrimonio abbiamo scritturato una band che suona cover e pezzi propri ispirati al rock degli anni ’50 e ’60: mettici l’amore per i vestiti vintage, la fascinazione inevitabile per quegli anni (Mad Men, anyone?), mettici noi che abbiamo sempre improvvisato senza essere capaci di fare i passi giusti, mettici che viviamo a Milano dove c’è un corso quasi per qualunque cosa… ecco che inesorabile è arrivato il corso di Boogie-Woogie.

(questo è il boogie. Noi siamo un po’ meno bravi di così)

I balli swing sono principalmente tre, e derivano tutti dalla stessa matrice: Lindy Hop (anni 20/30), Boogie Woogie (anni 50/60) e Rockabilly Jive (nato negli anni 40 e evolutosi fino agli anni 70). Mi sono chiesta perché piacciono tanto da essere diventati una vera e propria mania, senza contare poi la quantità di festival e raduni: il più famoso, il Summer Jamboree di Senigallia, è ormai un appuntamento fondamentale dell’estate adriatica con un ritorno importantissimo per il territorio. Credo che i motivi siano soprattutto la musica, bella e allegra – non a tutti piace lo struggimento del tango – vestiti e pettinature stilose, e la socialità che inevitabilmente scaturisce da corsi e serate. Soprattutto, penso che ci affascini parecchio il mondo che questi balli evocano: un’epoca di divertimento sfrenato (ve lo ricordate Il Grande Gatsby?) per quello che riguarda il Lindy, e un momento di grandi speranze e possibilità pensando agli anni 50, al Boogie e alla nascita del rock’n’roll.

Ormai sono tre anni che balliamo Boogie, tolta la parentesi gravidanza. Siamo bravi? Un po’. Ci divertiamo, tantissimo. Senza contare che abbiamo una sera alla settimana solo per noi, senza pensieri legati alla bimba, alla casa, al lavoro. Facciamo una cenetta veloce in un posto sempre diverso – ed è anche un modo per provare locali nuovi – e poi svuotiamo la testa, muoviamo il corpo, facciamo circolare endorfine (che poi ci tengono svegli per altre due ore quando torniamo a casa, ma questa è un’altra storia). Conosciamo persone che amano il ballo, spesso giovanissime: loro fanno serata ogni weekend, noi ovviamente no, ma va bene così. Abbiamo scoperto una Milano swing che si ritrova in luoghi bellissimi, come lo Spirit de Milan e la Balera dell’Ortica, e che improvvisa maratone di ballo nei parchi e nelle piazze.
Viviamo la vita a passo di danza, 5-6-7-8, e lo facciamo insieme che è anche più bello.

Vuoi informazioni sui corsi e i locali dove cimentarti con i balli swing? Ecco qualche link utile:
Twist & Shout
Studio Larosa Dance
Rock’n’travel
Mad4Boogie

Portugal for foodies: non solo baccalà! Cosa mangiare, e dove, a Lisbona e Porto

Noi che siamo nati al mare conosciamo la saudade ancora prima di poterle dare un nome. Fa parte del nostro patrimonio genetico fin dalla nascita, e la riconosciamo solo quando, camminando in una delle città di pianura che ci siamo scelti come casa, ci troviamo improvvisamente a cercare l’orizzonte. Ci assale allora la mancanza di un punto di fuga, a cui orientare la meridiana dei nostri sogni. Sentiamo l’esigenza di una luce diversa, quella che automaticamente si traduce in ritmi di vita più lenti, socialità più facile.

Lo ammetto: non mi sono ancora del tutto ripresa dalla saudade del mio ultimo viaggio, 10 giorni tra Lisbona e Porto, anche se è passato più di un mese. Chissà perché continuo a innamorarmi delle città portuali tutte salite e (poche) discese, con “quell’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori”?
Non mi resta che consolarmi con un bicchierino di porto bianco, e lasciarvi la mia rassegna delle 5 esperienze foodie da non perdere tra le due “capitali” portoghesi: Lisbona, abbagliante, scanzonata e poetica; e Porto, laboriosa, tutta chiaroscuri, di una bellezza sensuale che si svela in pieno agli occhi più indulgenti.

1. Drink con vista: l’aperitivo al tramonto, su uno dei tanti miradouros di Lisbona

Una delle tante cose che amo nelle città in salita sono gli squarci improvvisi che si aprono, talvolta tra un palazzo e l’altro, a rivelare il panorama della città dall’alto. Lisbona è ricca di miradouros, terrazze panoramiche che interrompono il paesaggio urbano offrendo inaspettati punti di sosta. La città ai piedi, il Tejo scintillante, la baia che si apre lasciando presagire l’Oceano Atlantico: andarci al tramonto è la scelta migliore, magari concedendosi un passaggio in elevador, dopo una giornata di visite e camminate.
Il mio preferito è stato il Miradouro de São Pedro de Alcântara, un’elegante terrazza punteggiata di alberi frondosi e panchine, da cui si può ammirare una vista magnifica che spazia dal Castello di São Jorge, proprio di fronte, alla Baixa e ad Alfama con la Sé (la cattedrale fortezza), fino al fiume.

CONSIGLIO
Il chiosco che sorge a una delle estremità della piazza è attrezzatissimo con funghi riscaldanti e copertine, per far fronte al vento fresco che si alza di sera. Bevete un bicchiere di bianco alentejano, prima di proseguire la serata e immergervi nella movida del Chiado.

INDIRIZZO
Miradouro de São Pedro de Alcântara | Rua São Pedro de Alcântara, 1200-470, Lisboa

Photo Credits: José Avillez

2. Mini Bar Avillez a Lisbona

Ho scoperto il Minibar di José Avillez grazie al post di Mariachiara, che ha fatto da apripista alle mie esplorazioni portoghesi. E non posso che ringraziarla di avermi fatto scoprire questo locale a dir poco sorprendente, nel cuore della Baixa: qui la cucina è gioco e coup de théâtre, in un continuo rimando tra forma e sostanza. Nonostante il marchio dello chef pluristellato sia evidente (Avillez, ex allievo di Ferran Adrià, è lo chef più famoso del Portogallo,  nonché imprenditore di successo con una serie di fortunati marchi e ristoranti all’attivo), siamo in un ambiente informale. Qui si può venire per un aperitivo – per assaggiare gli ottimi cocktail e le mini porzioni del menu – oppure per una cena più sostanziosa.

CONSIGLIO
Se volete fare un viaggio nella cucina portoghese, tra sperimentazione e tradizione, non perdetevi il menu degustazione chiamato Epic Menu, da 11 portate più dessert, e fatevi consigliare uno o più cocktail da abbinare. Un’esperienza gastronomica che, da sola, vale il viaggio.

BONUS TIP
Viaggiate con dei bambini? Non fatevi intimidire. Qui il personale è gentilissimo e molto accogliente, e inoltre il locale è attrezzato anche per chi ha bambini molto piccoli. La nostra quasi duenne si è divertita moltissimo tra gli assaggi dal nostro menu e i pastelli colorati che le hanno portato. Ha persino conquistato il cuore cameriera che le ha portato una porzione extra di dolce!

INDIRIZZO
Mini Bar | Rua António Maria Cardoso 58, 1200-027 Lisboa

3. Pastéis de Nata, il dolce della felicità

Credo che, insieme alla focaccia genovese, i Pastéis de Nata siano il comfort food più buono del mondo. Questi cestini di sfoglia ripieni di crema pasticcera, cotti e serviti tiepidi con una spolverata di cannella, vi rimarranno nel cuore a lungo. A Lisbona potrete assaggiarli nelle molte pasticcerie della città – i dolci in Portogallo sono quasi una religione, e questo è un ottimo motivo per visitarlo – anche se i migliori rimangono sempre quelli della Antiga Confeitaria de Belém. È vero, il luogo è turistico (durante il weekend, arrivate la mattina presto per evitare le code chilometriche), essendo anche a due passi dal Mosteiro dos Jerónimos e dalla Torre di Belém, ma ha conservato intatto il suo fascino e soprattutto la ricetta dei suoi Pastéis.

CONSIGLIO
Sedetevi in una delle sale decorate di Azulejos e ordinate “uma bica” (la versione portoghese dell’espresso, per il quale si utilizzano miscele di ottima qualità) e almeno un paio di Pastéis de Nata. Se sarete bravi, riuscirete a non ordinarne una mezza dozzina da portar via nelle graziose confezioni di cartone.

BONUS TIP
Se la visita al quartiere di Belém non rientra nei vostri piani, o se volete evitare le folle di turisti, potete provare i dolcetti in centro. Tra i molti indirizzi, consiglio Manteigaria, minuscolo locale del Chiado specializzato solo in Pastéis de Nata, da mangiare in loco o take-away.

INDIRIZZI
Antiga Confeitaria de Belém | Rua Belém 84-92, 1300-085 Lisboa
Manteigaria | Rua do Loreto 2, 1200-108, Lisbona

4. Afurada, il borgo a due passi da Porto dove il tempo si è fermato

Porto è un laboratorio a cielo aperto, tra gentrification e rinascita, e saprà conquistarvi con il suo carattere industrioso, giovane, dinamico. La città è legata ovviamente al vino omonimo, ma non mancano le occasioni per gustare anche l’ottimo vinho verde o i rossi della regione: qui l’aperitivo, accompagnato da petiscos – piattini assimilabili alle tapas spagnole – non si può saltare. Provate, per esempio, a sedervi nei tavolini all’aperto della Mercearia das Flores, che nell’omonima via offre ottimi prodotti e vini biologici da tutto il Paese.
Ma se siete curiosi, e dotati di gambe allenate, spingetevi oltre il fiume, a Vila Nova de Gaia – dove si concentrano le cantine del porto, in cui è d’obbligo la degustazione – e proseguite verso la foce del fiume Douro. In una mezz’ora abbondante, lungo una strada pedonale e ciclabile molto piacevole, raggiungerete Afurada, villaggio di pescatori dove il tempo sembra essersi fermato. Qui troverete signori con i baffi e donne robuste che trasportano sulla testa il cesto con i panni da lavare al pubblico lavatoio, pescatori intenti a riparare le reti, bambini che giocano in strada. Ma soprattutto sarete attirati dal profumo del pesce arrostito sulle griglie sistemate all’esterno delle taverne, come la Taberna do São Pedro, il cui menu si basa sul pescato del giorno, accompagnato da verdure fresche a volontà.

CONSIGLIO
Con il sole allo zenith è consigliabile rifugiarsi nella grande struttura alle spalle della taverna, dove potrete accomodarvi nei tavoli da sagra e attaccare bottone con i vostri vicini. Ascoltate i loro consigli e ordinate quello che vi suggeriscono, non ve ne pentirete!

INDIRIZZO
Taberna de São Pedro | R. Vasco da Gama 126, 4400 60, São Pedro da Afurada

Photo credits: Lisboa ConVida

5. Sardine in scatola, un prodotto d’eccellenza per picnic gustosi

L’industria conserviera portoghese è da sempre una delle più fiorenti del mondo, frutto di una lunga tradizione che risale al 1853, quando aprì la più antica azienda di questo tipo in Europa. Le conserve ittiche sono di tantissimi tipi e spesso di ottima qualità: sardine, è il caso di dirlo, in tutte le salse; e poi acciughe, sgombro, tonno, e persino polipo e seppie.
Oltre alle tradizionali rivendite, a Porto e Lisbona sono sorti negli ultimi anni numerosi negozi gourmet e ristoranti specializzati in eccellenti conserve di pesce. Insieme alla già citata Mercearia das Flores, a Porto, merita una visita anche la Conserveira de Lisboa, a due passi dall’affollata Praça do Comércio. Spesso le sardine in scatola hanno un packaging così bello e curato che è davvero difficile resistere alla tentazione di collezionarne una per tipo!

CONSIGLIO
Scegliete le vostre conserve – meglio se in olio extravergine d’oliva biologico – e tenetele da parte per un pasto sulla spiaggia, accompagnandole con pane fresco e una birra gelata.
Il mio picnic spot preferito è stata la Praia do Forno, a Vila do Conde, in un tratto di costa ancora intatto e non rovinato dal turismo di massa. Per arrivarci, prendete la linea B della metropolitana (direzione Póvoa de Varzim) dal centro di Porto. In 45 minuti arriverete nella cittadina medievale – punto di transito del Camino di Santiago – e una volta attraversato il centro storico, con il magnifico acquedotto romano, arriverete al litorale che conta 6km di sabbia fine e onde perfette per il surf.

INDIRIZZI
Conserveira de Lisboa | Rua dos Bacalhoeiros 34, 1100-016, Lisboa
Mercearia das Flores | R. das Flores 110, 4000 Porto

#amoleggere: il 23 aprile si festeggia la Giornata Mondiale del Libro

Il 23 aprile 2017 si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del libro e del diritto d’autore, un’iniziativa Unesco nata per evidenziare la potenza dei libri e promuovere la visione di una società basata sulla conoscenza, inclusiva, pluralista, equa, aperta e partecipativa per tutti i cittadini.

“Si dice che da come una società tratta le persone più vulnerabili si possa misurare la sua umanità. Quando si applica questa misura alla disponibilità di libri per persone con disabilità visive e con disabilità fisiche o di apprendimento, ci troviamo di fronte a ciò che può essere descritto solo come una “carestia di libri”.” 

Così Irina Bokova, Direttore Generale Unesco, introduce l’edizione di quest’anno, dedicata alla sensibilizzazione sull’accesso ai libri da parte di chi soffre di disturbi dell’apprendimento o presenta disabilità fisiche. 

“Secondo l’Unione Mondiale dei Ciechi, circa 1 su 200 persone sulla Terra – 39 milioni di noi – non possono vedere. Altri 246 milioni hanno una vista notevolmente ridotta. Queste persone […] possono accedere a circa il 10% di tutte le informazioni scritte e delle opere letterarie. […] La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, e gli obiettivi di sviluppo sostenibile, segnano un cambiamento di paradigma nel riconoscere il diritto delle persone disabili ad accedere ai libri, alla conoscenza e alla vita culturale partendo da basi comuni a quelle degli altri.
Nell’ambito della convenzione, l’UNESCO sta lavorando per promuovere una migliore comprensione delle questioni legate alla disabilità e mobilitare il sostegno al riconoscimento della dignità, dei diritti e del benessere delle persone con disabilità, e dei benefici della loro integrazione nella società.”

Anche in Italia saranno molte le iniziative dedicate a questa giornata: le potete trovare in rete cercando l’hashtag #amoleggere, da usare in questi giorni per condividere il nostro amore per la lettura.
Amazon, per esempio, permette di donare a Save the Children per sostenere la campagna “Illuminiamo il futuro“, contro la povertà economica ed educativa: in Italia oltre 1 milione di bambini vive in povertà assoluta, e oltre alla mancanza di mezzi materiali, sperimenta quella di opportunità formative (come visitare un museo, andare ad un concerto, fare sport). Una povertà che li priva della possibilità di costruirsi un futuro, o anche solo di sognarlo. Per questo Save the Children ha creato i “Punti Luce” nei quartieri più svantaggiati delle città. Spazi in cui studiare, esprimersi e crescere. 

Cogliendo l’occasione dell’evento internazionale dedicato al libro, inoltre, inizia in anticipo di una settimana Il maggio dei libri, l’iniziativa nata nel 2011 con l’obiettivo di sottolineare il valore della lettura come strumento di crescita personale, civile e sociale. Dal 23 aprile al 31 maggio enti locali, privati, scuole, festival, cinema, librerie, biblioteche, carceri, editori, associazioni culturali, istituti sanitari, negozi e molte altre realtà, saranno riunite dal claim “Leggiamo insieme”, accompagnato dall’immagine di Guido Scarabottolo. Il tema della campagna è la lettura come strumento di benessere: leggere fa bene, è piacevole e salutare. I libri permettono di migliorarsi nei contesti più disparati aprendo nuove prospettive e arricchendo il nostro bagaglio esperienziale e culturale.
[E, nel nostro caso, sono anche buoni da mangiare! (Date un’occhiata al nostro archivio di ricette letterarie)].

A questo proposito, proprio domenica alle 10.00, nella Sala Gothic del padiglione 4 della fiera di Milano, è in programma la tavola rotonda “La lettura come strumento di benessere”, alla W di Wonder nello speciale alfabeto di Tempo di Libri: Romano Montroni, Stefano Bolognini, Rachele Bindi, Antonio Calabrò, Nicola Galli Laforest, Stefano Laffi, Ketti Mazzocco, Armando Massarenti e Vito Mancuso discuteranno non solo delle meraviglie della lettura, ma anche e soprattutto delle tipologie e modalità diverse con le quali può essere d’aiuto nelle varie fasi della nostra vita.

Per gli amici romani, invece, l’appuntamento è alla Galleria Nazionale, dove alle 11 è prevista una visita guidata gratuita alla Biblioteca del museo, alla scoperta del ricco patrimonio librario tra antichi volumi e rare riviste di arte. Dal 23 aprile, inoltre, il libro diventa protagonista con uno spazio di book-sharing nella Sala delle Colonne, l’area accoglienza a ingresso gratuito della Galleria: i visitatori sono invitati a portare e a leggere i propri libri dei sogni per cominciare a dare corpo a quello che diventerà un punto di scambio, condivisione e arricchimento. Per l’occasione, il biglietto d’ingresso è ridotto a 5€ per i visitatori che porteranno i propri #LibriDiSogni per il nuovo angolo book-sharing.

Tanti motivi, insomma, per dire #amoleggere: raccontateci il vostro! Noi intanto vi lasciamo con una bonus track che ci ha fatto sorridere e un po’ commuovere (è una pubblicità, ma vale davvero la pena vederla).

Se Milano avesse il mare – Mini guida ai ristoranti e bistrot pugliesi a Milano

In principio furono le trattorie con le tovaglie a quadri e le foto dei trulli, che ammiccavano a un turista tutto spiagge e caciocavallo, ma soprattutto facevano leva sulla saudade degli expat, coloro che – magari da un paio di generazioni – avevano lasciato la Puglia per trasferirsi obtorto collo nella città meneghina. “Milanesi del tacco”, rassegnati a condividere la vita agra con la scighera dell’inverno e l’afa dell’estate, consolati da un piatto di orecchiette e da una treccia di mozzarella vera, arrivata direttamente “da giù” tramite le vie dei ristoratori – che come si sa sono infinite.

Poi arrivò la colonizzazione del Salento: quasi un flusso migratorio di segno inverso, concentrato però nei mesi estivi. I milanesi, al ritmo della taranta, scoprivano ciceri e tria, fave e cicoria, pasticciotti e rustici; le tovaglie di lino ricamate, i pomodori appesi per tutto l’inverno, i piatti con il galletto. E, man mano che si tornava a Milano, al lavoro, alla vita frenetica di sempre, nasceva il desiderio di portare con sé non tanto un souvenir, quanto un po’ di quel calore, di quella luce, e di quei sapori pieni, veri.

Così è nata una nuova generazione di locali in cui ritrovare quei piatti, nei quali anche il più incorruttibile dei milanesi poteva aver lasciato un pezzo di cuore, tra arredi di design e pezzi di alto artigianato locale. Noi ne abbiamo selezionati 5 tra i nostri preferiti, per quando abbiamo più che mai bisogno di una Puglia therapy d’urto.

photocredits: ADN Kronos

Pescaria – Pescatori in Cucina
“Un modo tutto nuovo di gustare buon pesce, crudo e fritto”: questa è la promessa che campeggia in home page, e che aleggia tra i banconi e le tavolate comuni che contraddistinguono il locale milanese, tutto sviluppato in lunghezza. È un cult d’importazione, il fratello emigrante del più famoso ristoro di Polignano a Mare, diventato una tappa obbligata per tutti i foodie vacanzieri. Le malelingue che avrebbero scommesso su una carta con prezzi gonfiati a dismisura per il mercato milanese sono rimaste deluse: a fronte di una qualità ottima dei prodotti, i costi sono piuttosto contenuti e non troppo dissimili dall’originale. Rimangono invece immutati i classici piatti che hanno costruito la fama di Pescaria: insieme a crudité (da non perdere i gamberi viola), tartare e fritture, ci sono i celeberrimi panini. Consigliatissimo quello con polpo fritto, accompagnato da cicoria, mosto cotto di fichi, olio alle alici.
Pescaria | Via Bonnet 5 (M5, M2 Garibaldi)

Photocredits: Puglia Bakery&Bistrot

Puglia Bakery & Bistrot – traditional genuine tastes from Puglia
Il “lato B” della Puglia si trova a due passi dai grattacieli della Regione Lombardia, in una zona frequentata durante il giorno da impiegati e professionisti. La caratteristica di questo bel locale luminoso è che tutti i piatti a menu (pizze incluse) sono gluten free e handmade, rendendolo un locale assolutamente adatto a chi soffre di celiachia (con tanto di certificazione AiC).
L’idea di fondo è unire la tradizione delle nonne e mamme pugliesi (queste, praticamente) alla contemporaneità delle formule: ecco allora le Tapas di Puglia, i Crudi di Mare, primi, secondi e pizze che propongono un twist innovativo alle classiche ricette e agli ingredienti tutti di provenienza pugliese.
Puglia Bakery&Bistrot | Via Oldofredi 25 (M3 Sondrio, M2 Gioia)

Photocredits: I Salentini

I salentini – cucineria di mare e di campagna
Mare e campagna delle terre del Salento sono i protagonisti della cucina de I Salentini, uno dei primi locali della new wave pugliese a Milano, attivo in via Solferino dal 2013. Antonio Ingrosso, proprietario insieme a Francesca Micoccio, partiva già dall’esperienza di due rinomati ristoranti in Salento, a Sannicola, provincia di Lecce. A Milano non esisteva nessun altro locale che esprimesse a fondo questo concetto di “salentinità”, dove ogni sapore, ogni profumo, ogni oggetto, trasmette il calore e la tradizione di questa terra.
Grande attenzione è dedicata alle materie prime – dalle verdure selvatiche al pesce di Gallipoli, dall’olio extra vergine d’oliva ai gamberi viola di Gallipoli, ai presidi Slow Food del territorio – e agli arredi, interamente realizzati da artigiani e designer salentini. Il menù è fedele alla cucina salentina tradizionale, rispettando le ricette di una volta, le stesse delle antiche famiglie di pescatori: qui ho assaggiato per la prima volta le “paparine”, piante spontanee del papavero, e ne sono rimasta folgorata!
I Salentini | Via Solferino 44 (M2 Moscova)

Photocredits: Puglia in Brera

Puglia in Brera – osteria tradizionale
Dalla stessa proprietà de I Salentini è nato, da pochi mesi, Puglia in Brera: i piatti si rifanno alle ricette tradizionali dell’intera Puglia e non solo della penisola salentina, mentre rimane invariata l’attenzione alle materie prime da piccoli fornitori artigianali. Anche qui l’arredamento è curato nei minimi dettagli da designer, architetti e artigiani pugliesi, con uno stile semplice, ma prezioso e ricercato: ogni visita non è semplicemente un pranzo o una cena, ma si trasforma in una full immersion in un mondo meraviglioso che racchiude arte, storia, un vitale patrimonio culturale e un ricco valore enogastronomico.
Se ci andate, provate le “Parmigiana alla poverella”, dove la melanzana è fritta senza uovo e viene servita con pomodoro, parmigiano e tanto basilico, come da ricetta della tradizione leccese. Mi ringrazierete!
Puglia in Brera | Via San Carpoforo 6 (M2 Lanza, M3 Montenapoleone)

Photocredits: Santu Paulu Salento Bar

Santu Paulu – Salento Bar
Voglia improvvisa di un pasticciotto e di caffè (Quarta) in ghiaccio? Niente panico, nel cuore di Brera c’è il posto giusto dove placare la vostra crisi d’astinenza di Puglia. Santu Paulu offre ai buongustai una molteplicità di proposte di “cucina veloce” salentina, da assaggiare nel locale o da asporto: la mattina si può fare colazione con un delizioso pasticciotto – anche in versione mini – e una tazza di caffè Quarta, la miscela che da sessant’anni accompagna la storia del Salento. In pausa pranzo si può scegliere tra rustici, frise, e qualche piatto di cucina. E dopo l’ufficio, l’happy hour si riscopre aperitivo, con vini e prodotti tipici del Salento, e magari una performance improvvisata di musica tradizionale.
SANTU PAULU Salento Bar | Via Delio Tessa 2 (M2 Lanza)

Hungry for design – Finalmente il Fuorisalone da mangiare!

“Stay hungry, stay foolish”: quante volte ormai abbiamo sentito ripetere questa frase – a proposito e a sproposito. Ma se capita di essere affamati (per davvero) nel mezzo di una kermesse come la Milano Design Week, tutta dedicata all’innovazione e alla creatività, le opzioni a nostra disposizione non sono quasi mai allettanti. Troppo pieni i ristoranti – tutti prenotati da settimane – e troppo lunghi i tempi d’attesa per chi vuole visitare il più possibile in pochi giorni, tocca ripiegare su proposte veloci, ma spesso di qualità discutibile, o sul gelato – quest’ultima la mia scelta prediletta, anche se mi rendo conto che un’alimentazione a base di gelato non è esattamente consigliata dai migliori nutrizionisti.

Che cosa può fare allora il foodie affamato di design e di cibo vero? Questa è la domanda che si sono posti, e a cui hanno risposto, gli organizzatori di Hungry for Design, l’evento che da oggi e fino al 9 aprile – per tutta la durata del Fuorisalone – mette insieme il buono della tavola e il bello del design, nel neonato distretto MuVaC. Muratori, Vasari, Corio sono le tre vie del quartiere di Porta Romana che formano un’ideale “Area T”; per l’occasione si aprirà all’intera città per affermare in via definitiva quel ruolo che in molti le hanno riconosciuto: uno fra i migliori distretti del food milanese.

Il progetto nasce da un’idea di di Paola Sucato, Dorothé Lenaerts e Giuseppe Castronovo, che sono riusciti a mettere insieme ristoratori della zona, istituzioni, sponsor e designer che esporranno le loro creazioni realizzate ad hoc e in tema con l’evento.

Molto eterogenei fra loro – per provenienza, progettualità inedite e non, utilizzo dei materiali, già affermati o emergenti – i designer sono stati selezionati,invitati e messi in scena da Simona Cardinetti e Dorothé Lenaerts in un suggestivo loft riaperto per l’occasione – nella corte al civico 11 di via Muratori – e nello spazio LaDodo gallery. Unico il filo conduttore che li accomuna: l’aver dato vita a creazioni che concretizzano il rapporto tra cibo e design, tra funzionalità ed estetica. Il risultato è una mostra di oggetti di uso quotidiano ripensati in chiave design, un percorso che declina in modo originale le relazioni tra cibo, forma e funzione.

Le proposte gastronomiche sono invece all’insegna della qualità, design della presentazione, ecosostenibilità e innovazione sociale. Le realtà della ristorazione presenti in zona, insieme con 4 foodtruck, animeranno il selciato di questo angolo milanese.

Hungry for Design sarà una nuova tappa nella flânerie della settimana del Fuori Salone, dove approdare per una sosta gourmande rilassante e creativa,nel passaggio tra le diverse zone della città o come destinazione finale al termine di una lunga giornata. Quale migliore ricompensa, dopo le maratone di creatività a cui ci sottoporremo?

Women in Food – Laura La Monaca, aka Dailybreakfast: cambiare vita, una foto alla volta

Photo credits: Laura La Monaca

Ho incontrato Laura – che i più digital di noi conoscono come @dailybreakfast – in una mattina milanese come tante, solo con tantissimo sole in più. Per il resto, le solite co(r)se: colazione di corsa, corsa al nido, qualche telefonata di lavoro, corsa in metropolitana (che per non farmi mancare niente si è pure fatta aspettare 15 minuti per un guasto), corsa all’appuntamento a cui sono arrivata con mezz’ora di ritardo.
Laura mi aspetta seduta a un tavolino di Ofelè, a proposito di colazioni, ed è sorridente e serafica. Le chiacchiere fluiscono, e io mi accorgo che davanti non ho solo una Instagram star, ma una persona vera, fresca, curiosa e genuina, che ama raccontare il mondo attraverso le sue foto e ha la consapevolezza di chi ha saputo dare una svolta alla sua vita facendo, davvero, quello che le piace.

Laura, raccontaci chi sei e cosa fai.
Sono siciliana, catanese, e vivo a Milano dal 2002. Mi sono trasferita qui per studiare, ho frequentato un corso di economia per le arti, la cultura e la comunicazione e ho iniziato poi a lavorare in una agenzia che organizza concerti, prima, e poi in casa editrice. Lavoravo con l’estero, ma dopo 6 anni mi sono trovata a dover rivalutare la mia scelta professionale. Una crisi grazie alla quale ho deciso di seguire le mie passioni: fotografia, food e viaggi.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Oltre al tuo canale Instagram e al blog, collabori con diverse riviste straniere ed italiane. Come sei diventata una blogger e una fotografa professionista?
Nel 2013 sono volata a Londra per seguire alcuni corsi di fotografia. L’anno successivo ho partecipato al Foodblogger Connect, un evento che mi ha dato moltissimo sia in termini di energia che di conoscenze. In particolare, fondamentale è stato il workshop con Monica Bhide, che ci disse una cosa che mi è poi stata utilissima, ovvero che senza un media kit non si va da nessuna parte! E infatti aveva ragione: appena spedii il mio a una rivista internazionale con cui sognavo di collaborare, mi risposero subito con un assignment per l’Italia.
Adesso lavoro con diversi tipi di clienti: aziende italiane e straniere, enti del turismo, riviste. Produco esclusivamente contenuti visivi.

L’idea e il concept del blog invece come sono nati?
Ero in vacanza, in spiaggia, e pensavo a come riorganizzare la mia vita intorno alle mie passioni. All’improvviso mi sono ricordata che, da piccola – a quanto dice mia mamma – la mia prima parola è stata “latte”. Sono sempre stata un’appassionata della colazione! Il blog quindi è nato nel 2012, ma all’inizio è stato molto in sordina. Nel 2014 ho fatto un restyling dei miei canali e ho dato un nuovo impulso al progetto, anche se il mio biglietto da visita rimane sempre Instagram.

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

A proposito di Instagram, hai oltre 80mila follower e un seguito sempre crescente. Come gestisci questo canale e come ti relazioni con chi gioca scorretto?
Instagram per me è una vetrina che mi permette di far conoscere a un ampio pubblico il mio lavoro (la maggior parte di loro proviene dall’estero). Sicuramente da quando questo è diventato uno strumento di collaborazione con le aziende, per molti è diventato un’opportunità di guadagno e ci sono stati anche fenomeni di concorrenza sleale: c’è un problema di cultura digitale nelle aziende stesse, che troppo spesso si fermano ai numeri senza guardare la qualità. È un problema che hanno tutti i freelance del mondo della comunicazione, e l’unica soluzione è andare dritti per la propria strada, continuando a produrre contenuti di qualità e senza perdere la propria coerenza.

Qual è il tuo prossimo progetto?
Su Instagram posso sperimentare e per questo mi piace moltissimo. Sto per lanciare un nuovo progetto a partire dalla città di Porto, dove sono stata invitata per un viaggio press. Non vorrei rivelarvi altri dettagli, seguitemi perché sarà divertente! Lo potete fare proprio in questi giorni cercando #dailybreakfastinportugal.

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Photo credits: Laura La Monaca

Vuoi dare un consiglio a chi vuole cambiare vita ma si sente un po’ bloccato?
Sarò sincera, non penso che tutti ce la possano fare. Ci vuole molta determinazione e la consapevolezza che intraprendere una carriera di questo tipo comporta una serie di attività molto poco “creative”: la fotografia è la punta dell’iceberg dietro cui ci sono editing, rework, relazioni non sempre facili con i clienti, ma anche fatture e telefonate con il commercialista. Bisogna capire se si è disposti a farsi piacere tutto questo.
Per contro, l’unico consiglio che mi sento di dare è quello di studiare, studiare sempre, possibilmente con i migliori professionisti (che spesso sono anche i più generosi) e investire costantemente nell’aggiornamento.

Non posso fare a meno di farti un’ultima domanda. È vero che hai inventato l’avo on toast? 🙂
Magari! Questo è uno scherzo tra me e Nina, che mi prende sempre in giro perché al primo FBC a cui ho partecipato avevo postato la foto di un toast con avocado. Lei sostiene che la mania su Instagram sia iniziata lì, chi lo sa! In realtà io a colazione mangio un po’ di tutto, dal pane e Nutella ai noodle 🙂

Photo credits: Laura La Monaca
Photo credits: Laura La Monaca

Il cioccolato crudo, che forse non esiste ma è così buono (e ci fa bene)

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Photo: gratisography.com

Se anche voi, come me, siete cresciute con lo spauracchio del cioccolato, tanto appagante e confortante, quanto foriero di adolescenziali disgrazie – “fa venire la cellulite, i brufoli e non da ultimo il culone” – ecco, avete un motivo in più per invidiare le nuove generazioni (intendo oltre al fatto che sono tutte magre, vestite bene, sanno mettersi l’eye-liner e, accidenti, sono giovani). Oggi il cioccolato è riconosciuto come superfood, quindi buono, bello e salutare.

Parliamo ovviamente di cioccolato raw, che all’ultimo Salon du Chocolat di Milano è stato, insieme al bean to bar, il leit motiv della manifestazione.
Mettiamo subito le cose in chiaro: il cioccolato crudo, così come definito dalla filosofia crudista, (cioccolato in cui non viene superata la temperatura di 42 gradi in tutta la filiera di approvvigionamento e in tutto il processo produttivo), non si può fare.
Ma se si considera l’obiettivo dell’approccio crudista, ovvero preservare al massimo i nutrienti e le proprietà funzionali delle materie prime utilizzate, ecco che è possibile ottenere un cioccolato lavorato il meno possibile, e che proprio per questo conserva ed espande le sue proprietà organolettiche e preserva tutte le proprietà nutrizionali. Fermentando ed essiccando le fave, e rispettando la catena di temperature naturali dei processi (la temperatura che si può sviluppare nella fermentazione può salire in maniera naturale un po’ sopra i 42 gradi) e tenendo tutte le altre fasi di lavorazione sotto quella temperatura. 

Durante l’evento milanese ho avuto l’occasione di fare due chiacchiere con i ragazzi di Vivoo, un’azienda italiana che da qualche tempo produce una serie di prodotti (barrette, tavolette, creme spalmabili) che avevo adocchiato nei supermercati bio (hanno un bellissimo packaging, e come un’ape con il miele non ho saputo resistere). Da poco, oltretutto, sono sbarcati anche nella GDO con maama, una linea pensata per il grande pubblico.

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Photo: Vivoo

Il cioccolato crudo di Vivoo è biologico e privo di zuccheri raffinati, e già questo basterebbe a farmelo amico. Ma c’è di più: per ottenere un cioccolato “buono, talmente buono da far bene a noi e al nostro pianeta”, le ottime materie prime di partenza vengono lavorate in modo da mantenere intatti gli antiossidanti – polifenoli, catechine ed epicatechine – presenti naturalmente nel cacao. Questo si ottiene evitando di tostare le fave di cacao ad alte temperature, ma semplicemente essiccandole al sole
Inoltre, l’eliminazione della fase di concaggio (ovvero la cottura a 60/80 gradi per 48 ore circa) permette di conservare i fitochimici come la teobromina e l’anandamide, che guarda caso sono le stesse molecole che il nostro cervello produce quando siamo felici o innamorati. Bello no? Pensate a cosa è successo al mio umore quando ho assaggiato la tavoletta fondente 100%!

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Come se non bastasse, gli amici di Vivoo hanno aggiunto ad alcuni dei loro prodotti – in alcune tavolette, tutte le barrette e bites Vivoo e Maama – una serie di superfood esotici e intriganti: baobab, spirulina, pinoli siberiani, reishi, acerola, açai, tutte quelle cosine che fanno bene, insomma, e che forse non vi cambieranno la vita ma sicuramente renderanno più accattivante la vostra pausa snack. E poi, vogliamo mettere la gioia di addentare una tavoletta di cioccolato pensando che ci spianerà le rughe? 😉

Women in food – Francesca e la Perla Piave, polenta buona, giusta e sociale

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Ho sposato un veneto, e da quasi 15 anni ormai frequento la regione. Uno dei ricordi culinari delle mie prime visite nel Nord Est è la polenta bianca (con il baccalà!), che a Genova non avevo neanche mai visto – a casa nostra tra laltro si mangiava sempre quella istantanea, sacrilegio! – e di cui ignoravo lesistenza.
Come da stereotipo, i veneti sono proprio dei polentoni e frequentandoli è possibile scoprire 50 sfumature di mais. Spesso si tratta di varietà autoctone e poco diffuse, come la Perla Piave: una polenta farina bianca, leggermente dolce, perfetta con il pesce ma anche nei dolci. Questultima lho conosciuta grazie a Francesca Gottardi, infermiera e agricoltrice, che insieme al suo compagno, Stefano Predebon, ha creato a Romano dEzzelino – a pochi km da Bassano del Grappa – Le Motte del Rio: un progetto che parte dalla permacultura e punta ad arrivare al coinvolgimento della comunità locale.

Come è nata l’idea di coltivare questa varietà di mais?
La scelta di questa varietà di granturco viene dalla passione per la cucina. In passato ho vissuto a Trieste e, ogni volta che Stefano veniva a trovarmi, ci preparavamo gustose cenette di pesce. Un ingrediente però mancava sempre sulla nostra tavola: una buona polenta bianca, che col pesce si sa… è la morte sua! Qualche anno dopo Stefano ha iniziato a coltivare un piccolo orto domestico a Marostica, approcciando sia tecniche tradizionali che non. Da bambina mi piaceva molto aiutare mia madre sia nel lavori di giardinaggio che in cucina, quindi sono stata presto contagiata da questa passione. Produrre il proprio cibo in modo naturale vuol dire avere a disposizione ingredienti molto più variegati e gustosi, oltre che sani. Circa due anni fa infine è arrivata una grande opportunità, la gestione di un terreno di proprietà a Romano d’Ezzelino. Abbiamo quindi deciso di lanciarci in questa avventura e di dedicarci all’agricoltura, non solo per cambiare lavoro, ma anche stile di vita. Stefano era un operaio/imbianchino, mentre io sono un’infermiera e nel primo anno e mezzo abbiamo principalmente studiato e sperimentato nell’orto. Abbiamo seguito molti corsi, che ci hanno arricchiti moltissimo di conoscenze e contatti e grazie ai quali abbiamo conosciuto il mondo della permacultura.

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Spiegaci meglio che cosa si intende con permacultura.
La permacultura è una metodologia di progettazione volta ad integrare l’uomo e i suoi elementi (abitazione, alimentazione, risorse naturali, relazioni sociali) con l’ambiente. Permette di creare ecosistemi produttivi caratterizzati dalla diversità, flessibilità e stabilità di quelli naturali. Si parte dall’osservazione della natura e si procede progettando ogni elemento, in modo da ottimizzare le risorse materiali e umane ed azzerare gli sprechi. Una fitta rete di relazioni tra gli elementi garantisce la capacità di far fronte ai cambiamenti. E le sue applicazioni non si limitano all’agricoltura e all’edilizia, ma anche a strategie economiche e strutture sociali. Nasce negli anno ’70-’80 in Australia, ma si sta sempre più diffondendo anche qui in Italia. Le realtà progettate secondo questi principi sono però ancora poche, ma le persone che abbiamo incontrato, sia professionisti che semplici appassionati, sono stati fondamentali per la nostra crescita. È un ambiente di persone molto disponibili ed entusiaste, con grandi ideali e tanta voglia di condividere!

C’entra qualcosa con l’agricoltura biologica?
Diciamo che se vuoi coltivare seguendo i principi della permacultura, dovresti fare agricoltura più che biologica! In natura non esistono terreni arati, trattamenti fitosanitari, monoculture… Attualmente trovare un’alternativa al convenzionale è una necessità, non una scelta. Ma se si mantengono le stesse tecniche di coltivazione, sostituendo solamente i prodotti usati con altri di origine naturale, il fallimento è assicurato. La natura è l’unica che adotta strategie talmente perfette da poter far fronte a qualsiasi problema, quindi bisogna ispirarsi a lei. La biodiversità vegetale e animale è il concetto chiave: più completo sarà il tuo ecosistema, maggiore sarà la produttività e resistenza. L’intervento umano si riduce, mentre vengono favoriti i meccanismi naturali. La lavorazione del terreno viene affidata agli organismi terricoli e alle radici, il controllo delle malattie alla fauna e alla disposizione delle piante, la conservazione dell’acqua e della fertilità alla sostanza organica e a tutti i funghi e microrganismi che popolano il terreno. E sebbene ci voglia molto tempo per sviluppare  un ecosistema produttivo completo, i cambiamenti si vedono già di anno in anno. Se nell’orto si introducono semplici elementi come un’aiuola di fiori e aromatiche o un piccolo laghetto con qualche pianta, si attirano immediatamente insetti e altri animaletti, che controlleranno per te le infestazioni delle orticole. Come ultima spiaggia si può comunque ricorre a macerati di piante come l’ortica, l’equiseto o l’aglio. 

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Si parla spesso anche di recupero di antiche varietà. È quello che state facendo con la Perla Piave?
Esattamente. La coltivazione del granturco bianco Perla Piave in passato era ampiamente diffusa in Veneto e Friuli Venezia Giulia. Ogni contadino riproduceva le proprie sementi, creando così una miriade di selezioni locali. La nostra farina è fatta con 6 diverse varietà di mais Perla Piave, provenienti dall’Istituto Di Genetica e Sperimentazione Agraria N. Strampelli di Lonigo (VI).
Oggi in vivaio possiamo trovare solo varietà moderne, catalogate nel Registro delle Varietà, e quelle antiche e tradizionali vengono piano piano abbandonate. Fortunatamente, oltre alle banche del germoplasma come quella di Lonigo, esiste una fitta rete di coltivatori e associazioni che, attraverso il libero scambio dei semi, promuove e mantiene questo patrimonio inestimabile. È grazie a loro che abbiamo trovato il nostro granturco bianco e non ci fermeremo certo qui! Esistono moltissime varietà di ogni ortaggio e frutto, con forme, colori e sapori incredibili: un mondo tutto da scoprire non solo come agricoltori, ma anche come consumatori.

Per quanto riguarda la vostra produzione, quanti ettari avete coltivato fin ora e come li avete destinati?
Il nostro terreno è di circa 5 ettari. Prima del nostro arrivo era stato sfruttato per anni con coltivazioni convenzionali, perciò abbiamo iniziato seminando un sovescio, un mix di erbe che ripristina la fertilità del terreno. Poi abbiamo seminato su uno degli ettari un prato stabile, un altro mix di erbe perenni, che sarà la base del nostro frutteto misto. Per ora ne abbiamo progettato un terzo, inserendo moltissime varietà antiche di meli, peri, kaki, fichi, susini, prugni e ciliegi. Gli alberi da frutta saranno intercalati a piante utili non commestibili. Quest’anno abbiamo iniziato a mettere a dimora alcune piante del frutteto, 2 file di asparagi bianchi di Bassano e in 5000 mq circa abbiamo coltivato il nostro granturco Perla Piave, che abbiamo raccolto a mano e selezionato accuratamente sia in campo che in magazzino. In futuro inseriremo orticole, viti da tavola e animali.   

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Da dove viene il nome della vostra azienda, Le Motte del Rio?
È il nome storico della località del nostro terreno. Le motte sono terrazzamenti di origine fluviale e la nostra azienda sorge su quelle scavate dal Rio, un fiumiciattolo che nel 1700-1800 scorreva a Romano d’Ezzelino. Volevamo dare un nome legato al luogo per portarne avanti la storia. Allo stesso modo speriamo di integrarci nella comunità, perchè ci piacerebbe coinvolgerli organizzando feste legate ai raccolti, corsi, mercatini.

Tu sei un’infermiera e continui a fare questo lavoro. Come riesci a conciliare tutto?
Sono libero professionista e lavoro in 2 ambulatori, con gli orari di un part-time. Questo mi permette di dedicarmi anche all’azienda agricola, ma il mio sogno è quello di unire un giorno queste due passioni, inserendo attività di fattoria sociale. La natura ha un grande potere terapeutico per molte patologie e quindi… cambierò solo gli strumenti con cui lavoro!

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Visto che questo è un blog di cucina, ci suggerisci delle ricette con la vostra Perla Piave?Con la nostra farina Perla Piave si può fare la classica polenta, ma anche dolci. Due classiche ricette di dolci veneti a base di mais sono la pinza e i zaeti, ma si possono anche fare altri tipi di biscotti, muffin o la semplice, ma buonissima polenta e latte!

Se volete cimentarvi anche voi, potete ordinare la farina Perla Piave de Le Motte del Rio scrivendo a: lemottedelrio@gmail.com

Buona polenta!