Figli di un dio vegano: e diventammo tutti specialisti di alimentazione infantile

Photo Credits: vegfamily.com
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Siamo tutti dalla parte dei bambini! (Specie se mangiano tofu).

Mi pare questo il mood che si respira sul web, ma non solo, dopo che i media hanno diffuso la notizia di una bambina ricoverata all’ospedale Gaslini di Genova. La piccola – di due, forse tre anni, per alcuni di 12 mesi – avrebbe presentato sintomi legati a uno stato di denutrizione e i colpevoli sarebbero i genitori che, a detta dei media, l’avrebbero sottoposta a una “rigida dieta vegana”. La bambina, oltretutto, sarebbe stata “allattata a lungo al seno”.
Il condizionale in questo caso è d’obbligo, visto che la notizia viene riportata nei modi più disparati, con molti dettagli non chiari, e poi addirittura smentita, talvolta persino dalle stesse testate che l’avevano diffusa con toni di allarme.

Grande è la confusione sotto il cielo, e così la situazione si presta al classico minestrone (ops!) social: tutti si sentono medici pediatri specialisti in nutrizione (è la sindrome del CT della Nazionale) a cui è stato richiesto un parere. Scontato il verdetto: condanna senza appello per i genitori irresponsabili.
Sono i social, bellezza. Ma sono anche i sintomi dell’ennesima epidemia di informazione di bassa qualità che alimenta i mostri da social network e, per estensione, gli animi delle folle.

Sembra che i pareri non richiesti facciano parte del carico di oneri della genitorialità, tanto quanto le notti in bianco e i pannolini da cambiare. Per una volta però vorrei provare a rispondere e, da mamma (quasi) onnivora consapevole, dire tre cose a proposito di questa vicenda.

La prima riguarda le informazioni che i genitori hanno a disposizione

bambini vegani romeo e julienne
Photo Credits: Getty Images

Quando ho cominciato a pormi il problema dell’introduzione dei cibi solidi nella dieta di Adele, ho ricevuto molti input contrastanti. Da un lato, pediatri di famiglia frettolosi e poco preparati: il mio si è limitato a consegnarmi un foglietto A6 con brevi istruzioni e uno schema di alimentazione tipo. Al consultorio è andata meglio, ma il loro compito è divulgare le linee guida regionali che, per alcuni versi, ho trovato poco coerenti (per esempio, perché dare il parmigiano a un neonato di 6 mesi, e allo stesso tempo preconizzare una dieta senza sale? Perché aggiungere alla pappa il liofilizzato di carne quando non sono ancora in grado di digerire la carne vera e propria?). All’estremo opposto dello spettro ci sono poi i pediatri che promuovono l’autosvezzamento, pratica interessante ma di fatto non attuabile se l’alimentazione della famiglia non è a dir poco perfetta. E da lì al passaggio alla vulgata “faccio l’autosvezzamento, così mio figlio di 6 mesi MI mangia le lasagne col ragù” il passo è breve.

C’è una mancanza evidente di informazione corretta, verificabile e attendibile. Troppa aneddotica e “tradizione”, pochissima scienza. Chi ha già qualche rudimento di nutrizione e ha voglia di studiare, si documenta e con l’aiuto di specialisti (pochi, visto che l’alimentazione non è una materia ampiamente studiata nei corsi di medicina) prova a impostare una dieta equilibrata e uno svezzamento sereno, anche dal punto di vista emotivo.
Per la cronaca, io ho scelto di ispirarmi a una dieta mediterranea VERA, privilegiando ed inserendo gradualmente cereali e legumi, verdura e frutta di stagione, pochi latticini di qualità (di capra, per ora), uova biologiche e pesce azzurro o bianco. La carne la introdurrò, in piccole quantità e sempre biologica, dopo il primo anno. È una dieta che rispecchia il modo di alimentarsi della nostra famiglia, per me la scelta più naturale visto che Adele non mangerà per sempre pappe.

Arrivare a questa sintesi, con il supporto di una pediatra privata, mi è costato tempo e fatica, oltre che denaro: eppure non mi sento nella posizione di biasimare quei genitori che non lo fanno. Sia quelli che scelgono per i figli una dieta vegana senza un’adeguata informazione e suppporto, sia quelli che seguono i dettami dello svezzamento “tradizionale” e ingrassano le industrie del baby food – che a loro volta ingrassano i nostri figli con grassi saturi e zuccheri raffinati. Perché ogni genitore – o la stragrande maggioranza di essi – ha a cuore la salute dei propri bambini, e tutti sbagliamo in buona fede. Facciamo anche danni, sì, soprattutto se ci mancano punti di riferimento affidabili.

Photocredits: babycenter.com
Photocredits: babycenter.com

Il secondo punto sono le questioni di merito

Eccone alcune:
La vitamina B12, che adesso è sulla bocca di tutti, può essere carente in chi segue una dieta vegana, ma può essere integrata e talvolta deve essere assunta anche da chi mangia carne e pesce (qui un’interessante spiegazione del perché).

– Uno svezzamento vegetariano è possibile. Alcuni pediatri sostengono che anche una dieta vegana, se adeguatamente supplementata e seguita da uno specialista, sia possibile per i bambini. Va comunque detto che alcuni studi sostengono la necessità delle proteine animali (presenti anche in uova e latticini) per il corretto sviluppo del cervello dei neonati e dei bambini.

– Sulla questione dell’allattamento al seno – che alcuni giornali citavano quasi come aggravante delle  presunte condizioni di malnutrizione della bambina genovese – esiste poi un’ampia letteratura che ne dimostra i benefici, ma basta citare le linee guida OMS – Unicef secondo le quali l’allattamento può essere prolungato fino ai due anni del bambino, o comunque fino a che mamma e bambino lo desiderino.

Photo Credits: news.islandcrisis.net
Photo Credits: news.islandcrisis.net

Terzo, ma non ultimo per importanza, l’atteggiamento nei media

Negli anni ci siamo abituati ad una qualità dell’informazione sempre più mediocre: manca l’approfondimento, la divulgazione scientifica non è mai stata il nostro forte, ci piace il melodramma e anche il calcio, e così tutto diventa teatrino o derby permanente. Nella fattispecie, molti giornalisti confondono vegetarianismo e veganesimo, il tutto viene dipinto con le tinte forti del fondamentalismo animalista e il risultato più evidente sono i meme con le salsicce quando l’OMS diffonde i dati sul potenziale cancerogeno di alcuni tipi di carne.
Forse questo servirà a vendere più copie e più spazi pubblicitari (ho comunque i miei dubbi). Ma sicuramente non aiuterà le persone a compiere scelte consapevoli, né a combattere i problemi di salute pubblica (ne cito uno per tutti: l’Italia è il paese con la più alta percentuale di bambini obesi). Ancora meno, a creare un confronto aperto e sereno da cui tutti potremmo trarre beneficio.